Proponiamo l’articolo dell’On.le Ernesto Preziosi pubblicato su Avvenire lo scorso 15 maggio che commenta il richiamo fatto da papa Francesco a dare il meglio perché anche facendo politica ci si possa santificare. Una sollecitazione da non lasciar cadere che invita i credenti a "cercare il bene comune pensando le strade più utili".

Caro direttore,
il richiamo fatto da papa Francesco parlando ai membri della Comunità di vita cristiana (Cvx) a non rimanere a guardare "dal balcone", ma impegnarsi a dare il meglio perché anche facendo politica ci si può santificare, è una sollecitazione da non lasciar cadere. In quella stessa occasione il Papa ha notato che se il cattolico può e deve fare politica, non è necessario che vi sia per questo "un partito solo dei cattolici". Considerazione interessante e per qualche verso scontata se si ricorda che il tipo di strumento scelto per l’azione politica è sempre frutto delle condizioni storiche, delle contingenze. Possiamo chiederci se e a quali condizioni sia oggi possibile, per i credenti "cercare il bene comune pensando le strade più utili".

Parto da un esempio: l’approvazione alla Camera del cosiddetto divorzio breve, con una maggioranza larga e il contributo determinante del Pd. Personalmente, così come altri amici del Pd, ho preferito non partecipare al voto, sia perché non ne riconoscevo l’urgenza (ben altra lentezza nel provvedere al sostegno di adeguate politiche familiari), sia perché nel merito qualche maggiore attenzione, specie per le situazioni in cui sono presenti minori, poteva essere fatta. La dichiarazione di voto, affidata a una deputata Pd, mi ha poi ulteriormente confermato nella scelta, in quanto le argomentazioni svolte non erano per me condivisibili.

L’episodio segnala una difficoltà esemplificativa: se la strada percorsa in questi anni è andata nella direzione di costruire soggetti plurali in luogo di partiti identitari (maggiormente caratterizzati nei contenuti e nei programmi), occorre che questo pluralismo sia realmente esercitato e rappresentato. Le difficoltà sono aggravate da una stagione in cui la debolezza del pensiero, l’obsolescenza delle ideologie lascia campo libero più che al confronto culturale a una deriva pragmatica non priva di punte libertarie in tema di diritti e propone – come è già stato osservato – una sintesi agnostica, più che basata su valori. E questo in un quadro, infine, in cui in tutti i luoghi partitici la proposta di riferimento cristiana è minoritaria. A che condizioni si può, dunque, essere minoranze rispettate e più ancora capaci di coinvolgere, interpellare, convincere?

So di non porre un tema di poco conto; la riflessione riguarda peraltro l’elaborazione di cultura politica ma anche le dinamiche partitiche, le maggioranze congressuali, le eventuali aggregazioni interne (intorno a leader o a piattaforme progettuali e programmatiche).

È un tema aperto, perché la transizione italiana non ci ha ancora consegnato contenitori politici sufficientemente stabili e anche perché, nel caso stesso del Pd in cui opero e che ha il merito di aver sperimentato la formula plurale, non è facile cogliere il profilo culturale che lo caratterizza e lo qualifica, in particolare se rapportato alla originaria matrice ulivista, ma anche allo stesso ‘progetto costitutivo’. In questi anni in molti si sono riconosciuti in quel progetto nella convinzione che vi fosse la possibilità di esprimere le proprie convinzioni in un contesto davvero plurale, dove la pluralità è vista come ricchezza e come costruzione di una nuova sintesi culturale e politica. Dobbiamo oggi interrogarci quanto questo sia effettivamente possibile, senza pregiudizi perché le forme partitiche sono transitorie e risentono delle contingenze, delle fasi storico-politiche che attraversano.

Di qui un interrogativo: come favorire il confronto e se del caso anche un orientamento comune di quanti, credenti, si trovano all’interno di uno o più contenitori plurali? Come "cercare il bene comune tentando le strade più utili"?
Ritengo stia davanti a noi una necessità: lo sforzo di costruzione di strumenti di confronto e di raccordo, politici certo ma non direttamente partitici, che facciano riferimento alla sensibilità dei credenti pur non essendo espressione diretta (neppure di secondo livello) di associazioni o di organismi ecclesiali.

Con alcuni amici sperimento da anni qualcosa di simile con l’associazione di amicizia politica Argomenti2000, altre esperienze esistono e operano, ma oggi serve allargare la proposta; nella seconda metà di giugno ci incontreremo per un primo confronto a partire dalla affermazione di papa Francesco. Sono necessari luoghi che consentano di elaborare idee e proposte sui temi grandi dello scenario dell’agenda politica e che favoriscano il confronto politico in vista di una presenza più consapevole, articolata certo e segnata dalle legittime diversità che esistono nel campo dell’opinabile, ma nel suo insieme efficace per il bene comune e nell’interesse stesso dell’evoluzione del sistema politico italiano.

L’articolo è stato pubblicato il 15 maggio dal sito www.avvenire.it

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