L’informatica con il suo corollario, apparentemente oggettivo, della programmazione ha pervaso tutto e tutti. Si è realizzato un vero è proprio passaggio di era che ha ridotto la possibilità di scelta, la libertà personale e quella sociale, determinando la scomparsa di binomi concettuali come potenza/velocità, destra/sinistra, almeno per come li avevamo intesi per tutto il Nocevento

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Gli animali selvatici hanno un sapore forte rispetto ai domestici, perché le loro carni hanno assunto la natura aspra in cui vivono; così noi umani abbiamo costruito i rapporti sociali e le istituzioni in base al livello tecnico-scientifico che, in una data epoca, siamo stati in grado di sviluppare; tutto questo ci pervade anche a nostra insaputa rendendo tutto armonico e organico. Così i rapporti giuridici, sociali, economici, istituzionali e tecnico-scientifici rappresentano un “unicum” coerente.

Noi stessi siamo figli del nostro tempo e nello stesso momento siamo anche coloro che lo superano perché introduciamo nel nostro lavoro continui mutamenti tecnici e scientifici che inducono a loro volta cambiamenti negli altri ordini sociali.

Quando nacqui, a metà Novecento, la fabbrica rappresentava la centralità culturale e il modello di riferimento per tutta la società. La produzione era centrata sull’elettromeccanica che aveva, come suo intrinseco modo di essere, la capacità di trasformare una energia data, in prodotti di consumo. Così come il modello produttivo era razionale e ordinato, altrettanto lo erano le idee sociali e politiche, costruite secondo rigidi schemi ideologici e totalizzanti, a loro volta le istituzioni erano permeate da un uguale schema di pensiero.

L’energia a disposizione veniva considerata astrattamente come un dato acquisito, certo e a disposizione di tutti; il processo produttivo elettromeccanico, per la sua relativa semplicità, era alla portata di tutti e il frutto dell’applicazione di quella energia poteva essere utilizzato sia come potenza che come velocità.

L’immagine classica di questo periodo è quella del ciclista professionista che spinge sui pedali sempre con la stessa forza, sia in salita che in pianura; tuttavia egli varia i rapporti così da trasformare quella forza in potenza per scalare le montagne o in velocità nel pianeggiante, ma la forza che le sue gambe sprigionano è sempre la stessa.

Potenza e velocità è stato il binomio che ha tolto il sonno a molti ingegneri meccanici del secolo scorso perché quello era la naturale conclusione di una società elettromeccanica che concepiva l’energia come un dato assoluto e certo, il problema era come utilizzare tale energia. E potenza e velocità sono state declinate nel corso degli anni, come destra e sinistra, cioè come rafforzamento del quadro sociale e istituzionale dato, o come trasformazione, più o meno accentuata, dello stesso quadro.

Nel mondo occidentale il concetto di libertà era vissuto come possibilità di scelta, del singolo o del gruppo, tra queste due opzioni. Nel corso degli anni in molti Paesi si sono adottati compromessi di volta in volta diversi con maggiore o minore grado dell’una o dell’altra a seconda delle situazioni. Come per la macchina, quando gli ingegneri optavano per un compromesso tra potenza e velocità a seconda delle esigenze, così nella società si è optato per un mix sempre diverso tra destra e sinistra in modo raggiungere gli obbiettivi prefissati.

Il singolo individuo aveva la possibilità di scelta sul piano economico tra l’accumulo di capitale e il consumo, su quello politico tra la cristallizzazione dello status quo o la sua trasformazione e all’interno di queste categorie aveva una ampia possibilità di scelta. L’insieme dei singoli aveva invece la possibilità di scelta tra diverse opzioni politiche che garantivano le scelte individuali di natura economiche e sociali. Dunque il concetto di libertà, inteso come libertà di scelta, era omogeneo sia in senso verticale che orizzontale, cioè con la centralità del pensiero tecnico-scientifico. Il meccanismo della scelta politica, sociale, economica e produttiva era sempre lo stesso, per cui avevamo una società molto omogenea da questo punto di vista anche se poi, al momento della scelta, si formavano schieramenti contrapposti.

Tutto cambia con l’introduzione dell’informatica. La centralità passa dalla produzione alla vendita; il problema non è più “come” produrre, ma a chi vendere e l’informatica diventa il perno centrale a cui tutto ruota attorno.

Il lavoro si cerca in internet e i curricula sono vagliati da un sistema informatico; nel concedere un prestito, il direttore di banca schiaccia alcuni bottoni e il sistema gli dice se concederlo oppure no, è scomparsa la valutazione soggettiva da cui dipendeva in passato la scelta del direttore; si comprano e si vendono azioni sulla base di quello che indica il computer, anzi è il computer stesso che vende, compreso i crolli della Borsa.

Tutto è molto più facile e semplificato, apparentemente più razionale, ma tutti questi sistemi hanno in comune una cosa: tutti sono stati programmati. Qui sta la parola chiave che determina lo spartiacque con l’era dell’elettromeccanica: programmato significa che non c’è più la possibilità di scelta appunto perché tutto è già stato previsto e dunque il risultato non può essere altro che l’unica conseguenza possibile dei dati di partenza che sono stati immessi nel sistema.

L’informatica con il suo corollario fondamentale della programmazione, apparentemente oggettivo, per la sua centralità, ha pervaso tutto e tutti. Ogni ambito sociale, economico e istituzionale si sta rapidamente adeguando per ricreare un pensiero omogeneo e coerente come nell’era dell’elettromeccanica. Il singolo come il gruppo non hanno più la possibilità della scelta perché tutto è già stato programmato e deciso altrove.

Ne consegue che la società informatica riduce la possibilità di scelta, quindi di libertà come l’abbiamo intesa per tutto il Novecento: è il pensiero unico. Il binomio potenza/velocità è scomparso e con esso accumulo o consumo, conservazione o innovazione; in definitiva i concetti stessi di destra e sinistra come ha inteso la mia generazione. Non è un caso se oggi ci si chiede sempre più insistentemente che cosa sia di “sinistra” e cosa di “destra”.

La politica si è ridotta a chiedere consenso offrendo prebende, piccoli privilegi o facendo leva sulla paura e il messaggio è rivolto alle “corporazioni” di riferimento; è scomparsa una visione razionale e organica della società, tutto si riduce a pura prassi, immagine, sensazione o peggio, fuga dalla realtà. A nulla vale il tentativo di una parte della politica di appellarsi alla legge come faro guida per individuare il “bene e il male”, dimenticando che anche la legge è il frutto di una politica.

Con la caduta di destra e sinistra, anche il tradizionale “centro” non ha alcuna ragione ideale di esistere, per il semplice fatto che non può più esistere la “terza via” alla gestione della “Res Publica”; uno solo è il modo di amministrare lo Stato nell’era informatica.

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