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Abbiamo bisogno di una politica che affronti la questione ambientale con un approccio integrale, di uno sviluppo sostenibile dal punto di vista ambientale che sociale, di uno sviluppo che, non scaricando i problemi sui giovani, si basi sulla solidarietà fra le generazioni e scelga di affrontare i problemi globali praticando la fraternità. Queste alcune delle questioni affrontate dalla prima enciclica sociale di papa Francesco

Per una conversione ecologica
“Siamo chiamati a una conversione ecologica”: ce lo aveva già detto Giovanni Paolo II. Ce lo aveva ripetuto Benedetto XVI: siamo chiamati a uno sviluppo sostenibile. Ora ce lo grida con forza papa Francesco: “un crimine contro la natura è un crimine contro noi stessi e un peccato contro Dio”. Dobbiamo avere cura della natura e della casa comune, ma cosa significa che siamo chiamati a una profonda conversione ecologica?
Dopo aver ricordato che la Bibbia ci invita a “coltivare e custodire il giardino del mondo”, il papa afferma che avere cura per la nostra casa comune significa cambiare mentalità: “Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla”. E l’abbiamo saccheggiata in tutti i modi, tanto che oggi “la terra, nostra casa, sembra trasformarsi sempre più in un immenso deposito di immondizia”. L’abuso delle risorse della terra e la distruzione dell’ambiente umano sono peccati contro la creazione. Le responsabilità sono dei Paesi più sviluppati, ma è necessario che ognuno si penta del proprio modo di saccheggiare il pianeta, faccia una seria conversione ecologica e cambi stile di vita. La conversione ecologica di cui parla il papa implica la presenza di una triplice relazione: rispetto a Dio, al prossimo e alla terra. È una sfida impegnativa che, oltre a richiedere una diversa visione antropologica, si carica di valenze pratiche, raccolte attorno alla prospettiva di un cambiamento degli stili di vita.

Saccheggio della natura e distruzione dell’ambiente
Le novità della Laudato si’ sono di grande portata. Sono almeno tre le res novae di maggior rilievo. La prima innegabile novità è l’ampia analisi, realistica e preoccupata, del degrado ambientale in corso e delle drammatiche conseguenze del saccheggio della natura praticato dagli uomini. Basta leggere i titoli dei paragrafi contenuti nel primo capitolo: inquinamento e cambiamenti climatici, perdita di biodiversità, privatizzazione dei beni pubblici e questione dell’acqua; infine il deterioramento della qualità della vita umana e la degradazione sociale che si intrecciano con quella che papa Francesco chiama l’inequità planetaria. I segni del degrado sociale in atto sono molti: “l’esclusione sociale, la disuguaglianza nella disponibilità dell’energia e di altri servizi, la frammentazione sociale, l’aumento della violenza e il sorgere di nuove forme di aggressività sociale”. Occorre affrontare il mutamento climatico, salvaguardare la biodiversità, contrastare il degrado umano e sociale, impegnarsi per un uso sostenibile delle risorse naturali. “Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le possibilità del pianeta”, scrive il papa. Per questo, “le previsioni catastrofiche ormai non si possono più guardare con disprezzo e ironia”.

Questione ambientale e questione sociale
La seconda novità è altrettanto rilevante: la cura della casa comune implica non solo l’aspetto relativo all’ambiente, ma anche quello relativo alla società e in particolare alle sue componenti più deboli. Vi è un esplicito legame fra degrado ambientale, dissipazione delle risorse e peggioramento delle condizioni di vita dei più poveri. L’intreccio fra questione ambientale e questione sociale ha precise conseguenze: all’ascolto del grido della terra si deve affiancare l’ascolto del grido dei poveri; all’attenzione per le generazioni future si deve affiancare l’attenzione per gli esclusi del nostro tempo. A dissipare le risorse e a provocare inquinamento e degrado ambientale sono soprattutto i Paesi ricchi, ma a pagare per la crisi ambientale – denuncia l’enciclica – sono soprattutto i più poveri. Sono i poveri a patire le conseguenze più devastanti dei disastri ambientali. Non solo: tra il Nord e il Sud del mondo c’è un debito ecologico connesso a squilibri commerciali che hanno pesanti conseguenze anche a livello ecologico: il debito estero dei Paesi poveri si è trasformato in strumento di controllo da parte di quelli ricchi, ma non accade la stessa cosa con il debito ecologico che i Paesi ricchi hanno nei confronti di quelli più poveri. A fronte di tutto ciò, occorrerebbe una classe dirigente consapevole di questi problemi, ma finora la politica è stata sottomessa alla tecnologia e alla finanza: lo dimostrano i fallimenti dei vertici mondiali sull’ambiente. Nel frattempo i poteri economici continuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono la speculazione e la ricerca della rendita finanziaria. Di qui l’esigenza di superare l’orizzonte di una tecnocrazia consumista, ingiusta ed escludente, oltre che distruttiva degli ecosistemi planetari.

Una ecologia integrale
Infine la terza novità. Dobbiamo superare la nostra visione antropocentrica: se si vuole evitare la catastrofe, l’unica soluzione possibile è una “ecologia integrale”. Forse è proprio “ecologia integrale” l’espressione che meglio sintetizza il senso dell’enciclica “Laudato si’”.
All’ecologia ambientale, incentrata sulla custodia del giardino del mondo, occorre affiancare una ecologia economica e sociale, attenta a tutti gli uomini, ma in particolare ai più poveri. E occorre affiancare una ecologia culturale, perché anche il patrimonio storico, artistico e culturale è minacciato e una ecologia quotidiana, attenta alla qualità dei rapporti e dello spazio in cui si svolge la vita quotidiana. È questa “l’ecologia integrale”, inseparabile dal principio del bene comune, che realizza il rispetto della dignità dell’uomo ma salvaguardando dell’intero ecosistema.

Credenti omologati
Oggi l’equilibrio ambientale si è spezzato: l’enciclica lo afferma con forza. Il nostro treno corre verso la catastrofe, ma ai credenti questo non interessa. Non c’è stata finora una mobilitazione dei credenti per la salvaguardia del creato. E non perché, come spesso si sente dire, fra i credenti è radicata l’idea del “dominare la terra” contenuta nel racconto biblico. E neppure perché in alcuni movimenti ecclesiali purtroppo dominano posizioni spiritualistiche che snobbano ogni impegno in campo sociale. La mobilitazione non c’è stata perché i credenti sono ormai in gran parte omologati alla cultura dominante, diffusa dai mass media. Manca una visione critica, una coscienza critica: non solo nei confronti della questione ambientale, ma più in generale nei confronti dell’attuale sistema economico. Un sistema che – lo dice anche l’enciclica – dovrebbe essere inaccettabile per un credente.
Nel caso dell’Italia, poi, la mancanza di coscienza ecologica è ancora più eclatante e si associa alla mancanza di senso dello Stato e di attenzione al bene comune. È una spirale perversa che è possibile interrompere solo con un impegno educativo da troppo tempo interrotto: educare alla custodia del creato, quindi, ma educare anche alla legalità, educare al senso dello Stato ed educare al bene comune.

Servono scelte concrete
Una impostazione di questo tipo richiede scelte concrete e cambiamenti importanti:
1) la politica deve recuperare la sua capacità di guida dell’economia e della finanza, arginando l’attuale potere tecnocratico. Ma questo comporta una visione positiva della politica, diversa da quella oggi diffusa a causa di inaccettabili sprechi e corruzione. E comporta un maggiore impegno dei credenti nel campo politico.
2) Serve una educazione alla cittadinanza attiva e un sostegno concreto alle esperienze di cittadinanza attiva: una cittadinanza che pratichi nuovi stili di vita e forme di consumo critico; una cittadinanza che sperimenti anche forme di nuova economia (gruppi di acquisto solidale, finanza etica, economia di comunione, cooperazione, mutualismo, ecc…). Questo non significherà produrre di meno, ma ci deve portare a produrre diversamente: meno prodotti superflui e più prodotti fondamentali, meno prodotti usa e getta e più prodotti duraturi, meno consumi privati e più consumi pubblici, meno spreco e più recupero, meno quantità di beni e più qualità della vita.
3) Per fare tutto questo, occorre avere una visione di fondo, contenuta nell’enciclica: la salvaguardia del creato e la cura dell’ecosistema planetario devono coniugarsi con altre scelte: privilegiare l’economia reale, ridare centralità al lavoro, contrastare il degrado sociale, lottare contro l’inequità planetaria.

Un mondo in cui tutto è in relazione
Questo approccio ai problemi del nostro mondo presuppone anche una nuova visione antropologica. Di fronte a una modernità che è tutta incentrata sulla soggettività individuale, va ritrovato il senso della relazione. L’uomo non è semplicemente un individuo, ma è un essere in relazione. L’ottica ecologica ci porta a dire che viviamo in un mondo in cui tutto è in relazione: “Come i diversi componenti del pianeta, fisici, chimici e biologici sono relazionati tra loro, così anche le specie viventi formano una rete”. Poiché la natura non è qualcosa di separato da noi o semplicemente la cornice della nostra vita, di fronte ai problemi ambientali e sociali del nostro tempo “è fondamentale cercare soluzioni integrali, che considerino le interazioni dei sistemi naturali tra loro e con i sistemi sociali”. L’ecologia proposta dal papa è inseparabile dalla nozione di bene comune. Con una precisazione che non può essere ignorata: “nelle condizioni attuali della società mondiale, dove si riscontrano tante inequità e sono sempre più numerose le persone che vengono scartate, private dei diritti umani fondamentali, il principio del bene comune si trasforma immediatamente, come logica e ineludibile conseguenza, in un appello alla solidarietà e in una opzione preferenziale per i più poveri”.

Cura dell’ambiente e dell’umanità
Da quanto detto si possono trarre alcune conclusioni.
Abbiamo bisogno di una politica che affronti la questione ambientale con un approccio integrale, di uno sviluppo sostenibile sia dal punto di vista ambientale che sociale, di uno sviluppo che, non scaricando tutti i problemi sui giovani, si basi sulla solidarietà fra le generazioni e scelga di affrontare i problemi globali praticando la fraternità. Proprio perché viviamo in un mondo in cui tutto è in relazione, anzi tutto è intimamente connesso, allora l’ecologia integrale che abbraccia tutte le componenti della “casa comune” e della vita umana non è soltanto cura dell’ambiente, ma diventa anche cura dell’umanità.

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