C’era una volta ….“un Re”, diranno subito i miei pochi lettori. No ragazzi, c’era una volta il Diritto Amministrativo…

C’era una volta ….“un Re”, diranno subito i miei pochi lettori. No ragazzi, c’era una volta il Diritto Amministrativo.
Si, proprio quello, la branca del Diritto che regola i rapporti tra il cittadino e l’amministrazione pubblica.
Ebbene quella non c’è più, non esiste più; e non esiste più perché tutti ormai hanno capito che è meglio non adoperarla.

Non ci credete? Eppure è così. Ecco come è andata.

Di fronte ad un errore, o ritenuto tale, il cittadino, faceva ricorso, in primo e poi in secondo grado, ed eventualmente andava in giudizio per vedersi riconoscere le proprie ragioni.

Molti facevano i “furbi”, questo è una faccia della medaglia, ricorrendo sempre e comunque, in modo da procrastinare ciò che l’amministrazione imponeva loro.

Dato l’ingolfamento degli uffici per i troppi “furbetti del quartierino”, le amministrazioni hanno reso immediatamente eseguibili gli atti, poi si discuteva su chi aveva torto o ragione, in modo da limitare le furbate del cittadino.

La legge prevede che il ricorso vada fatto con un atto formale in carta da bollo, con allegato il bollettino pagato per le spese di cancelleria, e sicuramente redatto da un professionista; insomma costi elevati e perdite di tempo. Di contro anche il funzionario ha le sue beghe perché lo Stato non si fida del proprio dipendente: l’articolo 328 cp prevede un anno di carcere se questi non risponde entro 30 giorni.

Nonostante queste precauzioni qualche ricorso è andato a sentenza e l’integerrimo giudice non ha trovato di meglio che richiedere al funzionario di turno il danno erariale da lui prodotto per aver male interpretato la legge. Passi se si dimostra il dolo, ma non certo per una errata interpretazione della legge, come se leggi e regolamenti fossero scritti in modo chiaro e comprensibile, oltretutto.

Insomma su di un codice dell’800 si sono via via aggiunte sanzioni sull’onda emotiva di campagne giornalistiche con il risultato che è diventato tutto un guazzabuglio inestricabile che non tutela più nulla e nessuno, né il cittadino né lo Stato, soprattutto tutta la materia è una giungla inestricabile in cui solo pochi sanno ritrovare la strada di casa.

E’ stato a quel punto che il Dott. Azzeccagarbugli, dirigente amministrativo pagato dai cittadini, ha escogitato un altro modo per continuare a riscuotere senza però dover rischiare lo stipendio e la vita tranquilla in un ufficio caldo in inverno e fresco in estate.

Qualunque funzionario amministrativo di qualunque Ente respinge categoricamente tutti i ricorsi ufficiali, indipendentemente dal merito; le motivazioni della reiezione sono facili da trovare appunto per il guazzabuglio in cui tutti possono leggere una cosa e il suo esatto contrario. In questo modo il funzionario è al riparo da ogni tegola che gli potrebbe cadere in testa, semplicemente dicendo: “no”.

Tuttavia, conscio che in questo modo bloccherebbe l’attività amministrativa dell’Ente, consente all’utente (come ci chiamano adesso) di avanzare una “Richiesta di Esercizio di Autotutela”.

Che cosa è in sostanza “l’esercizio di autotutela”?

E’ semplicemente una richiesta di revisione dell’atto che non implica alcunché. E’ fatta in carta libera, addirittura allo sportello danno lo stampato e indicano come compilarlo, non c’è bisogno di un professionista, e il funzionario garantisce verbalmente che lo prenderà sicuramente in esame in tempi brevi.

Bene, direte voi. No, male, anzi malissimo.

L’esercizio di autotutela altro non è che una “supplica” del suddito, ormai non più cittadino, che rivolge al potente di turno senza che questi abbia vincoli nei suoi confronti. Una volta per sangue blu, adesso per aver vinto un concorso si diventa “potenti di turno”; potenti che concedono il loro tempo ai sudditi che una volta aspettavano in strada e adesso prendono il numero all’ingresso, ma la sostanza non cambia.

Tutto il Diritto Amministrativo è scomparso nei fatti, non serve più, non è più applicato perché si è volatilizzato. D’un colpo la “fonte del diritto” è diventata la stessa Pubblica Amministrazione che in qualche modo tuttavia riesce a dare risposte in tempi ragionevoli e anche appropriate, trovando una forma, anche efficiente, di funzionamento. Ma non è questo il punto.

Può uno Stato di diritto consentire che un suo Ente (participio presente del verbo essere e dunque “che è”) sia fonte del proprio diritto, rispondendo così solo a se stesso? E soprattutto, è davvero efficiente per tutto il sistema?

Credo che la Politica (quella con la P maiuscola) debba al più presto occuparsi della cosa, perché uno Stato moderno non può permettersi simili girigogoli amministrativi.

Certo è che le famiglie sociali (leggi corporazioni) della burocrazia e della magistratura devono rientrare nei ranghi di un sistema funzionante; i primi efficienti “sub lege” e i secondi per correggere le devianze senza metterci del loro, il cui risultato ha prodotto la situazione attuale; il gatto, la volpe e il suddito Pinocchio.

I magistrati dovrebbero imparare da Toscanini, il quale riportò gli spartiti musicali alla loro origine così come il compositore aveva scritto, liberandoli dagli orpelli che ogni Maestro aveva aggiunto credendo di impreziosire l’opera, in realtà finendo per snaturarla.

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