Adesso che i clamori suscitati sui funerali del capo dell’etnia Sinti a Roma si sono calmati, possiamo cominciare a ragionare seriamente su quanto è successo. Tutto sembra normato, previsto, poi si scopre che le città non funzionano, così come nel caso del funerale di Vittorio Casamonica. Occorre una profonda revisione della nostra impostazione giuridica che ormai non riesce più a rispondere efficacemente alle sfide che ha di fronte.

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Adesso che i clamori suscitati (in parte ad arte) sui funerali del capo dell’etnia Sinti a Roma si sono calmati, possiamo cominciare a ragionare seriamente su quanto è successo.

La storia la conosciamo tutti, che cosa faceva quel clan Sinti era noto a tutti e da molto tempo. Già nel 2004 e poi nel 2012 alcuni esponenti erano finiti in galera, poi ai domiciliari, per vari reati, ma mai si era intervenuti sulla struttura del clan stesso. Non c’erano omicidi, solo pestaggi, reati meno cruenti e meno allarmanti, ma la sostanza era la stessa.

Poniamoci ora nelle 24 ore precedenti le esequie e vediamo come hanno ragionato i vari organi dello Stato.
Il codice prevede che in caso di morte di un congiunto si possa concedere un permesso al detenuto, e così ha fatto il giudice. I carabinieri hanno eseguito l’ordine del giudice senza pensarci su, e poi di fonte ad un morto…. I vigili urbani hanno accolto la richiesta di corteo funebre a piedi, perché anche questo è previsto dalle norme comunali e infatti si sono limitati a dirigere il traffico; a Roma ci sono tante “botticelle”, una un po’ più grossa che differenza fa? L’elicottero non ha neppure chiesto il permesso, ha semplicemente riempito il piano di volo che gli permetteva di passare in quella zona (infatti al pilota gli è stato ritirato il brevetto perché su di una città gli elicotteri devono avere due motori e non uno solo, ma non perché non ci potesse andare).

In sostanza tutti si sono comportati secondo le norme e nessuno ha colpa di nulla. Così recita il diritto e così tutti si sono comportati.

Il problema nasce non dal funerale in quanto tale, ma dal significato che ha assunto il funerale stesso: una palese ostentazione di forza di un capo clan che, senza essere mafioso, adoperava metodi mafiosi per fare soldi. E’ una sottile, anzi sottilissima, linea rossa che divide le due cose e che non c’è scritta in nessun codice; nessuna norma vieta di onorare il defunto con la banda musicale, con i petali di rosa, o con una sestilia di cavalli come pure si vede in “Napoli milionaria” di De Sica; nessuna legge indica il numero massimo di partecipanti ad un funerale o vieta gli applausi al morto.

Eppure il senso di quelle esequie era chiarissimo a tutti: i valori che venivano onorati erano palesi ed esaltati, gli onori al capo erano lo specchio fedele della gerarchia ferrea che vige nel clan. E la morte non è più “a livella”, ma la rappresentazione del dominio e della consegna dei poteri ai successori.
E’ ovvio che tutto questo una società moderna non lo possa tollerare, ma nel nostro ordinamento non esiste nulla che lo possa impedire; esso è una falla enorme del diritto positivo che è difficile tamponare.

E’ difficile perché da come si è andato evolvendo il diritto positivo negli ultimi decenni, il suo braccio esecutivo è “l’ordine” formale che viene impartito dalla legge e al quale tutti i sottoposti si devono attenere, senza lacune, ma neppure senza eccedere perché esiste l’abuso di ufficio: perciò si fa quello che c’è scritto nella norma, né un centimetro di più, né un centimetro di meno.

Qui sorge un altro e ancora più spinoso problema: come fa a convivere una cospicua parte del Paese che adopera “l’ordine” come mezzo effettuale delle cose, con un’altra, altrettanto cospicua, che invece adopera “l’incarico”? In qualsiasi azienda privata, dalle Alpi a Lampedusa, sia regolare ma soprattutto malavitosa, il mezzo di trasmissione del comando è l’incarico, cioè una forma molto meno rigida, che dà margini di autonomia a chi lo riceve, il quale gode della fiducia del superiore, cosa che nella pubblica amministrazione non esiste, anzi, si parte dall’idea che il sottoposto vada controllato fin nei minimi dettagli, e infine esiste un reale riscontro dei risultati ottenuti.

Le trecentomila leggi italiane trovano qui il loro zoccolo duro e l’impossibilità di arrivare a riforme serie che ribaltino il rapporto tra il cittadino e lo Stato. Qui sta la contraddizione di fondo di cui ancora molti non hanno coscienza: né la nostra classe politica fatta in prevalenza da “piazzisti da quattro soldi”, né i media che a corto di notizie montano un caso come hanno fatto tante altre volte, né tanto meno i nostri “burocrati” che se ne stanno tranquilli al riparo di codici e codicilli senza che mai nessuno entri nel merito del loro operato. L’ostilità da parte del corpo insegnante alla recente riforma che per la prima volta entrava nel merito delle modalità di insegnamento la dice lunga sull’accoglimento della sostanza delle riforme in qualsiasi campo della pubblica amministrazione a partire proprio dal settore giudiziario.

Occorre una profonda revisione della nostra impostazione giuridica che ormai non riesce più a rispondere efficacemente alle sfide che ha di fronte; noi non ci dimenticheremo mai le scarcerazioni del giudice Carnevale perché i timbri apposti sugli atti erano di gomma anziché di ferro come prescrive la legge. In un qualunque comune della Germania il regolamento urbanistico è fatto da 2 paginette, nel più sperduto comune italiano da duecento: tutto è normato, tutto è previsto, poi si scopre che le città non funzionano, così come nel caso del funerale di Vittorio Casamonica.

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