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La testimonianza da sola non è sufficiente. Le cause della crisi sono ancora tutte sul tappeto. Che cosa può fare di più il cattolicesimo italiano?  Può recuperare l’universalità del suo operare per il raggiungimento del bene comune attraverso un nuovo contratto sociale capace di contribuire alla crescita di tutta la società. Per raggiungere questo obbiettivo occorre che il cattolicesimo democratico prepari un terreno culturale e prepolitico in cui questo indirizzo sia compreso ed elaborato.

Dal momento dello scoppio della crisi economica tutte le strutture della Chiesa italiana si sono immediatamente mobilitate per stemprarne gli effetti. Ma la testimonianza e la solidarietà, da sole, sono sufficienti o i cattolici possono fare qualcosa di più?

In ogni diocesi sono stati destinati fondi per aiutare gli strati più colpiti dalla crisi, le associazioni di volontariato hanno fatto il possibile, e qualche volta l’impossibile, per alleviare i disastri sociali di una brusca frenata economica.

I Vescovi, e non solo loro, si sono interessati per conoscere più da vicino la realtà socio economica delle rispettive diocesi e trarne elementi utili per una più aderente guida pastorale. La Caritas, diocesana e nazionale, nelle relazioni che presentava in questi anni di crisi, dava sempre un quadro preciso degli interventi fatti, con una crescita esponenziale delle richieste da parte di cittadini italiani.

Da questo punto di vista la crisi economica ha evidenziato una capacità assistenziale delle strutture del mondo cattolico italiano che non ha uguali sopperendo in modo sostanziale allo Stato. Credo però che occorra intervenire anche ad un altro livello: la testimonianza da sola è necessaria ma non sufficiente perché le cause della crisi (mondiale ma con uno specifico italiano) sono ancora tutte sul tappeto.

Con la “Laudato sì”, Francesco ha affrontato il problema in una visione complessiva, dato il suo specifico carisma pastorale, mettendo in evidenza, come nessun altro ha mai fatto, le criticità di uno sviluppo disordinato che ferisce gli uomini e la natura e per questo peccatore di fronte a Dio.

Ma dobbiamo guardare anche la specificità italiana se vogliamo avere un quadro completo. Verso la fine degli anni ’70, senza molto clamore, il Paese ha avuto un “break” molto profondo (rilevata anche da uno studio dell’Università Politecnica delle Marche): siamo passati dalla società elettromeccanica a quella informatica, dopo due secoli di continua crescita le città hanno perso abitanti in favore del “borgo”, è crollato il comunismo ma anche l’occidente si è accorto che non aveva più una teoria economica di riferimento, la scienza è passata dall’approfondimento del particolare ad una visione più univoca e generale, ma soprattutto, è successo che i corpi intermedi dello Stato si sono trasformati radicalmente e hanno cominciato quel processo di corporativizzazione che continua ancora adesso.

E’ su questo punto che qui soffermerò la mia attenzione.

Da sempre la struttura sociale italiana è costituita da “corporazioni” (io le chiamo famiglie sociali) e a queste lo Stato ha affidato compiti istituzionali rilevanti, basti pensare agli ordini professionali e al ruolo che svolgono. Ma dalla fine degli anni ’70 qualcosa è mutato al loro interno dalle Alpi alla Sicilia: esse hanno progressivamente cessato di svolgere la funzione universalistica e si sono concentrate solo su quella interna, cioè la difesa ad oltranza dei propri esclusivi interessi; immediata conseguenza di tutto ciò è stato l’abbandono della funzione giurisdizionale al proprio interno.

Prima di quella data in qualche modo gli interessi della corporazione si potevano estendere a tutta la società nel suo insieme, dopo, solo per gli aderenti o poco più. Gli aumenti salariali erano certamente una rivendicazione per i diretti interessati, ma al tempo stesso erano anche una spinta alla modernizzazione del Paese; le associazioni di categoria degli imprenditori, nel difendere gli interessi dei propri iscritti, contribuivano a formare una nuova dirigenza aziendale e a mettere ordine nello sviluppo delle piccole e medie imprese; la stessa vecchia mafia siciliana, oltre a delinquere, aveva anche funzioni di controllo e regolazione sociale del territorio.

Le due funzioni, quella interna e quella universalistica, erano pienamente rispettate ed erano assolte le funzioni giurisdizionali interne. Basti qui ricordare il caso del dott. Bonifacio che a metà degli anni ’60 fu immediatamente espulso dall’ordine dei medici per una sua presunta cura contro il cancro.

Dall’inizio degli anni ’80 le famiglie sociali, hanno accentuato sempre più la componente corporativistica interna, finendo per abbandonare completamente quella universalistica, trasformandosi così in nulla di più di corporazioni dedite soltanto alla conservazione dei loro specifici interessi e alla difesa ad oltranza dei propri aderenti. Esse hanno cessato ogni funzione universalistica ma hanno mantenuto un potere al limite del ricattatorio nei confronti dello Stato, potere che derivava proprio dalla funzione universalistica che la stessa Costituzione riconosceva loro.

In questa situazione, rischia di essere vano l’appellarsi al concetto di “bene comune” che in teoria dovrebbe orientare ogni atto, economico e sociale, di ciascuno e di ogni gruppo costituito perché l’egoismo dei singoli e dei gruppi vanifica ogni sforzo. Fondamentalmente è il rifiuto di misurare la bontà di un ordine politico a partire proprio dalla concezione di “bene comune”; è la degenerazione Kantiana e Milliana della ricerca della felicità esistenziale ed economica del singolo all’interno del gruppo di appartenenza. Complice l’ondata di immigrazione e i “piazzisti da 4 soldi” che ci speculano per qualche voto in più, abbiamo assistito ad una caduta verticale della fiducia nel nostro simile. Nessuno si fida più di nessun altro, e dalle persone, il concetto si è esteso al tempo e allo spazio: la sfiducia nel tempo futuro e la sfiducia nell’estraneo fuori dal sociale conosciuto, così che è venuto a mancare un elemento basilare delle relazioni economiche e sociali, la speranza di un futuro migliore.

I media, che dovevano in-formare, hanno invece interpretato la realtà per confermare le idee che i propri lettori avevano già, per cui hanno raccontato ciò che più piaceva agli abbonati o a chi guardava quello o l’altro canale televisivo: destra e sinistra hanno fatto a gara a chi disinformava meglio. Torniamo a noi: che cosa può fare di più il cattolicesimo italiano?

Noi sappiamo bene che i corpi intermedi negli Stati a cultura cattolica, hanno, da sempre, una struttura corporativista e non crediamo che si possa cambiare; tuttavia riteniamo che si possa recuperare l’universalità del loro operare per il raggiungimento del “bene comune” attraverso un nuovo contratto sociale, ma soprattutto attraverso un rinnovato modello capace di proiettarsi all’esterno e contribuire alla crescita di tutta la società, in modo diretto e/o indiretto. Per raggiungere questo obbiettivo occorre che il cattolicesimo democratico italiano, prepari un terreno culturale e prepolitico in cui questo indirizzo sia dapprima compreso e poi elaborato da ciascuno secondo le singole specificità.

L’universalismo degli atti, la fiducia nel prossimo e con esso la speranza nel futuro, sono i presupposti per il raggiungimento di quel bene comune che San Tommaso vedeva come premessa per il suo stesso superamento e compiutezza, nella dimensione della Grazia, per la realizzazione del supremo bene spirituale.

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