A giugno si vota in molte amministrazioni locali. Non c’era mai stato un proliferare così massiccio di candidati a sindaco provenite dalle liste civiche. Perché? Cosa c’è dietro? Proviamo a capirlo…

A giugno si vota in molte amministrazioni locali, Pistoia (dove si vota domenica 11 giugno) è una di queste, ma come vedremo il ragionamento lo si potrebbe estendere a tutta la penisola.

Nove candidati a sindaco, 600 a consigliere comunale in 22 liste sono po’ troppi: solo due hanno alle spalle una organizzazione di partito o quello che ne resta, tutti gli altri senza alcuna struttura di supporto, ma evidentemente capaci di mobilitare alcune centinaia di firme e soprattutto 40 candidati ciascuno; in sostanza anche loro hanno un retroterra politico e organizzativo che in qualche modo esprime un consenso tangibile e vero.

Mai c’era stato un proliferare così massiccio di candidati a sindaco; tutti da liste civiche, dunque non possiamo che porci la domanda più ovvia di questo mondo: perché? La risposta non può essere banale e riduttiva perché abbiamo detto in precedenza che ognuno di loro, comunque vada ha una base di riferimento. A questo va aggiunto che fare il Sindaco è un mestiere molto pericoloso perché dal 1992 c’è sempre qualche Pubblico Ministero che manda un avviso di garanzia o la Corte dei Conti che richiede i soldi spesi male.

Come si spiega questa apparente contraddizione? E’ evidente ormai che i partiti, tutti i partiti, non sono più in grado di svolgere la funzione, fondamentale del ‘900, quella di mediazione sociale. Una mediazione che di fronte ad un problema nuovo o a interessi confliggenti, riusciva a trovare soluzioni che in qualche modo tenessero assieme, sotto una unica bandiera, un popolo con interessi variegati; questo succedeva sia a destra che al centro come a sinistra.

Questo era possibile perché c’erano risorse finanziarie sufficienti per far fronte a tutto e a tutti, così che tutte le parti sociali, o corporazioni, usufruivano di benefici, risorse, posizioni o semplice visibilità. Questo meccanismo, nato nel dopoguerra e prosperato negli anni d’oro del boom economico ha continuato, a livello locale fino a tutto il secolo scorso, quando d’improvviso ci siamo accorti che la ricchezza complessiva prodotta non era più sufficiente a garantire il sistema e sono cominciati i tagli.

Ma, come diceva mia nonna, è difficile togliere la “ciccia dalla bocca del gatto”, così le corporazioni più forti hanno continuato a pretendere ciò che avevano prima e i partiti hanno fatto sempre più fatica a fare “sintesi” (tradotto dal politichese vuol dire che non potevano più garantire i privilegi a cui avevano abituato i propri elettori).

E’ per questo motivo che la “cosiddetta società civile” oggi esprime, a Pistoia come nel resto d’Italia, una proliferazione di candidati a Sindaco e di liste fuori da ogni schema; tutte fanno a meno di ogni mediazione e si presentano da sole per garantire i vecchi privilegi ormai minacciati da vicino da una ristrutturazione della spesa pubblica che non è più rinviabile.

Tanto è forte questo bisogno che, superando la pericolosità del mestiere di Sindaco, trovano finanziatori per la campagna elettorale, producono programmi, abbandonano le loro tradizionali professioni e si gettano a capofitto in una contesa che vedrà solo un vincitore e 40 comprimari che per stare su quegli scranni dovranno votare sempre ciò che verrà loro detto di votare; il resto è tutta scena di un teatrino che abbiamo già vissuto.

Una volta la crisi delle acciaierie di Piombino si sarebbe risolta in pochi mesi, oggi sono tre anni che si va avanti e ancora non si vede la fine; con la crisi dell’edilizia non c’è una gru in piedi, ma alla pletora di geometri che abbiamo nel nostro Paese che cosa gli facciamo fare se non produrre carta inutile? Dunque i regolamenti edilizi devono avere come minimo 200 pagine, mentre in Germania non superano le 4 paginette; sono solo due degli esempi a cui potevamo attingere. Per non parlare di commercianti, artigiani, dipendenti pubblici, e chi più ne ha ne metta.

Tutto ciò è anche un sintomo della incapacità della “società civile” di andare oltre ad uno sterile quanto vuoto rivendicazionismo perché se ci fosse un robusto tessuto economico, non avremmo bisogno di difendere i nostri redditi appellandosi unicamente all’intervento pubblico. Esso è rimasto per molti l’unica risorsa disponibile e, come si vede, tutti si aggrappano come il naufrago al relitto. Forse tutti questi naufraghi farebbero meglio a chiedere conto ai comandanti delle loro navi perché li hanno mandati a sbattere sugli scogli, perché i dirigenti delle corporazioni si siano arroccati solo a difendere i privilegi che avevano accumulato senza elaborare proposte con un respiro più ampio che garantisse la crescita e lo sviluppo; perché si chiedono risorse solo al pubblico senza mai mettere in discussione noi stessi?

E’ il fallimento di una intera classe dirigente che ha guardato il dito anziché la luna, ha privilegiato le proprie posizioni di potere fatte di tessere, raccomandazioni, e piccolo cabotaggio, senza avere mai il coraggio e l’accortezza di voltare pagina rispetto ad un modello manifatturiero che stava scomparendo.

Sempre disposti a ricrederci, ma non ci sembra di scorgere proposte in grado di rappresentare come sarà la città tra 10 o 15 anni, manca in tutti un disegno complessivo di ampio respiro che non si fermi alle enunciazioni, ma che indichi i passi e le modalità per costruirlo.

Ormai siamo cresciutelli e non crediamo più alle promesse/bugie elettorali.

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