Non sempre una legge approvata dal Parlamento è una buona legge, anche se viene approvata a stragrande maggioranza. Essa va rispettata, va applicata, ma ogni cittadino ha il diritto, anzi, il dovere di conoscerla, comprenderla e commentarla. E se non la condivide, di esprimere la propria opinione contraria e di mobilitarsi per cambiarla. E deve poterlo fare in piena libertà. A maggior ragione quando accade invece che molti festeggiano…

Non sempre una legge approvata dal Parlamento è una buona legge, anche se viene approvata a stragrande maggioranza. Essa va rispettata, va applicata, ma ogni cittadino ha il diritto, anzi, il dovere, di conoscerla, di comprenderla, di commentarla, ed eventualmente, se non la condivide, almeno di esprimere la propria opinione contraria, se non di mobilitarsi per cambiarla. E deve poterlo fare in piena libertà. A maggior ragione quando invece pare che tutti festeggino. Qui è la misteriosa bellezza della democrazia: dare e garantire voce anche a chi è minoranza, a chi si oppone al pensiero prevalente.

Ci si sente un po’ così, in effetti, se si prova a mettere in discussione la recente approvazione del cosiddetto “divorzio breve”, osannato da tanti, nelle aule parlamentari, sui giornali, sui vari media, come una decisiva conquista di civiltà. Ma davvero non si riesce a condividere questa soddisfazione. Più che una conquista, è piuttosto la conferma di un clima culturale individualistico sempre più forte e diffuso, che investe le relazioni familiari per renderle sempre meno rilevanti agli occhi della società. Davanti a una diminuzione così drastica dei tempi di attesa prima dell’addio definitivo, e senza aver previsto tempi e modalità di accompagnamento nei confronti dei coniugi in difficoltà, emerge piuttosto una vera e propria sconfitta e resa dello Stato nei confronti della famiglia. È come se il legislatore dicesse: “fare famiglia è un affare privato, quindi nel bene e nel male, cari cittadini, dovete arrangiarvi. Non aspettatevi niente dall’intervento pubblico. Sono solo affari vostri”.

Avevamo tentato, come Forum delle associazioni familiari di introdurre nel dibattito pubblico il tema della prevenzione della crisi, dell’accompagnamento alle coppie in difficoltà attraverso consultori, accompagnamento psicologico ed educativo, servizi di mediazione. Abbiamo chiesto di non costruire leggi che rendessero irrilevante la permanenza dei legami. Ma le scelte del Parlamento sono andate in un’altra direzione. Noi però continuiamo a credere che la famiglia stabile rappresenti un elemento fondamentale del capitale sociale di un Paese. Crediamo che il legame di coppia sia un valore sociale, che va sostenuto, e non abbandonato. La famiglia genera “bene comune”, soprattutto per i figli e per i progetti di vita delle persone. Siamo perciò convinti che sia un grave errore, che lo Stato “si chiami fuori” da una responsabilità come questa.

Del resto siamo delusi ma non sorpresi: si tratta di una scelta non molto diversa dal modo in cui le la famiglie vengono oggi trattate dalla politica fiscale ed economica (o meglio, “non” trattate): come uno spazio privato, di cui non assumersi responsabilità. E così la povertà cresce, le famiglie con più figli diventano sempre più povere, e il fisco è sempre più indifferente, se non addirittura nemico, della famiglia e dei carichi familiari di solidarietà.

Anche il fatto che non si faccia alcuna differenza, sui tempi per il divorzio, tra chi ha figli e chi non ha figli, ci pare davvero grave, un ulteriore segnale di resa. È oggettivamente riscontrabile che la separazione dei genitori scarica sui figli un compito difficile da governare, ed è altrettanto evidente che vivere in un contesto di estrema conflittualità tra i genitori esponga i figli a rischi peggiori. Ma proprio per questo occorre non lasciare da sole le famiglie, la coppia, i bambini, proprio durante la crisi, oltre che durante il percorso finale della separazione. Che rimane un fatto complesso, non solo per i figli ma per gli stessi coniugi. Comunque vadano le cose, rimarrà la ‘ferita’ da gestire nel tempo. E ancora una volta lo Stato afferma che in questo evento non intende assumersi alcuna responsabilità pubblica.

Comunque non perdiamo la speranza; sappiamo che le persone nei progetti familiari cercano e costruiscono la propria felicità in una scelta d’amore e di libertà che precede di molto le azioni pubbliche dello Stato: si fa famiglia non perché lo Stato ci aiuta (altrimenti in Italia saremmo davvero a zero!), ma perché, nonostante tutto, è nella famiglia che la stragrande maggioranza delle persone costruiscono i propri progetti di vita, e così facendo diventano, nella famiglia, e per la società “costruttori di bene comune”. Non che le scelte pubbliche non influenzino cultura e scelte familiari. Aveva ragione Giorgio Campanini, quando, con grande capacità anticipatoria, già nel 1999 ricordava che “molte cose sono passate e passeranno; ed invece, nonostante le ricorrenti e ricorrentemente smentite profezie, la famiglia resta. Che resti come una componente residuale di una società orientata in senso individualistico ed economicistico (ma, appunto per questo, destinata ad inaridirsi), oppure come struttura portante di una nuova società a misura d’uomo, è questa la grande scommessa sul futuro: una scommessa il cui esito dipenderà anche dalle politiche sociali, pur se non soltanto da queste”. Purtroppo la nuova legge sul divorzio breve ha fatto la scelta di campo sbagliata.

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