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Perché Papa Francesco trova sempre maggiori simpatie nelle democrazie laiche occidentali? Perchè riunisce folle sterminate in ogni parte del mondo? La risposta forse la si può trovare in un pontificato che propone una Chiesa che non pone steccati preventivi e che riconosce il “bene” dell’altro, ma che al tempo stesso si colloca su di un gradino superiore perché è capace di dare un messaggio universale

Perché Papa Francesco trova sempre maggiori simpatie nelle democrazie laiche occidentali?
Ovunque vada Papa Francesco riesce a coinvolgere milioni di persone che non si accontentano di vederlo per interposta persona, la televisione, ma che vogliono vederlo da vicino, stingergli la mano, addirittura toccarlo.

Ma le folle delle Filippine (sette milioni di persone che hanno assistito alla sua messa), hanno una motivazione diversa da quelle di Filadelfia. Le prime vedono in lui la speranza di un mondo migliore, con meno privazioni di quante ne subiscono oggi, le seconde, laiche, hanno il desiderio di una scala di valori definita e consolidata e vedono nel Papa colui che solo può incarnare il loro desiderio.

In tutta la cultura occidentale il concetto di democrazia è ormai fortemente radicato, così come è radicato quello di uno stato laico, eppure, sia a livello emotivo delle folle, sia a livello intellettuale più ragionato, c’è un sentimento di adesione al messaggio pontificio in giro per l’Europa e l’America. Certo la figura di Papa Bergoglio è di quelle che suscitano una scala che va dall’amore dei fedeli fino all’interesse sincero per i non credenti, ma quanto sta accadendo non può essere ricondotto solo ad una “simpatia” personale che pure c’è e si sente; è qualcosa di più profondo che attraversa appunto le mature società democratiche e laiche dell’Occidente.

Oggi la democrazia sembra presupporre l’assenza di un “bene comune” da perseguire; lo Stato ha semplicemente il compito di determinare le condizioni generali affinché le singole persone possano sviluppare appieno le proprie intrinseche aspirazioni. Quindi non può esistere una scala di valori assoluta, ma solo relativa e funzionale alla ricerca del bene del singolo o del gruppo di appartenenza. La conseguenza è che la democrazia deve presupporre anche il riconoscimento, su di un piede di parità, del concetto stesso di “bene” di ognuno, perché legato al concetto di libertà individuale. Quindi tanto maggiore è la gamma dei diritti individuali riconosciuti da uno Stato democratico, tanto minore è il concetto di “bene comune”, perché questo è frazionato in mille e mille “beni individuali” che, a volte, collidono tra loro nella vita quotidiana. I “mille beni individuali” della società moderna hanno scale valoriali diverse gli uni dagli altri con la conseguenza che le democrazie occidentali hanno perso la concezione unitaria di ciò che è il “bene”.

Lasciare un bambino o un coniglio da appartamento, in macchina al sole, è ormai considerato dal codice un reato punibile con una pena quasi uguale, come se il bambino o il coniglio potessero stare sullo stesso gradino della scala dei valori umani. Al supermercato il bancone dei prodotti per animali è più lungo e variegato di quello per i prodotti per l’infanzia e la cronaca ci ha consegnato che la vita di un immigrato vale meno di 2 meloni rubati, per fame, in un campo.

Il “bene comune” si è in qualche modo corporativizzato e si è trasformato in un “bene del gruppo di appartenenza” per cui ognuno ha una scala di valori che rispetta e osserva, ma è diversa da quella di un altro gruppo; l’unico tratto comune è semplicemente la tolleranza che permette un riconoscimento reciproco in uno stato di “non-belligeranza” con l’altro gruppo. Nel terzo millennio stiamo confondendo drammaticamente la tolleranza con la libertà; e avendo scale di valori individuali diverse, in ultima analisi, risultano confliggenti nel lungo periodo (sparo sui barconi o accolgo i migranti?).

Le stesse celebrazioni collettive laiche dello Stato (25 Aprile, 2 Giugno, Insediamento del Presidente, ecc…) sono ormai diventate dei rituali privi di un contenuto universale che non riesce più a determinare valori comuni per una intera comunità statuale, se non ricorrendo ai vecchi valori di patria e onore, propri di tutta la destra occidentale, che tanti morti e disastri hanno fatto nel secolo scorso. Così monta nel cittadino medio il bisogno impellente di ritrovare una scala valoriale condivisa e comune a cui fare riferimento nel vivere quotidiano. Nelle società occidentali cresce, sempre più forte, il bisogno di un “bene comune” e di una conseguente scala di valori universali che gli Stati non sono più in grado di offrire.

Il milione di persone presenti a Filadelfia con Papa Francesco rappresentano la punta di un iceberg che chiede, senza neppure rendersene conto appieno, una scala di valori condivisa e per questa strada contribuisce alla formazione del “bene comune” che sente necessario per il completamento della singola personalità oggi smarrita nel relativismo etico e solitario delle periferie urbane. Bergoglio ha compreso perfettamente questo bisogno e lo interpreta al meglio, rifuggendo da una Chiesa che per troppo tempo si ergeva a giudice etico e basta, senza per questo recedere di un passo nel riaffermare con forza la scala di valori cristiani e per questo universali, capace di racchiudere in sé tutti i singoli “beni” personali e di gruppo per arrivare al “bene comune”, di cui tanto si parla ma poco si comprende.

“Chi sono io per giudicare?” Questa è la frase chiave per comprendere il pontificato di Papa Francesco: una Chiesa che non pone steccati preventivi e che riconosce il “bene” dell’altro, ma che al tempo stesso si colloca su di un gradino superiore perché è capace di proporre un messaggio universale che include quelli particolari. Con la “Laudato si’” c’è il rispetto per la natura, o per il coniglietto lasciato al sole in macchina, ma tutto sta all’interno di una scala di valori precisa che determina quel “bene comune” che le folle europee e americane vanno cercando.

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