E’ un atteggiamento culturale e politico che esalta il popolo. Le sue varianti sono molte e, per riconoscerle, si deve osservare l’aggettivo che accompagna: ci può essere un populismo democratico, costituzionale, autoritario. È una "ideologia del popolo" compatibile con basi sociali, dottrine politiche e regimi differenti, che, grazie all’uso dei mass-media, ha modificato in modo radicale la vita democratica

Definizione

Il termine nasce in Russia (narodničestvo, che deriva da narod, cioè popolo, donde narodnik, cioè populista) ma si ritrova poi negli Stati Uniti (populism) e, nel primo decennio nel Novecento, anche in Francia (populisme). In Italia il termine populismo arriva dopo la Prima guerra mondiale. Ne troviamo esempio in un articolo del 3 dicembre 1921, con in calce la firma Baretti Giuseppe (in realtà Piero Gobetti), pubblicato presso L’Ordine Nuovo, famosa rivista fondata da Antonio Gramsci che “usciva quando usciva”. Effettivamente il populismo, come atteggiamento culturale e politico che esalta il popolo, è inizialmente fondato su principi e programmi in larga parte ispirati al socialismo. Eppure le varianti del populismo sono molte e, per riconoscerle, si deve osservare l’aggettivo che accompagna: ci può essere un populismo democratico, costituzionale, autoritario e così via. È comunque una ideologia del popolo compatibile con basi sociali, dottrine politiche e regimi assai differenti. Come afferma Nicola Tranfaglia (2014), “i populismi possono legarsi a ideologie di destra come di sinistra, avanzate o invece arretrate, adottare programmi economici tra loro opposti (…). Sono, per così dire, ideologicamente interscambiabili”.

rn
Il populismo ha modificato modi tradizionali di comunicazione politica, con un linguaggio diretto ed esplicito, con l’effetto di trasformare anche la politica stessa.

Un fenomeno storico

Il populismo è stato oggetto di molta indagine storica. Tre sono i modelli che proponiamo in questa sede, per quanto una ricostruzione del fenomeno populista sia assai complessa ed inevitabilmente parziale. Si tenga presente, come ogni fenomeno politico, che anche il populismo va collocato nella storia politica di un Paese. A titolo di esempio si può menzionare il governo di Napoleone III Bonaparte, ovvero di un’azione ispirata al tentativo tutto francese di restaurazione: ecco, secondo la ricostruzione operata da alcuni studiosi e filosofi (in particolare Marx ed Engels, Michels e Gramsci) il “bonapartismo” presenta tutte gli elementi che oggi caratterizzerebbero il populismo, in particolare il rapporto tra i capi e le masse. Eppure questa esperienza è perfettamente collegata – nell’esempio citato – con la storia politica francese. Ma intanto andiamo con ordine, e presentiamo tre modelli generali.

Il primo è il già citato populismo russo
, ossia il movimento culturale e politico sviluppatosi tra l’ultimo quarto e gli inizi del XX secolo. Il populismo russo propone l’abolizione della servitù della gleba (1861) – all’insegna del motto “Terra e libertà” (Zemlja i Volja) – nonché un generale miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate, specie dei contadini, e la realizzazione di una specie di socialismo in antitesi alla società industriale occidentale. La propaganda ha un ruolo particolare, attraverso con gli intellettuali che si occupano di convincere il popolo traducendo un’azione rivoluzionaria, culminata effettivamente nel 1881 con l’uccisione dello zar Alessandro II. Il populismo russo non costituisce di per sé un vero e proprio appello al popolo, perché mira soprattutto a mobilitare gli intellettuali, come dimostra lo stesso motto (“andare verso il popolo”), che implica l’alterità del popolo rispetto a coloro i quali l’appello viene rivolto.

Il secondo è il populismo nordamericano
, che mira invece alla diretta mobilitazione dei ceti medi (in particolare dei piccoli proprietari terrieri del West e del South), che lotta contro le élite finanziarie e politiche della costa atlantica. Nel 1891, a Cincinnati, viene fondato il People’s Party, ma inserendosi nel contesto peculiare del bipartitismo statunitense, come elemento tanto disturbatore quanto riformista, finisce per disperdersi parte nei ranghi democratici progressisti parte in quelli repubblicani conservatori.

Il terzo è il populismo dell’America Latina
, dove si manifesta direttamente come forza di governo, con almeno due varianti. La prima si riconduce ad una forma classica (apparsa tra il 1930 e il 1960, rappresentata da Vargas, Cardenas, Peron e Haya e La Torre) e una seconda che è contemporanea (Fujimori, Bucaram, Menem, Collor e Chavez). La prima ha come base sociale la classe lavoratrice organizzata, mentre la seconda si poggia sui membri dell’economia informale; la prima è fortemente statalista, la seconda apre al libero mercato.

Il dibattito sul tema

Il populismo costituisce sicuramente uno dei fenomeni più controversi e dibattuti dalla politica contemporanea. Per ricostruire i passaggi chiave facciamo riferimento al prezioso contributo di Maurizio Serio. A partire dagli anni Settanta del XX secolo, per esempio, si sviluppa un rilevante dibattito sul populismo o meglio sulle nuove forme che il populismo via via assume (neo-populismo) e sta assumendo. Si pensi a contributi quali il Convegno di Londra del 1967, dove si parla di populismo come sindrome o come malattia della democrazia (Peter Wiles 1969) o come forma politica in continuità con la tradizione della Gemeinschaft (Isaiah Berlin 1968). A questi lavori pioneristici seguono un considerevole numero di studi riferiti alle condizioni dell’America Latina, crocevia di modernizzazione e di autoritarismo (varghismo, peronismo, aprismo) per le quali si conieranno espressioni quali, ad esempio, il nazionalpopulismo (Gino Germani).

Negli anni Ottanta segnaliamo un approccio fenomenologico, con il lavoro di Margaret Canovan (1981), che distingue fra un populismo agrario (il People’s Party degli Usa, i movimenti contadini dell’Est Europa, il socialismo agrario degli intellettuali russi) e un populismo politico (peronismo, democrazie referendarie e plebiscitarie, movimenti reazionari nazional-razzisti, oltre a quello stile politico generale che ovunque punta all’appello diretto al popolo e alla sua mobilitazione a fini elettorali).

Gli anni Novanta vedono un considerevole aumento del peso elettorale di partiti definibili come neo-populisti, soprattutto nei paesi europei. Pertanto si incrementano anche gli studi empirici sulle singole realtà nazionali. Interessanti a questo proposito sono gli studi di Yves Mény e Yves Surel (2001), che vedono nel populismo una sfida alla democrazia contemporanea e alle sue élites. Sempre su questo filone Paul Taggart (2002) riprende la già utilizzata metafora della patologia della democrazie rappresentative. Interessante il contributo di Pierre Andrè Taguieff (2003), che legge il populismo nella dimensione dello “stile politico”. In sintesi, in molti degli studi sul populismo, potremmo dire che ci si sofferma sul legame tra populismo e democrazia, in particolare quel suo essere un’aporia della democrazia.


Il populismo in Europa

Un caso esemplare della rilevanza del populismo nella discussione e delle conseguenze della sua sottovalutazione da parte degli “esperti”, è evidente nei referendum che nel 2004 conducono al rifiuto della Costituzione europea (cfr. Chiantera Stutte 2014). Il sostegno al processo di costituzionalizzazione dell’Unione, dato per scontato dai leader dei maggiori partiti, trova l’imprevedibile scoglio nel populismo, consegnando Paesi considerati solidi pro-europeisti, come l’Olanda e la Francia, ai movimenti populisti antieuropeisti. Molti osservatori sottolineano che l’aver trascurato le questioni e i meriti dell’Europa unita favorisce i partiti populisti nella mobilitazione del voto di protesta contro la politica interna, incanalando le paure contro un obiettivo comune: l’allargamento e l’approfondimento dei legami interstatali nell’Unione Europea. Il populismo europeo si manifesta attraverso una linea politica conservatrice, fondata sulla difesa gelosa delle prerogative della sovranità nazionale, appoggiando i settori contrari a una società multiculturale e aperta.

Oggi il populismo europeo associa forze politiche diverse e, talora, opposte fra loro, ma unite contro l’Unione Europea e contro l’euro. Di populismo si parla per il Front National di Marine Le Pen in Francia, per la Lega Nord in Italia, per il partito di ultradestra austriaco Fpoe, per l’Ukip nel Regno Unito. A questo gruppo si possono coinvolgere gli antieuropeisti (link) del Nord Europa e dell’Est. Proprio in merito all’est europeo si pensi al Fidesz di Viktor Orbán, in Ungheria. Un caso particolarmente interessante è quello greco, con Alba Dorata (Diamanti 2014).

Il populismo in Italia
In Italia il populismo ha trovato la sua più importante manifestazione storica nel fascismo inteso sia come cultura sia come azione, caratterizzandosi come una sua variante più aggressiva e drammatica che altrove (Incisa 1990). Infatti nel movimento fascista, guidato da Benito Mussolini – visto come l’uomo nuovo in grado di parlare al popolo – il ricorso alla violenza e alla via parlamentare convivono tranquillamente (Tranfaglia 2014). Il richiamo al popolo e alla sua mobilitazione sono delle costanti della concezione fascista della politica.

Con la Repubblica molte delle azioni compiute sia dalla Dc sia dal Pci possono essere classificate nell’ambito del populismo, soprattutto sul piano della comunicazione, anche se sulla base degli elementi che più avanti descriveremo – non si può affatto parlare di populismo per alcuno dei grandi partiti che hanno ricostruito l’Italia dopo la tragica esperienza fascista. Si pensi anche solo alle molte iniziative per sollecitare l’azione della società civile e all’assenza di veri e propri leader carismatici.

Ma dopo la crisi politica degli anni Settanta inizia il declino di un sistema politico che si concluderà in modo repentino solo con l’esplodere dell’inchiesta denominata Tangentopoli. Le molte esperienze politiche che seguono alla ricostruzione del quadro politico italiano possono benissimo rientrare nella definizione di populismo, per alcuni dei tratti che esse hanno assunto (ruolo carismatico dei leader, rifiuto della macchina della politica). Si pensi ai casi della Lega Nord e di Forza Italia. Il populismo si presenta come un sostituto dei partiti, rivelandosi uno strumento utile a livello nazionale e simile ai vecchi partiti, sia per selezionare le élites sia per ricomporre la rappresentanza locale (Salvati 2010). In particolare l’ascesa e l’affermazione di Silvio Berlusconi può essere utilmente letta utilizzando il concetto di populismo. Infatti la forza di Berlusconi è stata quella di “dare rappresentanza alla società italiana, quale essa è”, ossia “nell’avere sdoganato l’italiano medio particolarista ed antipolitico” (Orsina 2001) facendo leva sulla tradizionale diffidenza degli italiani verso i partiti politici veri e propri a favore di un rapporto più diretto col “capo”.

Il populismo del M5S e del suo leader Beppe Grillo dimostra invece come esso, dal punto di vista ideologico, possa oscillare tra destra e sinistra senza timori, fino addirittura ad arrivare alle punte estreme (si pensi all’accordo parlamentare con l’inglese Ukip). Grillo, dunque, si fa interprete del distacco che si è creato in Italia tra i partiti politici e la società civile. Grillismo e berlusconismo esprimono e rappresentano dunque – nonostante le diversità – la ribellione della società contro il fallimento della politica come professione, contro la casta politica. (Orsina 2011). Tentazioni neopopuliste sono presenti anche in altre forze e figure politiche di primo piano. Come afferma Tranfaglia, lo stesso “Partito Democratico che voleva dar vita a un Pase normale (…) finisce sempre più per avvitarsi su se stesso esposto ai venti forti del neopopulismo” (Tranfaglia 2014).

Caratteristiche del populismo

Se dovessimo tradurre tutto in un’elencazione di caratteristiche o di descrizioni, sceglieremmo le seguenti.

1. [il cuore è il popolo] Il popolo costituisce, pur nelle svariate interpretazioni del populismo, un organismo unificato, un “tutto” che si radica in un heartland, cioè in un posto «in cui, nell’immaginazione populista, risiede la popolazione virtuosa e unificata» (Taggart 2000). Per questo il populismo non ammette differenze e ancor meno divisioni di classe, di ceto, di reputazione al suo interno. Il suo modo di conoscere la realtà è il “senso comune”, il giudizio dei semplici, proclamato dai leader populisti come il metro indiscusso della bontà di una politica. Si arriva ad avanzare “la pretesa di rappresentare il popolo o di esprimere il significato autentico dei valori e della storia di un paese” (Urbinati 2014).

2. [conservatori, non progressisti] Il populismo, al contrario del socialismo, non mira a emancipare, riformare, educare, o fornire una coscienza al popolo; il popolo, col suo modo di vita , va conservato, preservato e difeso così com’è dagli altri, ovvero i politici corrotti, gli stranieri, l’alta finanza e le multinazionali. Il populismo non mira a trasformare o cambiare radicalmente il sistema politico, ma a rovesciare le gerarchie esistenti. (Chiantera Stutte 2014).

3. [attacco alla democrazia] Il populismo è l’esplicitazione di una tensione interna alla democrazia, che trova la sua espressione nell’attacco alla democrazia stessa. L’attacco si fonda sul superamento e la risoluzione di alcuni dilemmi inerenti alla democrazia. Si pensi alla richiesta di una maggiore partecipazione popolare e alla contemporanea negazione della professionalizzazione delle carriere politiche. La rivendicazione per una rappresentanza più popolare cresce però con una maggiore indifferenza politica e con l’esclusiva valorizzazione del benessere materiale da parte dei cittadini.

4. [attacco alle élite] Il populismo considera la società separata fondamentalmente in due gruppi omogenei e antagonisti, il popolo (puro) e l’élite (corrotta); la politica dovrebbe essere espressione della volontà generale del popolo. L’idea che domina il populismo è il rovesciamento della concezione elitista dove l’elitismo sembra essere la logica nascosta del populismo. Si postula che il popolo sia sottoposto alla classe dominante e quindi la separazione descrittiva tra élite e popolo diviene valoriale.

5. [obiettivi vaghi] Il populismo si combina con le ideologie più disparate perché non presenta programmi politici definiti, ma si sostiene su un’idea generale e normativa della differenza fra capi e masse e sul concetto “centrale” di popolo. Per questo il populismo non ha generalmente chiaro e definito il suo traguardo: tutto dipende dalle circostanze e dai vincoli della congiuntura. I populismi nascono e si acconciano all’antropologia di un popolo più che alle forme vigenti del politico (Giovanni Bianchi 2014).

6. [nuovi politici] Non è avanzata un’istanza di nuova progettualità politica, semmai lo sviluppo di nuovi partiti e nuovi rappresentanti vicini al popolo e non corrotti. L’apoliticità programmatica dei populisti non significa rifiuto della politica tout court in nome di un progetto alternativo, come nel movimento anarchico, o la preparazione di una rivoluzione dei rapporti economici e politici, come nel marxismo. Essa si manifesta nella mera negazione: nel rifiuto dei partiti attuali e nella riproposizione di altri partiti che dovrebbero rappresentare il popolo.

7. [ruolo centrale dei tecnici] Il populismo si fida più facilmente degli esperti, dei tecnici, che dei politici: i primi sono parte del popolo, in quanto cittadini professionisti, i secondi, invece, costituiscono una casta, cioè un gruppo definito in termini moralistici e normativi. Esempi significativi di questo stile politico e atteggiamento sono estremamente visibili sia nel populismo della Lega Nord, sia nel Movimento Cinque Stelle: entrambi attaccano la classe politica, pur esplicitando la loro fiducia in tecnici e amministratori esperti tratti dalle loro fila (Chiantera Stutte P., 2014). Effettivamente potremmo anche affermare che con l’affermarsi del populismo, come afferma Tranfaglia (2014), “la politica scompare, o riappare, all’interno di regimi trasformati o di regimi di tipo tecnocratico”.

8. [rapporto diretto con il popolo, società civile vuota] Il populismo presenta un rapporto diretto e – quasi – carnale tra il popolo e il carisma del leader populista. Questa relazione “malata” consente di capire anche l’idea centrale del populismo, ovvero la relazione/idenficazione fra popolo e capi. Il populismo elimina i corpi intermedi (associazioni, comunità, sindacati, qualunque forma associativa autonomamente espressa dal popolo), perché cerca il rapporto diretto tra il leader e le masse. Questo accorciamento non aumenta la democrazia, semmai accorcia lei stessa. "Il populismo presuppone una società civile incapace di produrre domande", perché ridotta al ruolo ancillare di colei che dice sempre sì (Canfora L., Zagrebelsky G. 2014).

9. [comunicazione diretta] Il linguaggio del populismo è importantissimo, e si avvicina alla logica pubblicitaria. In essa è sempre l’offerta che crea la domanda e il "piazzista" che offre il prodotto deve presentarsi senza dubbi. (Giovanni Bianchi 2014)

Il pensiero delle Acli
Le Acli in diverse occasioni – sia nell’ambito dei loro Incontri nazionali di studi sia in occasione di competizioni elettorali politiche ed europee – hanno espresso una forte critica delle derive populiste della politica italiana ed europea. In particolare segnaliamo la riflessione proposta nell’ambito del 41° Incontro nazionale di studi di Perugia dal titolo "Destra e Sinistra dopo le ideologie. Dalla democrazia rappresentativa alla democrazia d’opinione", dove le Acli – presentando i risultati un’indagine condotta dall’Iref sui sentimenti degli italiani e il loro rapporto con la politica, la partecipazione, la destra e la sinistra – hanno affermato come l’Italia sia diventato un Paese preda di preoccupati forme di populismo.

Più recentemente il Presidente nazionale delle Acli, Gianni Bottalico, nell’ambito della direzione nazionale del giugno 2014 ha avuto modo di osservare, parlando delle elezioni europee, che “Francia e Regno Unito hanno visto l’affermazione preoccupante delle forze populiste del Front National di Marine Le Pen e dell’Ukip di Farage”.

Bibliografia

Berlin I., Hofstadter R.,D. MacRae, To define populism, "Government and Opposition", Volume 3, Issue 2, pages 137-180, Aprile 1968.
Bianchi G.,La democrazia ai tempi del populismo, (12 novembre 2014) in www.benecomune.net
Buttaroni C., Identità rarefatte (12 novembre 2014) in www.benecomune.net
Canfora L., Zagrebelsky G., La maschera democratica dell’oligarchia, dialogo a cura di Preterossi G., Laterza, Bari 2014.
Caldiron G., Populismo globale, Manifestolibri, Roma 2008.
Canovan M, Populism, London 1981.
Canovan M., Trust the People! Populism and the Two Faces of Democracy, Political Studies n. 47/1999.
Chiantera Stutte P., Rappresentanza politica e populismo: alcune riflessioni in Politics (2014).
Crispini F., Del populismo: indicazioni di lettura,  Pellegrini, Cosenza 2011.
Diamanti I., Siamo tutti populisti in www.repubblica.it (22/4/2014).
Ilari D., La deriva populista delle democrazie, Youcanprint Self-Publishing, Tricase (LE) 2014.
Incisa L., “Populismo” in Bobbio N., Matteucci N., Pasquino G. (a cura), Dizionario di Politica, Milano, Tea 1990, pp.832-838.
Laclau E., La ragione populista, Laterza Roma-Bari 2008,
Lanzone M. E., Populismo e nuove forme di partecipazione politica. Il caso del Movimento 5 Stelle – Paper 2012 in www.sisp.it.
Lukcas J., Democrazia e populismo, Longanesi, Milano 2006.
Mastropaolo A., La mucca pazza della democrazia. Nuove destre, populismo, antipolitica, Bollati Boringhieri, Torino 2005.
Mény Y., Surel Y., Populismo e democrazia, Il Mulino, Bologna 2001.
Merker N., Filosofie del populismo, Laterza, Roma-Bari 2009.
Orsina G., Il berlusconismo nella storia d’Italia, Marsilio, Venezia 2011.
Salvati M., Populismo, linguaggi, comportamenti: crisi o trasformazioni della democrazia? in www.fondazionebasso.it
Serio M., Ipotesi sul (neo)populismo “Centro Toqueville-Acton” Paper, n. 22 – dicembre 2008 in www.cattolici-liberali.com
Sulas M., Lo spettro populista sulle elezioni europee, “Eurasia" 2014 in www.eurasia-rivista.org
Tagger P., Il populismo, Citta Apertà, Troina (En) 2002.
Taguieff P. A., L’illusione populista, Mondadori, Milano 2003.
Tarchi M., L’Italia populista. Dal qualunquismo a Beppe Grillo, Il Mulino, Bologna 2013.
Tranfaglia N., Populismo. Un carattere originale della storia italiana, Castelvecchi, Roma 2014.
Urbinati N., Il populismo come confine estremo della democrazia rappresentativa, in Micromega (16 maggio 2014).
Urbinati N., Democrazia sfigurata. Il popolo tra opinione e verità, Università Bocconi, Milano 2014.
Wiles P., A Syndrome, Not A Doctrine. In "Populism – Its Meanings and National Characteristics", edited by G. Ionescu and E. Gellner, London 1969.
Zanatta L., Il populismo in America Latina. Il volto moderno di un immaginario antico (2002).
Zanatta L., Il populismo, Carocci, Roma 2013.
Zanatta L., Il populismo come concetto e categoria storiografica (2005) in www.sissco.it
Ti è piaciuto questo articolo? Condividilo!

FACEBOOK

© 2008 - 2017 | Bene Comune - Logo | Powered by MEDIAERA

Log in with your credentials

Forgot your details?