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Questo libro ci fa comprendere come è stato aiutato  – da stati sovrani a sottrarre i propri guadagni alla normale e dovuta tassazione – chi ha guadagnato in questi ultimi 30 anni, in cui le disuguaglianze sono aumentate in tutti i paesi. Ci fa intraprendere un viaggio nelle isole del tesoro, in quei luoghi di cui non si deve parlare per non disturbare il manovratore, ma che è bene invece conoscere per sapere cosa sta accadendo.

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Soldi ben spesi, quelli per questo libro, perché ci aiuta a comprendere come è stato aiutato – da stati sovrani a sottrarre i propri guadagni alla normale e dovuta tassazione – chi ha guadagnato in questi ultimi 30 anni, in cui le disuguaglianze di reddito sono aumentate in tutti i paesi, e in particolare in Italia. Il libro – come si scopre subito sfogliando l’indice – è una cavalcata in ciò di cui non si deve parlare per non disturbare il manovratore, ma che è bene invece conoscere per sapere cosa ci sta accadendo.
Paradiso fiscale sappiamo tutti cosa significhi, ma in effetti non sappiamo che sono stati voluti dagli stati occidentali e sono annidati più che nei paesi esotici che conosciamo, in particolare isole-stato, nella City di Londra e nel Delaware, piccolo stato ex-povero degli USA.

E’ un sistema che è nato apposta per non pagare le tasse nei propri paesi, che ha visto la Gran Bretagna risorgere dalle ceneri del suo impero andato in disfacimento dopo la seconda guerra mondiale e che ha trovato il consenso e la non opposizione della Banca d’Inghilterra, anche contro alcuni governi che si sono succeduti, in particolare i governi laburisti, i quali avevano in programma di ridurre l’autonomia della City di Londra, ma non ci sono riusciti.

La City ha una governance indipendente dallo Stato inglese, che sembra risalga a prima della conquista normanna, con giurisdizione su 9.000 persone e 23.000 aziende che votano per le proprie autorità. E’ un club esclusivo che si fonda su chi esce da Eton e dalle migliori (!) scuole inglesi, si basa su rapporti di fiducia e che, verso chiunque tenta di limitarne autonomia e poteri, usa metodi che in Italia definiremmo mafiosi: dall’intimidazione al ricatto, alla calunnia e alla delegittimazione.

Più è piccolo lo stato che si fa paradiso fiscale, più questi metodi sono usati per ridurre al silenzio chiunque si opponga. In cambio le piccole popolazioni locali ricevono benefici in termini di ricchezza. Questo nel Delaware, nelle isole del Canale della Manica, nei Caraibi, a Miami in Florida, ma anche in Svizzera e a Wall Street.

Il sistema oramai è collaudato e si basa su altissime professionalità che chiedono ed ottengono legislazioni favorevoli per nascondere il denaro, per renderlo irrintracciabile, non tassabile dai governi sovrani, per sottrarlo al dovere di solidarietà che vincola gli uomini.  Un sistema che favorisce pochissimi, anche meno dell’1% della popolazione mondiale a scapito del rimanente 99%.

E’ molto utile leggere il decimo capitolo dove si illustra l’ideologia di chi difende i paradisi fiscali e la loro utilità per la crescita dell’economia mondiale. Ci si rende conto della scarsa o nulla considerazione delle conseguenze sulle altre persone che non facciano parte di questo club di ultraricchi.

C’è un sistema di complicità in alto e in basso che è molto difficile da debellare, se non con una maggiore e capillare informazione su chi sottrae risorse agli Stati nazionali per una anche minimamente equa redistribuzione della ricchezza. Nessuno fa mai soldi da solo, anzi paga profumatamente collaboratori e consulenti, per poter sottrarre il proprio patrimonio alla tassazione dello stato sovrano, che viene ritenuto un ladro. Infatti il ricco considera – come un tempo i nobili – sua esclusiva proprietà il proprio denaro su cui nessuno può dire o fare nulla.

Pensavamo che quel tempo fosse passato  e invece è ritornato con prepotenza. Anche i governanti del mondo non possono, o meglio, non intendono far nulla. L’intenzione di combattere i paradisi fiscali durante il G20 svoltosi nel momento peggiore dell’ultima crisi, non ha sortito alcun effetto pratico, se non quello di legalizzare di fatto i paradisi fiscali, mettendoli nella lista bianca con un sotterfugio legale. Dal 2009 la lista nera dei paradisi fiscali è vuota. Una ulteriore presa in giro.

Solo un serio e deciso movimento di mobilitazione dal basso a livello mondiale potrà fare qualcosa per ridurre un poco questa situazione di profonda disuguaglianza e ingiustizia: fino a quando si penserà che è giusto non far sapere l’ammontare del proprio patrimonio – non all’opinione pubblica –, ma almeno ai governi legittimi; fino a quando si pensa che la proprietà privata non debba avere alcun limite, ma sia un diritto assoluto; fino a quando le legislazioni permetteranno di non conoscere chi siede nei consigli d’amministrazione delle aziende e chi è veramente il proprietario di esse; fino a quando si ritiene che il segreto bancario sia un bene per la collettività e non invece per pochi privilegiati che se lo possono comprare; fino a quando non ci sarà la tracciabilità dei soldi, che permette ad evasori e criminali a sottrarsi a qualunque controllo, non si potrà fare nulla contro la grande evasione fiscale che coinvolge le grandi multinazionali e i veri ultraricchi.

Le dieci proposte del capitolo finale sono:
– perseguire la trasparenza
– mettere al primo posto delle riforme le esigenze dei paesi in via di sviluppo
– affrontare la ragnatela britannica
– riformare i sistemi fiscali nazionali aumentando, tra l’altro, la tassazione fondiaria
– intervenire sugli intermediari e gli utenti privati dell’offshore
– riformare il settore finanziario evidenziando ed arginando quei luoghi che cercano di attirare le imprese offrendo strutture politicamente stabili per aiutare le persone fisiche o giuridiche ad aggirare le norme e i regolamenti di altre giurisdizioni
– ripensare il concetto di responsabilità aziendale
– ripensare l’idea di corruzione ampliandola anche ai facilitatori del riciclaggio
– promuovere un cambiamento culturale

Nicholas Shaxson, Le isole del tesoro. Viaggio nei paradisi fiscali dove è nascosto il tesoro della globalizzazione, Feltrinelli, Milano 2012.

Citazioni

“Nell’aprile 1998 l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), un club di paesi ricchi che comprende le più importanti giurisdizioni segrete del mondo, fece un’ammissione sorprendente, dichiarando che i paradisi fiscali sono estremamente dannosi. I paradisi fiscali e le attività off-shore associate, riconosceva un rapporto dell’Ocse, erodono la base impositiva di altri paesi, creano distorsioni nei flussi dei commerci e degli investimenti e pregiudicano l’equità e la neutralità dei sistemi fiscali in generale e il consenso sociale nei loro confronti. Questa concorrenza fiscale deleteria incide negativamente sul benessere globale e mina la fiducia dei contribuenti nell’integrità dei sistemi fiscali. L’offshore è non solo un luogo, un sistema e un processo, ma anche un insieme di argomentazioni ideologiche. A quel tempo, a Washington si respirava un clima di generale avversione nei confronti del fisco.

"Un senatore del Delaware, William Roth, aveva montato un attacco contro lo US Internal Revenue Service (Irs), nell’ambito di una strategia repubblicana che mirava esplicitamente a estirpare alla radice e gettare via il codice delle imposte sui redditi, in modo che non ricresca mai più. In un’efficace pièce di teatro politico, Roth, un sostenitore maniacale degli sgravi fiscali per i contribuenti ricchi, aveva chiamato alcuni agenti dell’Irs a deporre in udienza come malavitosi, protetti da uno schermo e con la voce alterata elettronicamente. I suoi uomini avevano movimentato le udienze con ogni genere di aneddoti sugli agenti dell’Irs, accusandoli di effettuare perquisizioni indossando giubbotti antiproiettile e di costringere le adolescenti a cambiarsi d’abito con la pistola puntata".

"Come nel caso della Svizzera è probabile che i capitali in fuga affluiscano negli Stati Uniti da ogni parte del mondo," iniziava la nota, che poi proseguiva con una serie di lamentele. Gli enti americani e quelli sotto il controllo americano si trovano a lungo andare pesantemente penalizzati quando devono competere nel mercato dei capitali in fuga con istituzioni svizzere o di altri paesi specializzate in queste operazioni."

“Una delle ragioni per cui gli Stati Uniti non riuscivano a richiamare grandi volumi di denaro sporco, sosteneva il documento, era la dimostrata capacità da parte del Tesoro e del ministero della Giustizia americani, della Cia e dell’Fbi di imporre la presentazione di documenti dei clienti, di sequestrare i loro conti e di far testimoniare, con l’adeguato appoggio dei tribunali americani, i funzionari americani di istituti sotto controllo americano".
“C’erano poi il problema della tassazione, i rischi associati alla Guerra fredda e la convinzione, nutrita da alcuni investitori stranieri, che gli operatori del mercato monetario americano fossero ingenui e inesperti nell’investire i fondi esteri, specialmente sui mercati esteri. Il documento criticava anche le politiche e le regolamentazioni restrittive degli Stati Uniti in materia di investimenti e intermediazione, "che limitano la flessibilità e la segretezza delle attività di investimento”.
“Il messaggio era inequivocabile: l’America doveva trasformarsi in un paradiso fiscale. Nel documento si diceva, in effetti, che gli Stati Uniti dovevano prendere il posto della Svizzera. Se gli Usa fossero diventati il centro criminale del mondo, tutti i capitali illeciti sarebbero affluiti lì. Era così che speravano di finanziare la guerra in Vietnam, ha detto Hudson. Gli Stati Uniti volevano il denaro proveniente da attività criminali estere, il che era considerato patriottico, ma non i proventi del crimine americano".
“L’agente nell’ascensore suggerì a Hudson di scoprire a quanto ammontassero i capitali illeciti stranieri su cui gli Stati Uniti potevano mettere le mani. Fino al 2005 le banche statunitensi potevano accettare liberamente i proventi di una lunga serie di crimini commessi fuori del paese, inclusi il traffico di esseri umani, l’associazione a delinquere, il peonaggio (lavoro forzato) e la schiavitù. Negli Stati Uniti trarre profitto dal crimine è legale, purché l’attività criminale venga commessa all’estero. Alcune di queste scappatoie legali oggi sono state eliminate, e gli Stati Uniti hanno varato provvedimenti per gestire alcune delle altre, benché spesso solo in maniera indiretta e incompleta. Ma resta comunque vero che una banca statunitense può consapevolmente accettare i proventi di un ampio spettro di reati, come la compravendita di immobili rubati, purché perpetrati all’estero. Gli Stati Uniti sono totalmente aperti al denaro sporco, proprio come aveva anticipato il documento di Hudson”.
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