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Oggi in Italia comanda nessuno. O meglio, si comanda solo col denaro. Il potere si concentra nelle ingorde e familistiche caste, nell’invadente magistratura, nella vorace e intoccabile pubblica amministrazione. La via d’uscita è quella del potere inteso come poliarchia dove più soggetti – dai partiti alle diverse rappresentanze e funzioni sociali – riconquistino autorevolezza. E si dovrà porre al centro la questione del lavoro e del profitto, non della rendita

Si tratta di un testo assai complesso, nonostante le poche pagine che esibisce. Molta sostanza, antibiotico concentrato eppure a largo spettro.

Il lavoro si apre con un prologo che nella sua semplicità appare – a chi un po’ si è addentrato nelle vie della cittadella della politica – del tutto vera: siccome in Italia comanda nessuno (“molecolarizzazione del potere”), allora si comanda solo col denaro. La grande impresa è… piccola (per effetto della liberalizzazione internazionale), l’impresa pubblica è morta (per effetto della privatizzazione nazionale), i partiti hanno fatto la stessa fine e molti altri corpi intermedi non stanno benissimo. Il potere si concentra nelle ingorde e familistiche caste, nell’invadente magistratura (che fa politica e produce normazione), nella vorace e intoccabile pubblica amministrazione.

Un quadro desolante che si colloca all’interno di un Paese che nasce per interessi di altri Grandi ed è tuttora subordinato a strategie internazionali militari e finanziarie. I poteri italiani provengono dall’esterno. E quindi il potere italico ora si rivela per quello che è: un insieme gassoso di forze che hanno rapporti peristaltici e che sono tenute insieme ormai solo da una tensione internazionale che lega le nostre sorti a quelle della nostra collocazione geo-strategica.

Peraltro in Italia le élite, come quelle descritte da Mosca o Pareto, non sono mai esistite veramente. Solo la Resistenza fonda, per un attimo nello spazio storico, le élite, perché la Resistenza è interclassista (preti, operai, impiegati, imprenditori, militari…), perché sa abbandonare le differenze di interesse per il bene comune del Paese. Ma dura poco: non abbastanza per formare un processo stabile.

E allora il denaro. Non il lavoro. È un fatto che ha conseguenze devastanti, perché il denaro non riesce a classificare socialmente ceti e ruoli sociali, perché non riesce a dare un significato di comunità. Non genera valori e appartenenza pubblica, slancio per il bene della Repubblica, capacità di pensare contemporaneamente agli interessi generali (presenti e futuri) e a quelli particolari, sapendo mettere tra parentesi gli interessi particolari.Ecco perché bisogna credere alla reindustrializzazione, come fece in Gran Bretagna la Thatcher, perchè essa rifonda anche il lavoro.

Sapelli ne ha anche per i cattolici, che non si sono certo distinti per la produzione di élite. Perché il cattolicesimo si è trasformato in una religione anziché inverarsi sempre come fede che dà senso e significato all’esserci nel mondo. Ma poi anche perché i cattolici hanno occupato il potere senza alcuna etica, se non quella di impedire ad altri di occuparlo. La morale cattolica ha storicamente fallito nell’opera di civilizzazione solidaristica e colta delle grandi masse.

E dunque oggi il quadro politico è assai grave. E all’incontrario va. Chi solleva i veri problemi, anche della gente più minuta, lavoro compreso, è la destra. La sinistra è rimasta incantata dal nuovo potere capitalistico personificato dalla finanza e dalle liberalizzazioni: era importante il “nuovo”, una “modernità” che, però, non premia il lavoro.

Ricostruire un potere vuol dire ricostruire una poliarchia dove più soggetti (dai partiti alle diverse rappresentanze e funzioni sociali) riconquistino autorevolezza. Si dovrà porre al centro la questione del lavoro e del profitto, non della rendita. Altrimenti rimaniamo disarmati. Occorre che la funzione politica recuperi presto. Anche perché senza funzione, niente organi. Un avvertimento terribilmente chiaro.

Giulio Sapelli, Chi comanda in Italia, Ed. Guerini e associati, Milano 2013

Citazioni
"[…] penso che l’Italia sia stata e sia un paese a bassa capacità di produzione e riproduzione di classi dirigenti. […] Noi siamo stati in grado di produrre classi dirigenti politiche, industriali e finanziarie quando ci siamo incontrati con saperi che provenivano dall’estero, che erano esteri".

"Quindi la classe dirigente è quella che rinuncia al perseguimento degli interessi particolari".

"[…] la “morte” della “vecchia” classe politica resistenziale, al di là delle divisioni partitiche, ha significato la
circolazione di élite politiche orientate al familismo amorale anziché al bene comune. E questo mi pare sia un fenomeno irreversibile".

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