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«La storia delle mafie è in sostanza il disvelamento della funzione debole dello stato italiano nell’impatto con un territorio che avrebbe avuto bisogno, per liberarsi delle forme violente prestatuali, di un diverso radicamento dello Stato e della rottura radicale con quelle classi dirigenti alleate con le mafie» (p. 408).

Questo è un libro ruvido, che gratta la pelle di chi è sensibile e scorre via sulle dure pelli di coloro che in qualche modo condividono la cultura mafiosa: «Ci sono, dunque, affinità forti tra una certa politica e la mafia, cambiano solo le modalità di operare (con la violenza i mafiosi, con il voto i politici). Due forme di potere che si intrecciano e non si respingono perché basate sulla stessa concezione della cosa pubblica: un bene a disposizione di chi se ne impossessa e la violenza come una delle forme possibili per questo obiettivo. Dentro la cultura della privatizzazione del pubblico è quasi impossibile tenere fuori i mafiosi» (p. 402).

Isaia Sales insegna “Storie delle mafie” all’Università sant’Orsola Benincasa di Napoli, saggista e coautore dell’Atlante delle Mafie edito da Rubbettino. La sua profonda conoscenza del fenomeno mafioso la mette a disposizione, con una passione viva e controllata, a favore di una comprensione originale del fenomeno mafioso nel sud d’Italia, tenendo presente le diverse condizioni storiche e sociali in cui sono nate la camorra, la mafia e la ‘ndrangheta, e più tardi la Sacra Corona Unita, ma evidenziando gli aspetti comuni che ne hanno favorito la nascita e la prosperità nel tempo.

La tesi di fondo è che la fragilità dello Stato unitario e l’alleanza politica degli imprenditori del nord con i latifondisti del sud per impedire alle masse popolari di accedere a condizioni di vita migliori, ha offerto le condizioni affinché i violenti del popolo potessero partecipare al potere traendone i maggiori benefici economici senza partecipare ai doveri del governo. Caso sostanzialmente unico nella storia di ascesa sociale di strati popolari intraprendenti e disposti ad usare la violenza, senza passare per una rivoluzione.

Le puntuali analisi storiche degli inizi delle mafie, ad esempio i riti di iniziazione camorristici mutuati dalle società segrete (carboneria, massoneria, ecc.) dei borghesi, le condizioni di relativa prosperità economica di alcuni territori che necessitavano di una regolamentazione degli affari economici e della giustizia che lo Stato non era in grado di assicurare e che è stato assunto dalle mafie con un trasferimento dell’uso della violenza dallo Stato a privati cittadini, aprono ampi squarci di luce sui processi ancora in corso oggi. Per esempio il fatto che la ‘ndrangheta oggi sia la mafia più forte e che, contemporaneamente, sia anche quella che si è affiliata alla massoneria (o forse anche viceversa, attualizzando così un legame con le origini) entrando in un circuito di relazioni internazionali molto più vasto di quello che solo i legami di parentela con gli emigrati non avrebbe permesso.

Sales argomenta in modo piuttosto stringente, con una serie di fatti storici oramai acclarati, che c’è stata una collusione tra parti della classe al potere e mafiosi, per raggiungere scopi diversi, ma convergenti: mantenere il potere le classi dirigenti, arricchirsi con la violenza le mafie.

Di fatto lo scopo dei mafiosi è quello di accumulare denaro, e in questo non si discostano dai capitalisti, ma il metodo che usano è quello dell’uso o della minaccia credibile della violenza per sottrarlo a chi lo possiede. Essi non producono nuova economia, ma parassitano quella esistente. E questo continuerà ad accadere finché lo Stato non sarà in grado di avocare a sé il monopolio della violenza e garantire una giustizia veloce ed equa.

L’analisi della storia delle mafie è una stringente analisi del potere, della violenza e dell’accumulo della ricchezza in questi ultimi due secoli di storia italiana. Dal punto di vista strettamente culturale oggi la mafia non gode più di buona reputazione, come è accaduto per molti anni, ma «è nel livello politico, economico e istituzionale che va rimarcata ancora una presa notevole della potenza del fenomeno mafioso» (p. 405).

La questione delle mafie è dunque questione nazionale, perché così è stato nel passato e lo è ancora di più oggi che vede il radicamento mafioso anche al centro e al nord, in luoghi che si ritenevano immuni, ma che tali non sono stati, perché la questione mafiosa è, soprattutto, una questione economica.

«La storia delle mafie è in sostanza il disvelamento della funzione debole dello stato italiano nell’impatto con un territorio che avrebbe avuto bisogno, per liberarsi delle forme violente prestatuali, di un diverso radicamento dello Stato e della rottura radicale con quelle classi dirigenti alleate con le mafie» (p. 408).

E’ un libro da leggere con molta attenzione nella sua articolazione storica, sociale, economica, del potere e della violenza, esauriente e puntuale, perché aiuta a una visione più realistica delle mafie e quindi anche a una maggiore capacità e forza d’animo per contrastarle nella vita quotidiana.

Isaia Sales, Storia dell’Italia mafiosa. Perché le mafie hanno avuto successo, Rubbettino, 2015.


Citazioni

"La mafia siciliana fu integrata e legittimata nello Stato che nasceva perché si aveva bisogno della Sicilia e di chi la rappresentava. I piemontesi non capivano e disprezzavano i mafiosi, ma ne avevano bisogno per estendere la loro influenza" (p. 25).

"Insomma si dà mafia quando la violenza privata viene riconosciuta come potere dal potere ufficiale" (p. 31).

"Con le mafie la violenza diventa strumento e modalità di influenza sociale e politica. (…) Le mafie non si limitano a imitare i modelli organizzativi della massoneria o delle società segrete, ma usano come modello il successo della violenza degli aristocratici" (p. 88).

"Dai nobili essi copiano soprattutto il modello di erogare violenza e di sfuggire alla punizione. L’onestà è considerata eticamente sbagliata perché non fa muovere la ricchezza" (p. 89).

"L’organizzarsi in «società» è un reciproco proteggersi, è una chance per emergere, è una educazione alla vita violenta. E’ un metodo" (p. 92).

"Infatti ciò che caratterizzerà i fenomeni mafiosi in Italia non sarà il loro restringersi in campagna o nel latifondo, ma la capacità di esportare il metodo mafioso (arricchirsi con la violenza, integrandosi nella società, in tutte le attività economiche, legali o illegali che fossero, bisognose di essere regolate dalla violenza" (p. 96)

"Le mafie fin da subito si presentano come forme di ascesa sociale tramite la violenza. Certo, per gli strati popolari c’erano poche occasioni per uscire dalla miseria, ma le mafie non puntano a uscire dalla miseria, il loro scopo è di cambiare radicalmente status e puntare ai vertici deal società. Ed è questa la novità e l’originalità, perché fino ad allora la violenza come forma di realizzazione di potere e di benessere era stata usata solo dalle classi superiori e mai da quelle inferiori della scala sociale […] La criminalità di tipo mafioso è l’unica forma di violenza popolare che ha avuto successo pur non derivando dai ceti possidenti. L’unica forma che non deriva dalla ricchezza già posseduta. Questa è la differenza fondamentale con le precedenti forme criminali" (p. 98).

"L’altra grande originalità delle mafie, rispetto alle criminalità che le avevano precedute, consiste nel rapporto e nelle relazioni con i ceti proprietari e con le classi dominanti […] i mafiosi – pur difendendo gli interessi dei ceti proprietari – stabiliscono rapporti paritari con essi, non più subalterni" (p. 99).

"Le azioni delle mafie sono orientate più a strumentalizzare il potere delle istituzioni legittime, o a corromperle, piuttosto che a osteggiarle" (p. 100).

"I mafiosi comprendono che la violenza è una capitale prezioso ma al tempo stesso precario. Solo se disciplinata e piegata ad una strategia essa riesce a ergersi a potere stabile, altrimenti diventa cieca ed animalesca, si spreca e si ritorce contro chi la usa perché espone alla reazione di altri violenti e delle forze di sicurezza istituzionali […] I riti e le regole ferree rispondono al bisogno di disciplinare la forza bruta e di incanalarla verso il raggiungimento di potere e ricchezza" (p. 101).

"In definitiva, se la forza e la violenza sono usate per far rispettare la legge, ciò si chiama Stato. Se la forza e la violenza sono usate per ottenere benefici per sé e danneggiare altri, ciò si chiama delinquenza o criminalità. Se la forza e la violenza sono usate fuori dalla legge, ma in relazione con settori che rappresentano lo Stato o riconosciute come legge da altri, allora ciò si chiama mafia" (p. 102).

"Metodo mafioso = arricchirsi e riuscire nella vita con l’uso della forza e dell’intimidazione" (p 134).

"Il mafioso è nella storia il superamento del bandito, non perché i banditi e i briganti scompaiano dopo il suo affermarsi, ma perché il mafioso riesce a dare vita a una criminalità diversa, che chiameremo «di relazione». Si tratta di una criminalità evoluta, perché si relaziona stabilmente con il potere e perciò avrà successo" (p. 136).

"(la mafia ha una) doppia funzione: ascensore sociale per violenti in una società in cui la violenza privata finisce per diventare una risorsa; fattore di equilibrio in realtà dove l’insicurezza pubblica domina (…) Mafia è unione di autorevolezza e violenza" (p.143).

"La violenza dei mafiosi non si rivolge (per la prima volta dopo secoli) solo verso il basso della società, ma si estende anche verso l’alto. Quando mai era successo che un esponente del popolo potesse colpire dei potenti e passarla liscia?" (p. 144).

"Ai fini del successo della violenza popolare occorre il consenso permanente delle classi agiate e di che regge la cosa pubblica. Una violenza per avere successo stabile deve essere utile agli interessi delle classi dominanti o di una loro parte. Perciò i mafiosi cercarono il favore di una parte del popolo e le protezioni dei potenti. Le due cose insieme, e contemporaneamente, mai nessuna violenza privata le aveva ottenute nel corso della storia" (p. 146).

"Il mafioso è un ordinatore del mondo della violenza e in questa funzione si presenta all’interlocuzione con i rappresentanti dello stato e delle classi dirigenti" (p. 205).

"I mafiosi, ci piaccia o no, possono essere inclusi nella categoria economica di imprenditori" (p. 273).

"Non esiste mafia, non si dà mafia, se non in legame con il denaro e le attività economiche" (p. 275).

"La violenza, insomma, con i mafiosi entra a pieno titolo nelle relazioni di mercato […] Non c’è contrapposizione tra mercato e violenza, tra economia legale e illegale, e le mafie ne sono la più autentica e duratura dimostrazione" (p. 276).

"La nobilitazione del capitalismo, e lo sforzo di legarlo indissolubilmente a democrazia e legalità, ci ha fatto perdere di vista che un modo di produzione capitalistico può contenere tranquillamente elementi di mediazione parassitaria e di rendita, che ne formano una parte essenziale in determinati contesti storici" (p. 277).

"L’economia è molto più aperta della rigida regolazione della legge. Si può fare economia anche fuori o addirittura contro la legge" (p. 278).

"Che rapporto c’è tra i mafiosi e gli imprenditori violenti del capitalismo degli albori? La differenza fondamentale consiste in ciò: la spregiudicatezza del mafioso è sempre all’interno di attività speculative, prima dentro la rendita fondiaria, poi nei circuiti di intermediazione del commercio, dentro lo sfruttamento e il condizionamento di risorse altrui, private o pubbliche. Il suo modello è indubbiamente il parassitismo del signore, del barone, non l’intraprendenza dei primi capitalisti" (pp. 281-2).

"I fenomeni criminali di tipo mafioso sono, in sintesi, caratterizzati dall’utilizzo della violenza come capitale per produrre e assicurarsi ricchezza" (p. 318).

"Tutte le transazioni illegali avvengono tramite il ricorso a uno strumento legale per eccellenza, cioè la moneta. E inoltre se il mercato legale fosse un mercato trasparente l’imprenditore criminale sarebbe immediatamente identificato ed estromesso, ma non lo è" (p. 320).

"In definitiva l’economia mafiosa è un’economia parassitaria, fa circolare ricchezza (e dunque crea consenso) ma appartiene fino in fondo all’economia speculativa" (p. 323).

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