Il ’68 ha rigettato il rapporto col padre arrivando anche a deriderlo. Ma il Paese, la nostra Patria ha saputo fare i conti con la sua storia e la sua vocazione? Ha ricostruito il rapporto col padre? Quest’opera ci aiuta a rispondere a queste domande offrendo spunti per capire lo stato di salute dell’Italia individuando le sue patologie e le strade per superarle. Una tra tutte la riscoperta della democrazia come percorso di ricerca plurale del bene comune

Il ’68 ha rigettato il rapporto col padre, ovvero con l’istituzione che frena: lo ha perfino deriso. E oggi? Questo Paese, questa Patria, ha saputo fare i conti con la sua storia e con la sua vocazione? Ha ricostruito il rapporto col padre? Ecco, quest’opera offre degli spunti per cercare di capire lo stato di salute (o di malattia, verrebbe da dire) della paziente Italia. Vale la pena di leggerlo e soprattutto di discuterlo. Peraltro l’organizzazione del testo facilita la lettura: si tratta di una lunga intervista con domande (ben fatte) e risposte a volte brevi e a volte un poco più strutturate.

Nel complesso si può affermare che il lavoro è leggibile anche da chi alla parola psicanalisi visualizza non molto di più del lettino dell’analista: tranquilli, ce la possiamo fare tutti, è scritto bene e Recalcati si fa capire con semplicità. Sul metaforico lettino Recalcati fa sdraiare un po’ di soggetti di nostra conoscenza. Non vi diciamo i nomi, ma con sintesi estrema vi citiamo tre patologie che danno luogo ad una sorta di galleria dei personaggi (singoli o aggregati) che si agitano sul patrio palcoscenico, e che ci danno l’idea dei mali profondi del nostro Paese.

La prima è la patologia di chi sviluppa un paradigma immunologico: chiudersi dentro per evitare il contagio di virus e batteri. È la ricerca paranoica di una purezza che genera odio, che si nutre dell’imperfezione altrui ma che – in realtà – nasce come riflesso di un’immagine distorta di sé: il desiderio impossibile di una sola lingua, un solo capo, un solo popolo e altre varie solitudini, che conosciamo grazie anche alla storia, che faticano a tollerare differenze e pluralismi.

La seconda patologia è oggi più diffusa, e concerne la pulsione narcisistica che non riconosce alcun limite, perché tutto è possibile, tutto è intorno a te, tutto si può fare: è l’esaltazione di sé e della propria auto-affermazione individuale: il solo ideale rimasto dopo la morte di tutti gli ideali. Ciò che conta è la ricerca del godimento: in questa prospettiva la legge diventa un intralcio e le istituzioni (che hanno come funzione fondamentale il porre un freno al godimento) diventano un nemico, un ostacolo alla realizzazione dei propri obiettivi.

La terza patologia è quella per cui tutto è spiegabile razionalmente, tutto si può prevenire con la giusta informazione, la giusta preparazione, la giusta attenzione alla legge (il valore della legalità) e il sapersi porre dei limiti, perché anche gli altri ce lo chiedono per poter vivere bene tutti insieme. È una risposta sensata, che però rischia di fare cilecca soprattutto coi giovani: è una risposta che non convince perché non basta, non spiega tutto e non si apre al desidero di vita. Anche la vita è pluralità di linguaggi e di ragioni, non basta la grammatica della razionalità etica o economica e neppure quella democratica.

La democrazia è il contrario di una sola lingua, di un solo pensiero, di un solo popolo. Questa pluralità, che chiama alla mente la vicenda della torre di Babele, mette in luce il compito della politica: la sua capacità di mediare, di tradurre, di accogliere e comporre le differenze e le diversità. Si tratta, ricorda l’autore, di un dibattito che non è mai composto una volta per tutte: la democrazia non si dà per sempre, è una ricerca continua.

Recalcati sembra avvertirci che anche la pluralità delle patologie è un fatto, è una realtà, è la vita di una storia che continua a camminare: c’è, fa parte di questo mondo. La differenza è fatta dalla capacità di saper gestire intelligentemente gli eventi, nella capacità istituzionale e politica sia di smascherare il male sia di superare alcune ovvietà che sotto l’apparenza di una giusta neutralità rischiano di lasciar spazio a vere e proprie pulsioni di morte. La politica, al solito, ha una responsabilità grande: tra cui la responsabilità di saper andar oltre il mito di sé stessa.

Massimo Recalcati, Patria senza padri. Psicopatologia della politica italiana, Minimum fax, Roma 2013.

Citazioni

"Oggi una parola chiave dei nostri pazienti è lavoro. Il lavoro diventa la parola chiave per rifondare il desiderio. Si capisce allora che c’è stato uno spostamento radicale rispetto agli anni ’70 dove il desiderio era un’alternativa al lavoro, mentre oggi il lavoro è la possibilità di dare un senso al desiderio".

"Il discorso pulsionale accomuna Grillo a Berlusconi, entrambi grandi narratori di barzellette. La barzelletta al posto dell’argomentazione persuasiva. Questo cambiamento indica l’entrata in scena della pulsione: la barzelletta comunica demagogicamente al popolo che siamo tutti fatti della stessa pasta del godimento. La libertà, sbandierata come parola chiave del programma berlusconiano, è la solo la volontà di godimento che rifiuta ogni esperienza del limite, della legge".

"Il mito della purezza, dell’origine pura, della lingua fondamentale è tipico di tutti i totalitarismi".

"Dove c’è democrazia c’è impossibilità di una sola lingua, di un solo pensiero, di un solo popolo".

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