La fabbrica di Olivetti è una fabbrica bella e giusta, così come l’ordine sociale che egli immagina, costruito sulla base di comunità che danno alla bellezza e alla giustizia un valore non puramente astratto. La fabbrica non è il luogo del puro profitto, ma un elemento centrale della comunità, dove si crea e vive la propria storia attraverso i rapporti che vi nascono. Dove si produce cultura.

Dopo il successo della fiction, ecco i libri che riportano e commentano il pensiero di Adriano Olivetti, attraverso la recente ripubblicazione di alcuni discorsi ai lavoratori. Leggerli oggi significa comprendere buona parte della dimensione anticipatrice, o forse profetica, di questo imprenditore avversato sia da destra sia da sinistra. Oggi che, invece, riscontriamo il fallimento del comunismo e del capitalismo, capiamo meglio il suo originale tentativo di creare una “fabbrica sociale”. Si tratta della ricerca di superare il comunismo e il capitalismo senza rinnegarli, ma prendendoli per ciò che sono, ovvero risposte economiche limitate.

Se si riuscisse ad armonizzare i lati positivi del comunismo (la tensione verso una maggiore giustizia sociale e una maggiore uguaglianza) con i lati positivi del capitalismo (il premio al merito e alle capacità, la tensione a creare profitto e capitale, a migliorare le condizioni tecnologiche), facendoli poggiare sulla solida base della comunità territoriale, e alimentandoli con il bene della cultura, ecco che allora il lavoro non sarebbe più una condanna ma un mezzo di elevazione (anche dell’anima).

La fabbrica di Olivetti è una fabbrica bella e giusta, così come l’ordine sociale che egli immagina, costruito sulla base di comunità che danno alla bellezza e alla giustizia un valore non puramente astratto. La fabbrica non è il luogo del puro profitto. La fabbrica, per Olivetti, è il luogo dove si crea, dove si vive la propria storia attraverso i rapporti che vi nascono, è il luogo dove c’è cultura. La fabbrica è un elemento centrale della comunità dove cresce il futuro, visto attraverso l’incarnazione dei propri figli. Si capisce bene come una fabbrica così vada decisamente al di là del fatto materiale, per diventare un elemento dello spirito. Olivetti non è un ingenuo, capisce che la fabbrica democratica è una pia illusione, che servono capacità tecniche, commerciali e gestionali. Non si tratta di “rappresentare” qualcuno o qualcosa. Si tratta di tradurre in fatti un pensiero.

È da questa idea di fabbrica che nasce poi (e questa invece risulta decisamente più astratta) l’idea di un vero e proprio Ordine Politico delle Comunità. Qui la riflessione si fa più complessa e non del tutto convincente. I “fondamentali” di questo Ordine, però, sono condivisibili. Si tratta di tre elementi, tutti e tre indispensabili, la politica, l’economia e la cultura: non possiamo lasciare tutto nelle mani dei politici, né degli industriali, né degli intellettuali. La fusione armonica di queste tre dimensioni della comunità produce un equilibrio bello e giusto.

La grandezza del pensiero di Olivetti sta proprio in questo tentativo di non subordinare l’economia al solo profitto, collocandola invece nell’ambito delle possibilità dalle quali trarre gli strumenti per aumentare anche la giustizia sociale e il senso della cultura. Il tutto in una macchina da scrivere. Bello, no?

Adriano Olivetti, Le fabbriche di bene, Edizioni di Comunità, Roma/Ivrea, 2014
Adriano Olivetti, Ai lavoratori, Edizioni di Comunità, Roma/Ivrea, 2012.

Citazioni

"Cos’è questa fabbrica comunitaria? È un luogo dove c’è giustizia e domina il progresso, dove si fa luce la bellezza, e l’amore, la carità e la tolleranza sono nomi e voci non prive di senso". (in Le fabbriche di bene)

"La nuova economia delle Comunità sono qualcosa di vivo e vitale, qualcosa che mentre si perfezione la propria personalità accompagna la propria vocazione, qualcosa che contribuisce al proprio progresso materiale, tuttavia non impedisce di volgere l’animo verso una meta più alta, verso qualcosa che non sarà un fine individuale, un profitto personale né proprio né altrui, ma sia un contributo alla vita della Comunità, ben diritto sul cammino della civiltà e del progredire umano". (in Le fabbriche di bene)

"La gioia nel lavoro, oggi negata al più gran numero di lavoratori dell’industria moderna, potrà finalmente tornare a scaturire quando il lavoratore comprenderà che il suo sforzo, la sua fatica, il suo sacrificio – che pur sempre sarà sacrificio – è materialmente e spiritualmente legato a una entità nobile e umana che egli è in grado di percepire, misurare, controllare, poiché il suo lavoro servirà a potenziare quella Comunità, reale, tangibile, laddove egli e i suoi figli hanno vita, legami, interessi". (in Le fabbriche di bene)

"Perciò senza un equilibrio tra le forze che rappresentano gli interessi descritti, il bene comune non è praticamente realizzabile". (in Le fabbriche di bene)

"Perché lavorando ogni giorno tra le pareti della fabbrica e le macchine e i banchi e gli altri uomini per produrre qualcosa che vediamo correre nelle vie del mondo e ritornare a noi in salari che sono poi pane, vino e casa, partecipiamo ogni giorno alla vita pulsante della fabbrica, alle sue cose più piccole e alle sue cose più grandi, finiamo per amarla, per affezionarci e allora essa diventa veramente nostra, il lavoro diventa a poco a poco parte della nostra anima, diventa quindi una immensa forza spirituale". (in Ai Lavoratori)

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