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L’autrice, aclista di rito triestino, tratta della guerra senza enfasi ideologica, ma limitandosi a mettere in luce le crudeltà e gli esiti, come quel tempo e quel luogo ben capivano. Le pagine di questo romanzo scorrono veloci. Certi dialoghi, certi dettagli non sono mai gratuiti o banali, con una buona capacità di valorizzare la quotidianità dei piccoli gesti. Insomma una buona lettura 

L’impatto è devastante. A volte accelera (il matrimonio di Giovanni) e ritarda (il matrimonio con Carlo); oppure unisce (con Agnese, con Gerta) e divide (zi’ Peppe, i due fratelli, zia Matilde da Alfredo); o ancora crea vita (nel grembo della protagonista) e cancella vita (Marco)… Insomma la guerra è la grande protagonista di questo romanzo di formazione, con location triestina alla vigilia e nel corso della Grande guerra. Trieste, terra irredenta, esposta ad un mare che ispira pensieri senza confini e scossa da un vento che – come la guerra – scompiglia e sposta le cose, facendo assumere loro altre posizioni e, forse, anche altri significati. Così la guerra entra nella vita delle persone e delle famiglie e disseziona sentimenti, volontà e rapporti familiari: nulla sarà mai più come prima. Con le parole dell’autrice: “una guerra che ci condurrà lontano, non so ancora dove e come, ma quando sarà finita noi non saremo più gli stessi”.

La guerra è la protagonista nascosta di tanti destini, li manovra, li compone e ricompone, li mischia e li agita: “pezzi della storia […] agitati freneticamente da una vita autonoma, completamente sganciata dalla volontà dei singoli protagonisti, mossa, senza un ordine apparente, dagli avvenimenti”. Questo mi pare il primo tema.

Il secondo s’ispira al titolo. Il romanzo si apre e si chiude con il tema della vittoria. Nel prologo verso una malattia finalmente accettata come parte di una biografia (forse la metafora con la guerra non è troppo lontana), nel finale verso un desiderio di pace civile e nazionale per le terre irredente. Peraltro il nome della protagonista, appunto Vittoria, racchiude in sé l’idea che le cose della vita vadano prima comprese e poi accettate, anche nel loro lato più drammatico da produrre morte, per ciò che significano e per gli scenari che aprono. Non c’è un desiderio di oblio, di nascondimento delle sofferenze: è tutto parte di un disegno misterioso, dove il confine tra pubblico e privato, tra necessità e volontà, è assai labile. E a volte, come nell’ultima scena del prologo, capita pure che il passato ti faccia l’occhiolino, come a dire che poi alla fine tutto torna, ma non secondo il disegno degli uomini: se torna, i disegni sono altri.

Due conclusioni. La prima concerne la considerazione della guerra. L’autrice, aclista di rito triestino, tratta della guerra senza enfasi ideologica, ma limitandosi a mettere in luce le crudeltà e gli esiti, come quel tempo e quel luogo ben capivano.

La seconda concerne la prosa. Le pagine di questo romanzo scorrono veloci. Certi dialoghi, certi dettagli non sono mai gratuiti o banali, con una buona capacità di valorizzare la quotidianità dei piccoli gesti o dei dialoghi, a volte realizzati con frasi essenziali e rapide (sono d’accordo con l’autrice, quando commenta la dichiarazione fatta da un personaggio scrivendo che “disse queste poche parole come fossero un lungo discorso”: sì, è così, a volte il peso di certe parole contiene tutto un discorso… ma questo sarebbe ancora un altro discorso da fare sulla valenza delle parole). Insomma una buona lettura (e una buona idea per il regalo di Natale…).

Erica Mastrociani, Vittoria, Terra d’Ulivi, Lecce 2015.

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