L’analisi delle 17 contraddizioni del capitale proposta da Harvey è di grande interesse e ci aiuta a comprendere il mondo in cui viviamo. La prospettiva è quella di provare a cambiare la visuale del pensiero unico che ci abita interiormente: il profitto e l’accumulazione del denaro, difeso dal diritto assoluto alla proprietà privata. Tutti siamo immersi in questo ambiente culturale, sia che ci muoviamo in questa direzione, sia che la subiamo e vogliamo contrastarla.

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David Harvey, nato nel 1935, è geografo, sociologo e politologo inglese, è un marxista convinto, ma aperto al dialogo con chiunque sia interessato a cercare di realizzare una alternativa al modo con cui il capitale sta governando il mondo.
La sua età lo mette al riparo dagli unilateralismi della teoria marxista, di cui è grande studioso, e gli dà sufficiente senso critico e disincanto su ciò che si può fare oggi.

Il suo intendimento è quello di proporre una direzione globale, diversa da quella del capitale, cui orientare gli sforzi di tutti coloro che non sono soddisfatti di come sta andando il mondo governato dal capitale.
Egli propone di valutare le contraddizioni del capitale per comprenderle a fondo. Da qui trae la lezione su come poterle far fruttare per orientare la storia in una direzione diversa da quella presente.

Egli individua 7 contraddizioni principali dei fondamenti del capitale:
valore d’uso e valore di scambio: "La scelta politica è fra un sistema mercificato che serve bene i ricchi e un sistema che si concentra sulla produzione e la fornitura democratica dei valori d’uso per tutti, senza le mediazioni del mercato";
il valore sociale del lavoro e la sua rappresentazione mediante il denaro: "Alla fine abbiamo rappresentazioni di rappresentazioni del lavoro sociale, come base della forma denaro. C’è, per così dire, un doppio feticcio, un doppio insieme di maschere dietro le quali è nascosta la socialità del lavoro umano per gli altri […] Prendiamo qualcosa che è intrensicamente sociale e lo rappresentiamo in modo tale che persone private possano appropriarsene come forma di potere sociale";
proprietà privata e Stato capitalistico: "L’unica strategia politica percorribile in alternativa è una strategia che dissolva l a contraddizione esistente tra interessi privati e individuali da una parte e potere e interessi dello Stato dall’altra e la sostituisca con qualcosa d’altro. E’ in questo contesto che molto dell’interesse attuale della sinistra per il ristabilimento e il recupero dei “commons” ha così tanto senso […] Il recupero di denaro e credito come forma di beni comuni regolati democraticamente è inevitabile per poter invertire la tendenza all’autocrazia e al dispotismo monetario";
appropriazione privata e ricchezza comune: "Esistono forti motivi teorici per credere che un’economia basata sull’espropriazione stia al cuore di quello che è, fondamentalmente, il capitale";
capitale e lavoro: "Deve esistere una merce che ha la capacità di creare più valore di quello che possiede, e questa merce è il potere del lavoro. Ed è su questo che il capitale si fonda per la sua riproduzione";
capitale come processo o come cosa: "Deve essere considerato, sosterrò, in entrambi i modi, e io preferisco un’interpretazione basata sulla simultaneità e non sulla complementarietà del dualismo […] L’unità del capitale che circola continuamente come processo e flusso, da una parte, e le diverse forme materiali che assume (principalmente denaro, attività produttive e beni di consumo) dall’altra, costituisce un’unità contraddittoria";
l’unità contraddittoria di produzione e realizzazione: "Il capitalismo come formazione sociale cade continuamente in questa contraddizione. Può o massimizzare le condizioni per la produzione di plusvalore, e così mette a rischio la capacità di realizzare plusvalore sul mercato, oppure mantenere forte la domanda effettiva sul mercato, dando potere ai lavoratori, e così mette a repentaglio la capacità di creare plusvalore nella produzione".

Dopo aver descritto le 7 principali contraddizioni del capitale, Harvey propone altre 7 contraddizioni che definisce in movimento (pp. 96-215): 
tecnologia, lavoro e umanità a perdere
divisioni del lavoro
monopolio e concorrenza (centralizzazioone e decenttamento)
sviluppi geografici disomogenei e produzione dello spazio
disparità di reddito e ricchezza
riproduzione sociale
libertà e dominio
Succesivamente l’autore parla delle ultime 3 contraddizioni che definisce pericolose (pp. 217-278): la crescita composta senza fine; la relazione del capitale con la natura (causa di una "incombente crisi ambientale"); la rivolta della natura che causerrebbe una alienazione universale. E conclude delinendo la prospettiva dell’umanesimo rivoluzionario e proponendo alcune prassi politiche per realizzarlo.

E’ un libro che si può leggere dalla fine, conclusione ed epilogo, per chi vuole sapere subito cosa si può fare. Ma vale la pena aspettare e leggerlo fin dall’inizio, perché l’analisi delle 17 contraddizioni è veramente interessante, puntuale e ricca di molti significati per comprendere il mondo che stiamo vivendo.

La prospettiva è quella di provare a cambiare la visuale del pensiero unico che ci abita interiormente: il profitto e l’accumulazione del denaro, difeso dal diritto assoluto alla proprietà privata. Tutti siamo immersi in questo ambiente culturale, sia che ci muoviamo attivamente in questa direzione, sia che la subiamo e vogliamo contrastarla.

Harvey ci invita ad avere una grande consapevolezza che il cambiamento di prospettiva, a questo livello, non accadrà da sé, ma ha bisogno di molte persone decise anche a sopportare opposizioni dure, ma anche a far soffrire chi detiene il capitale in modo abnorme e dovrà, volente o nolente, lasciarlo andare.

E’ un sogno o una possibile realtà che va perseguita e che necessita di tempi lunghi?
Soprattutto è un cambio di paradigma, quello che Harvey propone: la persona realizzata non è quella che accumula denaro senza preoccuparsi della violenza che esercita, e si vuole lavare la coscienza con della beneficenza, ma è quella che condivide con gli altri la vita e si adopera affinché tutti possano realizzarsi al meglio e con creatività.
Non è una prospettiva facile da realizzarsi, ed Harvey ne è consapevole. Per questo da umanista rivoluzionario cerca alleanze con tutti quegli umanesimi religiosi che possono condividere sufficientemente la medesima direzione di marcia.

David Harvey, Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo, Feltrinelli, Milano 2014.

Citazioni
"Ecco alcuni mandati – derivati dalle diciassette contraddizioni – per inquadrare e, si spera, ravvivare la prassi politica. Dobbiamo avere come traguardo un mondo in cui:
1. L’offerta diretta di valori d’uso adeguati per tutti (casa, istruzione, sicurezza alimentare ecc.) ha la precedenza sulla loro offerta attraverso un sistema di mercato orientato alla massimizzazione dei profitti, che concentra i valori di scambio nelle mani di pochi privati e distribuisce i beni sulla base della possibilità di pagarli.

2. Viene creato uno strumento di scambio che facilita la circolazione di beni e servizi ma limita o esclude la capacità dei singoli privati di accumulare denaro come forma di potere sociale.

3. L’opposizione fra proprietà privata e potere statale è sostituita il più possibile da regimi di diritti comuni (con particolare enfasi sulla conoscenza umana e la terra come i beni comuni più importanti che abbiamo); creazione, gestione e protezione di tali regimi stanno nelle mani di raggruppamenti e associazioni popolari.

4. L’appropriazione di potere sociale da parte di privati non solo è impedita da barriere economiche e sociali ma viene guardata ovunque come una devianza patologica.

5. L’opposizione di classe fra capitale e lavoro si dissolve e i produttori associati decidono liberamente che cosa, come e quando produrranno, in collaborazione con altre associazioni relative al soddisfacimento di bisogni sociali comuni.

6. La vita quotidiana viene rallentata (gli spostamenti saranno piacevolmente tranquilli) per massimizzare il tempo a disposizione per le attività libere condotte in un ambiente stabile e ben conservato, protetto da episodi drammatici di distruzione creatrice.

7. Associazioni di persone valutano e comunicano le une alle altre i rispettivi bisogni sociali, come base per le decisioni di
produzione (sul breve periodo, gli aspetti della realizzazione dominano le decisioni di produzione).

8. Si creano nuove tecnologie e nuove forme di organizzazione che alleviano l’onere di tutte le forme di lavoro sociale, annullano le distinzioni non necessarie nelle divisioni tecniche del lavoro, lasciano a disposizione tempo per attività libere, individuali e collettive, e diminuiscono l’impronta ecologica delle attività umane.

9. Le divisioni tecniche del lavoro sono ridotte attraverso l’uso di automazione, robotizzazione e intelligenza artificiale. Le divisioni tecniche rimanenti, ritenute essenziali, sono il più possibile dissociate dalle divisioni sociali del lavoro. Le funzioni amministrative, di guida e di controllo debbono ruotare fra gli individui della popolazione nel suo complesso. Siamo liberati dal governo degli esperti.

10. Un potere monopolistico e centralizzato sull’uso dei mezzi di produzione è attribuito ad associazioni popolari attraverso le quali vengono mobilitate le capacità competitive decentrate di individui e gruppi sociali, per produrre differenziazioni nelle innovazioni tecniche, sociali, culturali e di stile di vita.

11. Esiste la massima diversificazione possibile dei modi di vivere e di essere, delle relazioni sociali e delle relazioni con la natura, delle abitudini culturali e delle convinzioni nell’ambito di associazioni territoriali, comuni e collettivi. È garantito il libero spostamento geografico degli individui, senza ostacoli ma ordinato, entro i territori e fra le comuni. I rappresentanti delle associazioni si riuniscono regolarmente per valutare, pianificare e intraprendere attività comuni e trattare i problemi comuni a scale diverse: bioregionale, continentale e globale.

12. Tutte le disuguaglianze materiali sono abolite, tranne quelle implicite nel principio ‘da ciascuno secondo le sue capacità a ciascuno secondo i suoi bisogni’.

13. La distinzione fra lavoro necessario compiuto per altri distanti e lavoro intrapreso nella riproduzione di sé, dell’ambiente domestico e della comune viene gradualmente cancellata, in modo che il lavoro sociale diventi incorporato nel lavoro domestico e comune e il lavoro domestico e comune diventi la forma primaria di lavoro sociale non alienato e non monetizzato.

14. A tutti devono essere garantiti alla pari istruzione, assistenza sanitaria, casa, sicurezza alimentare, beni fondamentali e accesso aperto ai trasporti, così da garantire la base materiale della libertà dai bisogni e la libertà di azione e movimento.

15. L’economia converge a una crescita zero (ma con spazio per sviluppi geografici disomogenei) in un mondo in cui il massimo sviluppo possibile delle capacità e dei poteri, individuali e collettivi, e la ricerca senza fine di novità prevalgo¬no come norme sociali per debellare la mania della crescita composta perpetua.

16. L’appropriazione e la produzione di forze naturali per i bisogni umani deve procedere speditamente, ma con il massimo riguardo per la protezione degli ecosistemi, prestando grandissima attenzione al riciclaggio di sostanze nutritive,, energia e materia fisica ai siti da cui provengono, e con un senso schiacciante di reincanto per la bellezza del mondo naturale, di cui siamo parte e a cui possiamo contribuire attraverso le nostre opere.

17. Emergono esseri umani non alienati e persone creative non alienate, armati di un nuovo senso di fiducia come esseri individuali e collettivi. Dall’esperienza di relazioni sociali intime, strette liberamente, e dall’empatia per modi diversi di vivere e produrre, emergerà un mondo in cui ciascuno sarà considerato ugualmente meritevole di dignità e rispetto, anche se dovessero esserci conflitti acuti sulla definizione adeguata della buona vita. Questo mondo sociale evolverà continuamente attraverso rivoluzioni permanenti e continue delle capacità e dei poteri umani. La ricerca perpetua di novità continua.

Nessuno di questi mandati, non ci sarebbe neanche bisogno di dirlo, supera o annulla l’importanza di muovere guerra a tutte le altre forme di discriminazione, oppressione e repressione violenta nel capitalismo nel suo complesso. Analogamente, nessuna di queste altre lotte deve superare o annullare quella contro il capitale e le sue contraddizioni. Alleanze d’interessi cercansi, chiaramente" (pp. 290-293).

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