Il titolo di questo libro di Deaton, premio Nobel dell’economia per il 2015, riprende il film omonimo del 1963 che racconta la storia della fuga da un campo di prigionia di soldati alleati catturati dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Questa volta però gli uomini cercano la grande fuga dalla povertà. Ci riusciranno? Ci sono possibilità di uscire da questa condizione? 

L’autore è nato ad Edimburgo, Scozia, nel 1945, da genitori poveri, come racconta lui stesso nella prefazione, vive negli Stati Uniti dove ha insegnato all’università di Princeton. Riconosce che alla sua famiglia e a lui, con un po’ di fortuna e tanta fatica, è riuscita la grande fuga dalla povertà.

Il titolo riprende volutamente il film omonimo del 1963, storia della fuga da un campo di prigionia di soldati alleati catturati dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale.

Da sempre, secondo Deaton, gli uomini hanno cercato la grande fuga dalla povertà, la miseria e la morte, cercando di migliorare il proprio reddito, la propria salute e le condizioni di governo della società, sia nel proprio paese che emigrando.
Ogni grande fuga comporta però che alcuni, forse anche molti, rimangano indietro rispetto a quelli che ci sono riusciti, che non dovrebbero però dimenticarsi da dove vengono e aiutare quelli rimasti indietro a progredire anche loro. In questo libro "Racconterò la storia del progresso materiale, che è una storia sia di crescita sia di disuguaglianze" (p. 27)

Il libro è una carrellata storica sul tema della disuguaglianza, oggi sempre più di attualità, ma ha una originalità: intrecciare i dati del PIL, della salute e il loro mutare nel tempo e nello spazio, paragonando paesi diversi in tempi uguali e diversi. Questo per cercare di comprendere quali sono i meccanismi che favoriscono la crescita e diminuiscono le disuguaglianze.

"In questo libro per libertà intenderò la possibilità di condurre una vita buona e degna di essere vissuta" (p. 22). La fuga dalla povertà e dalla morte è per trovare la libertà così intesa. "La fuga dell’umanità dalla morte e dalla deprivazione ebbe inizio circa duecentocinquant’anni fa, ed è in corso ancora oggi" (p. 23).

L’autore è un fine e smagato analista di statistiche, da prendere e leggere sempre con grande discernimento per comprendere cosa effettivamente indichino. Deaton sorprende sempre perché riesce spesso a offrire punti di vista diversificati sul medesimo oggetto di studio, riesce a dominare la complessità della vita con una sapienza, e a volte anche con ironia, che aiuta a non prendere facilmente posizione, ma a ragionare più in profondità sulle situazioni che analizza. E’ consapevole dei limiti, ma anche delle possibilità della statistica, ma ciò che effettivamente gli sta più a cuore è il bene delle persone e dei più poveri in particolare.

L’ultimo capitolo è quello più interessante: come aiutare chi è rimasto indietro. Una proposta alternativa al grande mercato degli aiuti al paesi poveri: oggi questi aiuti non raggiungono se non in piccola parte gli obiettivi che si prefiggono, poiché non coinvolgono direttamente i destinatari, ma sono intermediati dagli interessi dei donatori o dei governanti locali poco interessati ai poveri. La proposta è quella di condizionare gli aiuti all’adozione di politiche per contrastare la povertà da parte dei governanti locali e poi di dare gli aiuti a sostegno di queste politiche concordate insieme.

Mette in guardia dai sensi di colpa dei cittadini dei paesi ricchi che si sentono investiti di una missione di salvezza, ma che di fatto non è efficace e placa solo il nostro desiderio di fare qualcosa. Occorre allocare meglio le ingenti risorse disponibili affinché arrivino a coloro che ne hanno effettivamente bisogno. Meglio politiche internazionali che riducano gli effetti perversi della globalizzazione che miliardi di dollari spesi con pochi risultati effettivi.

Deaton è consapevole che in passato ci sono state disuguaglianze a causa della fuga in avanti di alcuni e che questo accadrà anche in futuro, ma constata anche che complessivamente stiamo tutti un po’ meglio e che questo sicuramente accadrà anche in futuro.

Angus Deaton, La grande fuga. Salute, ricchezza e origini della disuguaglianza, Il Mulino, Bologna 2015 (or. ingl. 2013).

Citazioni
“La crescita economica è il motore della fuga dalla povertà e dalla privazione materiale. Sennonché nel mondo ricco stenta a procedere. In ognuno degli ultimi decenni è stata inferiore al precedente. Quasi ovunque il rallentamento della crescita è stato accompagnato da un aumento delle disuguaglianze. […] Nondimeno sono prudentemente ottimista. Il desiderio di fuggire è radicato nel profondo, e domarlo non sarà facile. […] E’ probabile che il rallentamento della crescita sia sovrastimato. Di certo le analisi statistiche mancano di registrare molti passi avanti di tipo qualitativo, in particolare nel settore dei servizi, responsabile oggi di una quota crescente del prodotto nazionale. La rivoluzione dell’informazione e i suoi dispositivi contribuiscono al nostro benessere più di quanto siamo in grado di misurare. Che queste soddisfazioni compaiano a fatica nelle statistiche relative alla crescita la dice lunga sull’inadeguatezza della statistica stessa, non delle tecnologie e delle sue gioie” (p. 365-366).

“Questo libro si occupa prevalentemente di due temi: le condizioni di vita materiale e la salute, che non sono sufficienti a rendere buona una vita, ma sono certamente importanti di per sé. D’altra parte, guardare alla salute e al reddito insieme consente di evitare un errore che è molto comune in un’epoca di forte specializzazione del sapere […] Non è possibile valutare la società, o la giustizia, sulla base soltanto delle condizioni economiche. Ciononostante gli economisti continuano – sbagliando – ad applicare il principio di Pareto solo al reddito, ignorando altri aspetti del benessere” (pp. 28-29).

“Il bisogno di fare qualcosa tende ad avere al meglio sul bisogno di capire cosa è necessario venga fatto” (p. 37)

“La salute è un punto di partenza imprescindibile per un’indagine sul benessere. E’ necessario essere vivi per condurre una vita buona” (p. 46).

“Sosterrò che la conoscenza è la chiave del progresso, che il reddito – benché importante in sé e in quanto componente del benessere, oltre che positivamente correlato ad altri aspetti di quest’ultimo – non ne è la causa prima” (p. 64).

“Per la felicità il denaro conta, cioè, soltanto fino a un certo punto” (p. 77).

“Questi calcoli, inclusi quelli da me proposti più sopra, sono esempi di quella che chiamo l’illusione degli aiuti, la credenza, falsa, che per eliminare la povertà globale sia sufficiente che le persone o i paesi ricchi siano disposti a donare più denaro alle persone o ai paesi poveri. Sosterrò che l’illusione dell’aiuto, anziché essere una ricetta per estirpare la povertà, è in realtà un ostacolo al miglioramento delle condizioni di vita dei poveri” (p. 302).

“Per quanto paradossale la mia posizione possa apparire, sosterrò viceversa che dare più di quanto si stia dando oggi peggiorerebbe le cose anziché migliorarle, almeno se continueremo a farlo nel modo in cui lo facciamo attualmente” (p. 304).

“L’approccio idraulico agli aiuti allo sviluppo è sbagliato; la lotta alla povertà non ha nulla in comune con la riparazione di un’auto o il salvataggio di un bambino che sta per affogare in uno stagno” (p. 306).

“Che la metà delle persone povere del mondo abbia avuto soltanto un quarantesimo dei sussidi allo sviluppo ufficiali è una delle ingiustizie globali più sconcertanti” (p. 311).

“La politica ha spesso ostacolato la crescita economica; sono esistiti sistemi politici buoni e cattivi anche prima della comparsa degli aiuti. E tuttavia l’afflusso massiccio di fondi internazionali cambia in peggio la politica locale compromettendo proprio il funzionamento delle istituzioni necessarie a promuovere la crescita a lungo termine. E mina la democrazia e la partecipazione alla vita collettiva, che è sia una perdita in sé, sia un ulteriore fattore di mancato sviluppo (…). Nel corso degli anni si è levata la voce di qualche dissidente, ma è soltanto da poco che l’economia dello sviluppo mainstream ha riconosciuto l’importanza delle istituzioni, comprese quelle politiche, e prestato attenzione alla politica stessa” (pp. 328-329).

“Gli aiuti allo sviluppo e i progetti da essi finanziati hanno indubbiamente prodotto numerosi buoni risultati (…). Tuttavia le forze negative sono anch’esse costantemente all’opera; gli aiuti all’estero compromettono il funzionamento delle istituzioni, contaminano la politica locale e minano la democrazia persino nei contesti più promettenti. Se è vero che la povertà e il sottosviluppo sono conseguenze principalmente dell’inadeguatezza delle istituzioni, indebolendo queste istituzioni o bloccandone lo sviluppo l’afflusso massiccio di fondi agisce nel modo esattamente opposto a quello desiderabile” (p. 341).

“Dobbiamo lasciare che i poveri se la cavino da soli e farci da parte – o, in termini più positivi, smettere di fare le cose che li stanno ostacolando (…). I fondi che mantengono in vita politici o regimi estrattivi in quanto nostri alleati nella lotta contro il comunismo o il terrorismo impoveriscono i cittadini comuni dei paesi poveri a nostro beneficio” (p. 349).

Un’idea è chiedere che per prima cosa i governi dei paesi poveri dimostrino il proprio impegno a realizzare politiche appropriate o nell’interesse dei cittadini e solo dopo si candidino a ricevere aiuti. E’ una soluzione chiamata selettività, ma la si può concepire anche come un’imposizione di condizioni. (p. 352)

“Quando gli studenti di Princeton vengono a parlarmi, sospinti dalla loro forte aspirazione morale a cercare di rendere il mondo un posto migliore e più ricco, è di queste idee che preferisco discutere. Provo a dissuaderli dal progetto di pagare la decima sui loro redditi futuri, o di utilizzare le loro spesso formidabili capacità di persuasione per aumentare la quantità di aiuti all’estero. Raccomando loro piuttosto di lavorare sui o all’interno dei governi dei loro paese per convincerli a interrompere gli interventi che nuocciono ai poveri, e a sostenere le politiche internazionali capaci di orientare la globalizzazione a favore dei paesi in difficoltà anziché contro di loro. Sono questi i migliori strumenti a nostra disposizione per favorire la grande fuga di chi ancora deve liberarsi” (p. 362).

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