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“Per contrastare l’imbarbarimento che ha portato all’attuale deriva occorre agire per creare una cultura che promuova un nuovo umanesimo. Un lavoro faticoso a cui tutti insieme siamo chiamati a contribuire, come il giardiniere che con grande cura lavora il terreno anche il più impervio e lo rende fecondo e fruttifero” 

Questo libro va letto perché ha lo scopo dichiarato di aiutare il dialogo tra “noi e loro”: “Per contrastare l’imbarbarimento che ha portato all’attuale deriva occorre agire per creare una cultura che promuova un nuovo umanesimo. Un lavoro faticoso a cui tutti insieme siamo chiamati a contribuire, come il giardiniere che con grande cura lavora il terreno anche il più impervio e lo rende fecondo e fruttifero” (p. 188)

Francesca Corrao è una esperta di cultura araba, professore ordinario di lingua e cultura araba presso il Dipartimento di Scienze politiche alla LUISS. Dopo una carriera dedicata alla letteratura, i suoi ultimi due scritti sono più immersi nell’attualità del Mediterraneo, dalle “primavere arabe” a Daesh, per aiutare i suoi lettori a trovare delle chiavi di lettura della complessa storia araba e musulmana, molto spesso sconosciuta e/o stereotipata.

Il libro è un’agile introduzione alla storia dell’Islam, dalle origini ai nostri giorni, per mostrare le costanti e le variazioni delle società e culture musulmane nel corso dei secoli, con una attenzione particolare al mondo femminile per il suo contributo, soprattutto degli ultimi anni, al loro sviluppo.

Data la mia superficiale conoscenza di questo mondo, ripercorre la storia dell’Islam mi è stato molto utile per comprendere meglio le differenze e le somiglianze tra le nostre società cristiane secolarizzate e i musulmani riguardo il rapporto tra fede, religione, socialità, politica e statualità. Questo è necessario se vogliamo instaurare un dialogo serio con chi, nel mondo musulmano, è disponibile a un confronto critico per valorizzare le esperienze positive delle convivenze che si sono realizzate nel corso della storia sia all’interno dell’islam che nel rapporto con le altre civiltà, per trovare e realizzare vie di pace oggi e nel futuro.

In particolare mi ha favorevolmente impressionato l’ideale di giustizia e fraternità, che si concretizza nella solidarietà concreta verso i poveri, ideale che permea l’islam fin dalle origini e che diventa quindi una specie di “età dell’oro” cui continuamente hanno attinto i riformisti delle varie epoche per reagire alle elites politico-religiose che a volte si sono corrotte diventando dispotiche e compiendo ingiustizie.

Un altro aspetto che ho compreso meglio è il rapporto tra il popolo arabo e gli altri popoli che hanno accolto l’islam come loro religione. Nel corso dei secoli queste relazioni sono state segnate dai rapporti di potere politico-militare, ma soprattutto dalla ricchezze delle varie culture (iraniane, indiane, dell’Asia centrale, ecc.) che hanno contaminato la fede e la cultura araba.

Molto utili i tre strumenti alla fine del libro: la cronologia generale, il glossario e la bibliografia ragionata, che consentono al lettore di ricapitolare la storia e di poterla approfondire in quegli aspetti che più hanno stuzzicato la sua curiosità e i suoi interessi.

Francesca Corrao, Islam, religione e politica. Una piccola introduzione, LUISS University Press, 2015.

Citazioni

“Chi ha vinto le crociate? Apparentemente gli Ottomani quindi né i cristiani (sconfitti da Saladino a Hattin nel 1187) né i Mongoli (1260 fermati a ‘Ayn Galut) né i Mamelucchi anche se questi hanno regnato per un lungo periodo” (p. 184).

“E’ indispensabile capire le ragioni che spingono i terroristi ad usare in modo strumentale l’Islam per legittimare le loro azioni criminali. Alla luce della storia del passato si evidenzia che alcuni gruppi di potere di musulmani non riuscendo ad accedere alla gestione del potere, perché nei regimi dispotici manca la possibilità di un’alternanza, ricorrono all’attacco esterno” (p. 185).

“Così come è già avvenuto nella storia dei governi islamici (ad esempio l’espansione degli sciiti fatimidi in nord Africa nel X secolo), le elites musulmane estromesse dal governo usano la strategia dell’attacco militare dall’esterno e accusano di illegittimità e corruzione chi governa in patria. A questo dato si aggiunge che alla fine dei due secoli di colonialismo e di lotta contro le politiche postcoloniali generazioni di arabi e di musulmani sono state educate con al convinzione di essere stati ingiustamente sottomessi e di essere costantemente sotto attacco. Molte ragioni di frustrazione sono legittime, però è anche vero che molti errori non sono stati valutati e non si è mai fatta, da parte della leadership araba un’opera di seria autocritica” (pp. 185-186).

“Questa mentalità (tendenza autoritaria) presente in frange non sempre marginali del potere economico si scontra con le forze secolari da una parte, con l’Islam moderato della maggioranza dei musulmani e con quelle istituzioni che cercano di trovare soluzioni di compromesso; all’interno di queste ultime si pone al momento il dilemma di come conciliare il conservatorismo tradizionale dell’Islam, che interpreta alla lettera e avversa le riforme, e la necessità di adeguarsi alla esigenze dei tempi moderni” (p. 186-187).

“La transizione dell’area MENA [Medio Oriente e Nord Africa] dunque richiede tempi lunghi e attori disponibili al dialogo, e certamente il gruppo che sostiene Da’ish e i suoi alleati Boko Haram e Shabab non sembrano essere di questo avviso. I terroristi, come a suo tempo le brigate rosse, ma a suo modo anche il nazismo, non dialogano e quindi diventa cruciale ragionare con i ragionevoli, ampliare le alleanze e disarmare i violenti. Le risposte politiche e strategiche vanno cercate e concordate con diversi attori politici sociali ed economici non soltanto nell’ambito militare, giacché come ricorda la Nobel per la pace Shirin Ebadi la violenza genera solo violenza” (p. 187).

“Lo scrittore siriano Mustafa Khalifa nel romanzo La conchiglia (2012), narra gli orrori delle carceri del regime dove migliaia di persone innocenti venivano sottoposte a tortura e martiri per annientare la loro dignità di essere umani; tale insensata crudeltà ha polverizzato le coscienze e creato le premesse perché si propagasse un terrore peggio di quello istituzionale: la violenza si è moltiplicata in modo esponenziale ed è sempre più difficile da dirimere se non si interviene rapidamente in modo determinato e programmato. Non si può immaginare di poter passare al confronto con le armi nucleari, perché allora non ci sarà più margine per le soluzioni umane” (p. 187).

“Siamo nati per vivere insieme, dobbiamo crescere insieme e per questo dobbiamo imparare il dialogo, la conoscenza e il rispetto” (p. 187).

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