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Questo libro, che richiede una certa familiarità con diversi campi di indagine filosofica, ha il grande merito di offrire un guadagno certo nella comprensione dell’autorità nel passaggio epocale che stiamo vivendo…

L’autore insegna etica all’università di Ginevra ed è professore a contratto all’Università Cattolica di Milano. La sua riflessione sull’etica, pur contenuta nella dimensione del libro, è tuttavia densa e significativa.

Biancu esplora nel primo capitolo la crisi dell’autorità ritrovando l’inizio della fine nell’epoca di Cartesio quando si afferma una ragione autonoma, troppo autonoma, dalla dimensione corporea dell’uomo. La rimozione della corporeità quale componente essenziale della soggettività (metaforicamente: una testa senza un corpo) ha prodotto un’autorità fondata sull’autonomia della ragione quale unica forma legittima di autorità.

Il secondo capitolo mostra come l’autorità sia di fatto un evento simbolico, cioè una relazione che mostra un’origine indisponibile che fonda le relazioni personali e sociali. Il cambiamento di paradigma antropologico verso l’homo symbolicus è decisivo, per l’autore, per comprendere meglio cosa sia l’autorità e, quindi, come poter affrontarne la crisi. L’autorità lega insieme la storia e l’origine indisponibile, di fatto la corporeità, tutelandone così la libertà e testimoniando la bontà, verità e affidabilità per costruire un futuro umano.

Il terzo capitolo affronta il delicato rapporto tra autorità, democrazia e uso pubblico della ragione. La durata pubblica del tempo, che il simbolo consente e protegge, è condizione indispensabile affinché l’autorità non devii in autoritarismo e/o populismo. Occorre passare da un primato dello spazio a un primato del tempo, cioè dei processi della storia (questo prima che papa Francesco scrivesse Evangelii Gaudium attingendo ad altra tradizione di pensiero).

Il quarto capitolo affronta i criteri per discernere tra autorità, autorevolezza e autoritarismo. Quando non si tiene conto della struttura simbolica dell’uomo, si perde autorevolezza e si scivola nell’autoritarismo. I simboli sono autorevoli in quanto sono e fanno il bene, non solo lo mostrano. Essi provengono dall’origine da cui siamo generati. Quando questo rapporto di testimonianza viene meno, cioè quando l’autorità si appropria surrettiziamente del rapporto con l’origine, volendo diventare se stessa origine del tutto, ma questo non è possibile, perde autorevolezza e diventa autoritaria: impone con la forza la propria ragione, invece di garantire il processo di sviluppo della storia che realizza l’origine buona e vera da cui veniamo.

Occorre passare dalla parola, che rimane necessaria, all’azione, nel senso che è nell’agire che si mostra la verità e autorevolezza della parola, in quanto l’autorità si gioca in ciò che fa, più che in quello che comanda.

Il quinto capitolo presenta 10 tesi sintetiche sull’autorità:
1) La natura simbolica dell’autorità
2) La relazione d’autorità
3) Autorità e potere
4) Autorità e libertà
5) Il fondamento dell’autorità
6) Autorità e carisma
7) Autorità e verità
8) Etica e autorità
9) Etica pubblica e carisma
10) Autorità e democrazia

Segue un’appendice interessante sul rapporto tra la filosofia italiana e l’autorità, mostrando come la nostra filosofia, iniziando da Vico e passando per Leopardi, Rosmini, Capograssi e Del Noce, abbia sviluppato una riflessione originale sull’autorità, che oggi riemerge come una possibile alternativa al paradigma dell’autorità oggi in crisi.

Il volume richiede una certa familiarità con diversi campi di indagine filosofica, ma offre un guadagno certo nella comprensione dell’autorità, e non solo, nel passaggio epocale che stiamo vivendo.

Stefano Biancu, Saggio sull’autorità, EduCatt, Milano 2012.

Citazioni
“Il fine di una buona politica deve cioè essere una piena assunzione critica dei pregiudizi: non una loro semplice rimozione” (p. 19).

“La crisi dell’autorità propria del mondo moderno sarebbe dunque strettamente legata alla crisi della tradizione e della religione: ad un rapporto problematico con il tempo e con la dimensione, ad esso propria, della profondità. Ad un appiattimento su un presente astorico e ad un oblio della forza generatrice delle origini. Proprio l’esclusione di un riferimento a un fondamento autorevole, avrebbe aperto la strada a sostituzione furtive di quella libertà di cui si era alla ricerca, conducendo finalmente alla sua negazione. Avrebbe insomma aperto la strada al totalitarismo, il quale è dunque ad un tempo crisi della libertà e crisi dell’autorità” (p. 22).

“In realtà – secondo Gadamer – anche l’affidamento ad una autorità si fonda su un atto ragionevole di riconoscimento e (dunque) di conoscenza: ci si affida all’autorità (di una persona o di una tradizione) nella misura in cui ad esse è riconosciuta una superiorità ed una preminenza rispetto alla nostra capacità di giudizio. Ciò rende il rapporto con l’autorità irriducibile alle dinamiche della semplice obbedienza, collocandolo anzi nell’ambito della conoscenza: ovvero della ragione e della libertà” (p. 24).

“Perché dunque questo presunto “oblio del corpo” avrebbe a che fare con la crisi dell’autorità? Perché soltanto a costo di una rimozione del corpo quale componente essenziale della soggettività, si è potuti giungere ad una figura di ragione autonoma quale unica forma legittima di autorità” (p. 34).

“Antropologicamente, epistemicamente, politicamente, l’autorità ha sempre a che fare con il corpo” (p. 36)

“Occorre insomma riconoscere che quella figura di soggettività ha delle condizioni ben precise. Tra queste vi è l’homo symbolicus: l’uomo che fa se stesso attraverso i suoi simboli. (…) Come si vedrà, tra simbolo e autorità vi è una essenziale connaturalità e reciprocità: non solo nel senso che la relazione di autorità è sempre simbolicamente istituita e vive essenzialmente di dinamiche simboliche, ma anche nel senso che il simbolo – in quanto tale – è sempre (esperito come) autorevole” (p. 39).

“Il simbolismo è dunque un operatore di identità, personale e collettiva, che struttura la soggettività e la socialità sulla base di un patto di cui nessun soggetto – individualmente – dispone” (p. 43).

“Dalla natura primariamente relazionale del simbolo deriva la sua capacità di fondare le relazioni che costituiscono il mondo umano. Non solo dunque le relazioni (intenzionali) tra il soggetto e la realtà, ma pure le relazioni tra i soggetti. Costituendo un mondo comune e precedente l’avvento di ogni singola soggettività – i simboli sono sempre infatti ‘tra’ qualcuno e qualcun altro e non semplicemente ‘di’ qualcuno – essi fondano le relazioni umane: istituiscono un mondo comune, un patto e un’alleanza che precede ogni possibile accordo esplicito, contrattuale e procedurale. (…) A differenza del segno – che dunque propriamente designa – il simbolo assegna un’identità e un posto all’interno di una relazione. Il segno comunica e informa, il simbolo invece forma: esige e produce una iniziazione” (pp. 45-46).

“Al contrario: segno e simbolo costituiscono le due polarità inscindibili di ogni linguaggio” (p. 47).

“Siamo animali simbolici in quanto siamo animali corporei e linguistici” (p. 48).

“Il corpo e il linguaggio mediano la nostra soggettività servendosi della grammatica e della sintattica del simbolismo” (p. 49).

“Se il potere è prima di tutto fatto, dominio fattuale, l’autorità è prima di tutto simbolo, sovrabbondanza sul piano simbolico” (p. 51).

“Dire che l’autorità funziona con dinamiche essenzialmente simboliche significa riconoscere che il portatore di autorità – sia esso una persona, un libro, una istituzione… – è percepito come autorevole nella misura in cui è riconosciuto come incarnazione, presentificazione, di qualcosa di ulteriore e di indisponibile: non esaurisce l’autorità che incarna, ma al contempo non ne è un semplice segno, un semplice rimando. Ne è, appunto, simbolo: partecipa di essa senza esaurirla (preservandone, cioè, l’alterità). L’autorità mette cioè in atto una comunicazione no semplicemente nel senso che essa comunica qualcosa (sebbene normalmente faccia anche questo), ma piuttosto nel senso che in essa qualcosa si comunica. Qualcosa di ulteriore e di mai (totalmente) disponibile (neanche al suo portatore)” (p. 52).

“L’autorità è fondamentalmente una relazione di mediazione tra il piano dei fatti e della storia e qualcosa che è fattualmente e storicamente indisponibile” (p. 53).

“L’autorità è dunque essenzialmente storica: ovvero concreta, limitata e relativa” (p. 56).

“(L’autorità) risulta finalmente apprezzabile soltanto a condizione di tenere nella dovuta considerazione la dimensione del tempo e della durata (la “profondità” di cui parlava Arendt): ovvero al dimensione di un dono che precede e che abilita a vivere il presente e a costruire futuro. Che abilita a incominciare” (p. 59).

“Un portatore di autorità che chiedesse ad altri di mettere in gioco la loro esistenza senza esibire un prioritario impegno della propria, non sarebbe autorevole, ma autoritario e ingannevole […] La forma paradigmatica dell’autorità non è dunque quella della trasmissione di un sapere arcano e inaccessibile, ma è quella della testimonianza di una verità percepita come intima a se stessi, affidabile e promettente, è per la quale si è già impegnata, messa in gioco e arrischiata l’esistenza. La verità domanda sempre una mobilitazione e un impegno della libertà, ed è tale libertà “impegnata” che interroga e genera altre libertà, divenendo così una autorità” (pp. 61-62).

“La qualità dello spazio pubblico democratico dipende dunque anche dalla qualità di una socialità primaria che deve essere non solo presupposta ma pure garantita. Se il grande problema è oggi quello di trovare vie adeguate per restituire autorevolezza ad una democrazia minata da un proceduralismo interno svuotato di sostanza e da un generale predominio dell’economico sul politico, è chiaro che questa restituzione di autorevolezza non può avvenire dall’alto, ma deve procedere dal basso: garantendo cioè le condizioni per una socialità primaria quale scambio reale tra individui resi così capaci di pensiero; resi cioè autorevoli e dunque realmente immuni rispetto alle suggestioni del populismo e al fascino di personalità carismatiche che pretendano di sospendere l’autorità dell’argomentazione della storia” (…). La restituzione di autorevolezza alla democrazia è una operazione che deve necessariamente essere condotta soprattutto dal basso. Ogni tentativo di aumentarne esclusivamente dall’alto il tasso di autorevolezza si esporrebbe infatti al rischio di operare una coincidenza perfetta di ciò che deve restare assolutamente distinto: ovvero l’ambito della potestas (la sovranità) e quello dell’auctoritas (l’autorità)” (p. 89).

“Non solo il corpo sta inevitabilmente prima del pensiero critico, ma che il pensiero critico è esso stesso corporeo: è esso stesso intriso di esperienza e di azione” (p. 104).

“Alla luce delle riflessioni di Lindbeck e di queste precisazioni, è possibile tentare una risposta all’interrogativo iniziale intorno all’autorevolezza delle dottrine: essa consiste primariamente nel loro costituire delle regole di azione e di esperienza e non semplicemente nell’informazione cognitivo-proposizionale che esse veicolano. O meglio: l’informazione (ontologica) che esse veicolano è autorevole nella misura in cui è capace di costituire una regola di esperienza e di azione e non, in prima istanza, in forza della capacità descrittiva (rispetto alla quale le dottrine rimangono pur sempre dei tentativi incompiuti)” (p. 120).

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