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Il tema della finanza sociale sta diventando, nel nostro Paese, sempre più importante nelle relazioni tra pubblica amministrazione e settore non profit. Vale la pena puntarci i riflettori e sviluppare questo processo virtuoso in tutti i territori

Finanza sociale, finanza etica o finanza utile? Tante definizioni che sono state utilizzate negli ultimi anni per descrivere la crescente attenzione da parte degli amministratori dei Comuni italiani, dei quadri e degli operatori degli 8000 ca Comuni italiani e dei quadri degli operatori che operano nella sanità (ASL ed AO), nella educazione (istituti scolastici), nel settore sociale e socioassistenziale a individuare ed a sperimentare forme di collaborazione e cooperazione con il settore non profit nel finanziamento di progetti, gestione corrente ed investimenti nei settori dei servizi alla persona.

Il partenariato tra PA locale e settore non profit non è certamente un fatto nuovo ma ha assunto negli ultimi anni crescente rilevanza soprattutto dopo la drastica riduzione delle risorse finanziarie a disposizione degli enti locali a partire dal 2010 – 2011, drastica riduzione che si è accompagnata alla crescita della spesa, o meglio alla necessità di maggiore intervento nei settori sanitario, socioassistenziale e del lavoro, per attenuare gli impatti della crisi economico e sociale.

Infatti la capacità di innovazione finanziaria delle amministrazioni locali (Regioni e Comuni), e di cui erano importanti indicatori (si veda la successiva figura) le emissioni obbligazionarie le obbligazioni in pool, le operazioni di finanza di progetto, il ricorso a sponsorizzazioni ed a donazioni si è prima rallentata e poi arrestata a seguito dell’impatto sulla finanza regionale e locale della crisi finanziaria post 2008 e soprattutto della successiva crisi economica.

Ne sono testimonianze importanti i numerosi rapporti pubblicati da ANCI, Cittalia, IFEL, Lega delle autonomie locali e di importanti osservatori esterni (Rapporto Caritas) e che sono stati recentemente sintetizzati nella pubblicazione 2014 di IFEL e ANCI (P. Galeone e M.Meneguzzo, Crisi ed investimenti locali in Europa).

Il tema della finanza sociale sta diventando così sempre più importante nelle relazioni tra pubblica amministrazione e settore non profit; ne sono significativi indicatori due recenti fatti. Il primo è rappresentato dalla scelta della Regione Sardegna di avviare un fondo di social impact investiment dotato di 8 milioni di euro. Si tratta della prima esperienza in Italia; grazie al fondo la Regione intende sostenere progetti riguardanti l’integrazione e l’inclusione di lavoratori espulsi da settori in crisi come il tessile, il chimico e l’alluminio. Altre priorità del fondo sono il finanziamento degli interventi di politica attiva destinati ai giovani tra i 15 e i 20 anni con difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro e a rischio di esclusione sociale, le attività di formazione e orientamento per il reinserimento di detenuti ed ex detenuti ed interventi a favore dell’ambiente e della valorizzazione del patrimonio culturale.

Secondo significativo indicatore è l’evento organizzato da ANCI, associazione dei Comuni italiani ed IFEL sul social funding. L’evento/seminario di lavoro ha visto la presenza di Fondazione con il Sud, la Fondazione Comunitaria di Novara, il Fondo europeo degli investimenti, Banca Prossima, Human Foundation e il Comune di Brescia che coordina il tavolo tecnico degli Assessori ai servizi sociali dell’ANCI.

Nel seminario è stato valutato il contributo che la finanza ad impatto sociale può fornire per il riavvio del ciclo economico e per la tutela e la valorizzazione dei beni pubblici e dei beni comuni e sono stati presentati i risultati di una ricerca realizzata dall’Università Roma Tor Vergata sulla adozione di strumenti di finanza per l’economia sociale e alle esperienze realizzate dalle amministrazioni locali di diversi Paesi europei (Regno Unito, Svizzera, Austria, Portogallo, Romania e Italia) e discusse le potenzialità applicative di nuovi strumenti nelle amministrazioni locali italiane.

Regioni ed amministrazione locali stanno dedicando crescente attenzione alla attivazione di relazioni con il settore non profit che sta, come evidenziano i dati ISTAT 2011 e ricerche più recenti (ricerca svolta dalla Fondazione Accenture) assumendo un ruolo sempre più rilevante nel sistema sociale ed economico italiano. Alla crescita quantitativa registrata negli ultimi dieci anni si accompagna una evoluzione qualitativa del terzo settore o settore non profit che ha “cambiato pelle”.

Esempi importanti sono la creazione di gruppi “non profit”, che vedono un centro di coordinamento (affidato ad una Fondazione o ad una impresa sociale “capogruppo”), il rafforzamento dei Consorzi di cooperative ed imprese sociali, la attivazione di reti informali, che prevedono modalità di collaborazione e cooperazione tra le diverse organizzazioni coinvolte; è il caso delle organizzazioni non governative, che operano nel settore della cooperazione internazionale, e delle cooperative sociali, che hanno costituito dei consorzi, che offrono servizi comuni (amministrativi, legali, contrattuali).

L’attivazione e lo sviluppo di relazioni tra la PA locale ed il settore non profit sono influenzate dalle specificità che presentano i tanti territori del nostro paese (le tre Italie, le cento città, i distretti, le reti), specificità che impattano non solo sulle performance e la funzionalità della PA locale ma anche la differente capacità operativa delle organizzazioni non profit nelle aree regionali e locali.

Questo fenomeno trova diverse spiegazioni, come i livelli di coesione tra le comunità locali, il senso di identificazione ed il senso civico, la qualità dei servizi pubblici, l’orientamento al fund raising ed alla filantropia comunitaria, la presenza delle fondazioni bancarie come finanziatori privilegiati di progetti delle istituzioni non profit.

In questo contesto quali sono le prospettive del partenariato tra amministrazioni locali e settore non profit quanto alla innovazione finanziaria ed alle modalità di sperimentazione di logiche di social funding?

Alla riduzione degli spazi di manovra per le amministrazioni locali quanto al finanziamento degli investimenti nei settori dei servizi alla persona e delle infrastrutture sociali si è contrapposta alla vivacità ed alla dinamicità della finanza del settore; dalla crescita degli intermediari finanziari etici (Banca Etica, MAG, Banca Proxima), allo sviluppo della raccolta fondi (modalità tradizionali di fund raising al crowdfunding), alla crescita dei fondi etici ed alle modalità di microcredito e microfinanza.

Dal 2011 al 2014 i micro crediti concessi in Italia sono passati da 5493 ad 11428 (quasi raddoppiati quindi e mentre l’ammontare dei fondi erogati si è quadi triplicato passando da 57 milioni ca di € a 147 milioni di €. Il nostro paese è quindi pienamente allineato con quanto succede a livello internazionale: microcredito e microfinanza sono cresciute tra il 2004 ed il 2011 ad un tasso annuale del 30%, con una impennata del 35% tra 2011 e 2012; questo dato (The Economist, Febbraio 2014, Microfinance poor service) è stato messo a disposizione da Mix Market partendo da una analisi su circa 1500 istituzioni di microfinanza a livello mondiale.

E’ in atto una progressiva e costante convergenza tra PA locali e intermediari finanziari del terzo settore che non è esclusivamente limitata alla creazione di fondi di impact investing. Molte amministrazioni locali guardano con attenzione alle esperienze delle obbligazioni etiche (i cosiddetti bond etici) , alla creazione di fondi di microcredito a livello locale ed alla replicabilità di alcune esperienze (ad esempio il progetto recentemente sviluppato tra Banca credito cooperativo di Roma e l’ Ente nazionale per il Microcredito), alle forme di collaborazione con le Fondazioni Comunitarie e con la Fondazione con il Sud ed alla verifica di fattibilità di fondi di social venture capital, che prevedano una partecipazione attiva del settore pubblico locale .

Pubblica amministrazione locale e terzo settore possono quindi non semplicemente dialogare ma soprattutto operare insieme, ridefinendo al meglio le relazioni tra i due sistemi. In questa prospettiva due possono essere i fattori di accelerazione e stimolo; il primo è rappresentato dai fondi comunitari 2014 – 2020 ed il secondo dalla analisi delle esperienze in atto, dalle attività di benchmarking e confronto e dall’apprendimento istituzionale e sociale delle stesse amministrazioni locali e di altre istituzioni ed aziende pubbliche.

Il Programma per l’Occupazione e l’Innovazione Sociale (EaSI – Employment and Social Innovation), lanciato a fine 2013, è finalizzato a sostenere la programmazione e soprattutto la messa in atto di politiche di intervento per lo sviluppo della occupazione a livello europeo, nazionale, regionale e locale, attraverso il coordinamento sociale, l’individuazione, l’analisi e la condivisione delle migliori prassi.

A questo proposito, occorre ricordare che uno dei tre assi portanti di EaSI (a cui sono attribuiti 919,4 milioni di euro) è rappresentato dal programma Microfinanza e Imprenditoria Sociale (MF/IS). Tecnicamente i fondi del programma sono stati ripartiti con un equo 45% sia per il ramo della microfinanza che per quello dell’imprenditoria sociale. Il successo di EaSI e soprattutto le modalità di efficace realizzazione di EaSI dipendono essenzialmente dalla evoluzione in atto delle relazioni tra pubblica amministrazione, ed in particolare i governi locali, con il settore non profit.

Benchmarking, confronto, sviluppo di progetti comuni e benchlearning (apprendimento) devono diventare elemento chiave nelle relazioni tra settore pubblico e settore non profit; che sono state finora ricondotte alle attività di regolazione svolta dal settore pubblico basata sulla normativa nazionale, leggi regionali, politiche e guidelines, al trasferimento di risorse finanziarie attraverso contributi diretti a fondo perduto e contributi legati alla formulazione ed attuazione di progetti ed alla esternalizzazione da parte delle amministrazioni locali e delle aziende sanitarie pubbliche verso il non profit, in particolare nel settore socioassistenziale e nel settore sanitario e più recentemente in settori come cultura, educazione e formazione professionale.

Le politiche di esternalizzazione, che peraltro vedono in alcuni contesti modalità di “reinternalizzazione”, sono state affiancate negli ultimi tre-quattro anni dal passaggio a logiche di co-formulazione e co-produzione attraverso vere e proprie partnership con il settore non profit, attraverso la creazione di Fondazioni miste sempre in settori come quello socioassistenziale e quello della cultura.

Ne sono esempi le circa Fondazioni a livello locale che gestiscono le case per anziani e le RSA, le società della salute costituite in Toscana per la gestione delle reti dei servizi socioassistenziali, le 100 ca Fondazioni culturali (fondazioni di erogazione, fondazioni operative e fondazioni di partecipazione) censite da Federculture. La successiva figura che è tratta dal rapporto ANCI IFEL sulle prospettive del social funding in Italia, citato all’inizio del contributo risponde alla domanda sulle prospettive concrete di collaborazione individuando sei principali ambiti, dal social impact investing, alle obbligazioni etiche, ai “minibond”, al crowdfunding ed al social lending, al microcredito ed ai bond ad impatto sociale.

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