Una era diversa è cominciata, per la sfida dello sviluppo, nel 2016. Una nuova “Agenda”, approvata dalle Nazioni Unite e incentrata su 17 obbiettivi, traccia la rotta delle strategie mondiali di sviluppo fino al 2030…

Una era diversa è cominciata, per la sfida dello sviluppo, nel 2016. Una nuova “Agenda”, approvata dalle Nazioni Unite e incentrata su 17 obbiettivi, traccia la rotta delle strategie mondiali di sviluppo fino al 2030, innestandosi sul piano di sviluppo globale 2001-2015, noto come “Obbiettivi del Millennio”. Questi ultimi, 8 ambizioni basilari e facili a comprendere, cedono il passo all’Agenda 2030: un’architettura molto più articolata in cui i più numerosi obbiettivi sono ulteriormente specificati in 169 traguardi puntuali, a loro volta da assoggettare a un monitoraggio rigoroso tramite indicatori quantitativi. Tuttavia, l’articolazione più complessa è solo l’aspetto esteriore di un radicale cambio di prospettiva portato dalla nuova Agenda. La sua vera novità non è che i nuovi obbiettivi sono più numerosi e meglio specificati, bensì che essa riflette una nuova consapevolezza sul mondo in ci viviamo: l’equilibrio globale.

Rispetto al passato, l’Agenda 2030 si caratterizza per almeno tre innovazioni:
– i suoi obbiettivi sono qualificati come “sostenibili”,
– dalla prospettiva di un flusso di aiuti per i paesi poveri da parte dei paesi “ricchi”, passa all’orizzonte di un interesse comune e condiviso a svilupparsi tutti assieme in modo migliore,
– acquisisce finalmente l’idea che i diversi obbiettivi sono interconnessi e sinergici, piuttosto che in concorrenza gli uni con gli altri.

Un altro modo per descrivere tutte queste novità è dire che l’Agenda 2030 integra l’ambiente nello sviluppo, più di quanto facevano gli Obbiettivi del Millennio. A parte il fatto che 4 dei 17 obbiettivi si riferiscono direttamente alla salute della biosfera, l’inclusione dell’ambiente implica tutte le novità della nuova Agenda. Introdurre l’ambiente, infatti, è una cosa diversa dall’aggiungere un nuovo ventaglio di obbiettivi supplementari; significa piuttosto che gli obbiettivi di sviluppo umano di sempre devono essere ridefiniti entro un sistema reattivo che ci circonda. Si tratta di un cambio di prospettiva profondo, con cui iniziamo a guardare al futuro dell’umanità non come un assoluto, bensì nel contesto di interdipendenze ed equilibri che reggono il funzionamento di un sistema più ampio di cui siamo parte: un sistema condiviso che dobbiamo pertanto gestire tutti assieme e che, come la casa di ogni famiglia, deve essere mantenuto in equilibrio in tutti i suoi elementi, sia umani che fisici, e nel modo in cui questi elementi interagiscono.

In questo senso, l’Agenda 2030 ha oltrepassato – forse involontariamente – le più alte ambizioni ed è diventata molto di più che un piano per aiutare i più poveri a colmare il divario: è un nuovo paradigma economico, ispirato a nuovi valori, per tutta l’umanità.

Questa nuova economia vorrebbe incorporare tutti gli imperativi dell’equilibrio globale, ben oltre quelli dello sviluppo produttivo. Deve quindi imbrigliare la complessità dell’equilibrio planetario, anche perché averlo finora ignorato ci sta portando sull’orlo di una fase di instabilità che un po’ tutti sentiamo incombere nell’insicurezza crescente che ci circonda. Dallo spettro di una mutazione del clima dirompente, fino allo scenario di movimenti forzati di popolazioni senza precedenti, tutto si tiene in un moto di crescente erosione degli equilibri.

Tendiamo a dare per scontato l’equilibrio, e l’umanità vibra per traguardi diversi, come la crescita, o l’espansione. Dimentichiamo così che senza equilibrio non ci può essere crescita e nemmeno organizzazione sociale: nella sfera umana, gli squilibri – compresa la gigantesca iniquità nella distribuzione delle ricchezze – portano instabilità, ingiustizia e conflitti; sul piano dell’ecosistema, l’equilibrio ci dà la prevedibilità di tutti quei servizi della natura – stagioni regolari o la ragionevole aspettativa che un certo campo produrrà del grano – senza cui è impossibile organizzare le società e le economie. Questi due equilibri sono in realtà tutt’uno, e l’uno si degrada al degradarsi dell’altro.

Possiamo leggere l’equilibrio globale, nelle sue sfaccettature umane e naturali, come una matrice che mette in correlazione tutti gli ordini di fattori che interagiscono fra di loro: composta di caselle, ciascuna delle quali ritrae lo stato di un sottoequilibrio locale o settoriale, con algoritmi che la legano alle altre caselle per indicarci come la sua variazione si riflette sul sistema. Proprio quello che l’economia tradizionale non faceva, illuminando solo le caselle relative al mercato e alla finanza. Naturalmente, una matrice che ritrae minuziosamente ogni correlazione sulla superficie terrestre non è alla nostra portata. Occorre scegliere una griglia d’analisi sufficientemente articolata per essere significativa ma abbastanza semplice per essere gestita. Una soluzione pratica, in questo senso, è data da una matrice che pone in correlazione dinamica quattro fattori: sviluppo, ambiente, diritti umani e sociali nonché, infine, pace e stabilità:

Questa matrice non è diversa dall’Agenda 2030, solo che ritrae in maniera più omogenea le interazioni fondamentali soggiacenti. Forse involontariamente, ma significativamente, l’Agenda 2030 somiglia anch’essa a una matrice, come gli somigliavano gli Obbiettivi del Millennio: è naturalmente successo da quando l’ambiente – cioè l’idea di un contesto in equilibrio – ha fatto irruzione nello sviluppo. Fra i quattro poli si possono mettere in moto dei cicli cumulativi poiché ogni sottoequilibrio influenza gli altri. Cicli che possono accelerare verso l’insicurezza e la precarietà globale, perché lo squilibrio in un sottosistema si propaga agli altri amplificandosi a catena. Ma anche cicli di progresso che ci forniscono uno strumento d’azione straordinario, perché il riequilibrio riportato in un sottosistema può contagiare gli altri: specie se scegliamo la casella giusta.

Ciò che questa matrice ci dice è che a livello locale, regionale e globale, l’equilibrio di cui siamo parte è coerente. Ovvero che se consideriamo come sviluppo l’insieme dei veri bisogni dell’essere umano – invece di concentrare tutti gli sforzi solo sui valori di accumulo materiale considerati dal mercato tradizionale – ci si accorge che lo sviluppo dell’umanità protegge l’ambiente e viceversa. Non esiste una contraddizione fra lo sviluppo dell’uomo e il generoso equilibrio della natura; non è vero che l’ecosistema, non essendo infinito, pone un limite al progresso, se nel progresso includiamo anche beni che prima non contabilizzavamo, come la pace sociale e internazionale, il tempo per la famiglia, aria, acqua e cibo salubri, e tant’altro.

La coerenza dell’equilibrio ci consente anzitutto di comprendere in profondità cos’è sostenibile: ciò che sprigiona un ciclo risuonante di benessere umano e salute ambientale. Non un limite, quindi, e neanche un trade-off fra natura e progresso, bensì una sinergia. E ciò ha implicazioni molto concrete nella pianificazione locale, regionale e globale. Se davvero l’equilibrio è coerente, sappiamo che un’iniziativa di protezione della natura finirà per nuocere alla natura stessa se non sprigiona maggior benessere per l’umanità, poiché spinge nella direzione sbagliata una delle variabili dell’equazione.

Se, ad esempio, sottraiamo terreni alla produzione di cibo per il pur lodevole obbiettivo di produrre biocombustibili, non dobbiamo sorprenderci che ciò contribuisca a far aumentare i prezzi degli alimenti creando povertà; che questa induca instabilità e cicli regressivi che, a loro volta, impediranno alle società colpite di guardare al futuro e occuparsi dell’ambiente, sospingendole anzi a depredare la natura, con un risultato cumulativo finale che potrebbe non solo azzerare i vantaggi dei biocombustibili per l’ecosistema, bensì nuocere alla stessa natura che si voleva proteggere. Viceversa, una pur onesta iniziativa di sviluppo e giustizia può alla fine del ciclo trasformarsi in povertà, violazione dei diritti umani e violenza se degrada l’ambiente e gli impedisce di offrirci i suoi generosi servizi: la canalizzazione che ha sottratto acqua ai fiumi Syr Daria e Amu Daria in Asia centrale, portando il mare di Aral a restringersi di 13 volte in 50 anni, alla fine ha distrutto quell’agricoltura, quello sviluppo e quel progresso che mirava a favorire.

Siamo tutt’uno con l’ecosistema in un equilibrio che può inondarci di abbondanza, se solo ci sintonizziamo con la sua coerenza. E questa coerenza, che non frena lo sviluppo, ma lo sospinge nel suo significato migliore, ci invia un messaggio profondo: la crescita, il progresso, non sono nemici dell’ambiente; è l’ingiustizia che lo distrugge.

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