Nessuno parla di libertà tanto quanto i carcerati, nessuno parla di salute tanto quanto i malati. Queste due ovvietà ci segnalano come i nostri siano tempi di prigionieri malati…

Nessuno parla di libertà tanto quanto i carcerati, nessuno parla di salute tanto quanto i malati. Queste due ovvietà ci segnalano come i nostri tempi (in cui i temi della libertà e della salute sono i più discussi) siano tempi di prigionieri malati.

Ciò dovrebbe spingere chi di noi (non certo per suo merito, ma per Grazia ricevuta) dimori in una parte poco custodita del carcere, o addirittura fuori dalle sue mura, e conseguentemente goda di una non troppo compromessa salute spirituale, ad annodare qualche lenzuolo per far scappare di prigione il maggior numero possibile di compagni di sventura. Dalla mia postazione credo di aver intravisto una possibile crepa nel muro del carcere da cui provare a far sgattaiolare fuori qualche recluso, vi racconto (in breve) il mio piano di evasione nella speranza che a qualche lettore, magari collocato in postazione ancora più favorevole, possa trarne spunto per ideare le sue strategie.

Chiunque di noi abbia sofferto di qualche dolore muscolare od osseo, ha avuto consapevolezza di quanto complesse e sofferte siano le strategie per eseguire degli atti spontanei come camminare o usare braccia e mani che, da sani, non implicano il minimo sforzo e tantomeno pensiero. Se ci duole una caviglia, il nostro primo pensiero è come evitare di appoggiarvi il peso mentre camminiamo, se siamo sani, il nostro unico pensiero è sapere dove andare e perché e non certo come muovere le gambe.

Fuor di metafora, lo spostamento della nostra attenzione dal fine delle nostre azioni (dove andare) all’efficacia dei metodi (in questo caso come camminare minimizzando la sofferenza) è indubitabile segno di malattia: non a caso questo è il tempo dei manager (figure professionali che si occupano di efficacia) piuttosto che di esploratori o profeti (gente fissata con le mete).

La mia attività di insegnamento dell’analisi dei dati a dottorandi e giovani ricercatori mi offre una ghiotta occasione di strappare qualche anima dalla dittatura dell’efficacia e spingerla ad aprire gli occhi sulle mete. La statistica (soprattutto in scienze come la biologia sprovviste di un forte apparato di leggi generali formalmente definite) ha un ruolo cruciale nella costruzione delle conoscenza scientifica: se e solo se il ricercatore è profondamente consapevole della sua meta, insomma ha ben chiara in mente quale sia la sua ipotesi di partenza, può intraprendere la via (metodo vuole dire appunto ‘la strada da percorrere’) che lo porterà ad una risposta più chiara possibile. Il bravo scienziato non è quello ‘che scopre molte cose’ ma quello che riesce ad apparecchiare il suo modello sperimentale (scelta delle misure, del materiale sperimentale, della strategia di analisi dei dati ..) in maniera tale da avere risposte non ambigue (positive o negative che siano non importa) rispetto alla verosimiglianza dei suoi assunti di partenza.

Le uniche cose che posso scoprire
andando a zonzo senza meta, semplicemente con la forza bruta della molteplicità di misure e di mezzi, sono correlazioni spurie di nessuna valenza conoscitiva (si consiglia ai sempre più chiassosi propugnatori di una ‘scienza fatta dal computer senza intervento umano’, e chiaramente al nostro sagace lettore che li voglia contrastare, di dare una rapida occhiata al tipo di evidenze che scaturiscono dalla pura potenza di calcolo.

A questo punto dovrebbe risultare chiara l’opposizione fra la richiesta fatta al professore di statistica dal prigioniero dell’efficacia ‘Quali sono le metodiche statistiche che devo applicare?’, versione pudica e rispettosa della vera richiesta ‘Dimmi quali tasti del computer devo pigiare e basta lì’; e il rimando del professore che con (necessaria e si spera liberatoria) violenza ribatte ‘Tutte le tecniche statistiche vanno bene, ma tu sai dirmi cosa vuoi veramente sapere? Perché se non lo sai allora tutte vanno male, non esiste strada (metodo) giusto per chi non conosce la meta’.

Da qui nasce una lotta che in dieci anni di lezioni intensive a tantissimi studenti ho visto crescere di intensità e virulenza, è una lotta entusiasmante e ogni prigioniero liberato è una gioia profonda, superiore alla tristezza per chi invece sembra non rispondere alla cura (necessariamente cruenta vista la scarsità di tempo a disposizione). L’importante è essere sempre consapevoli che, mentre i fallimenti nascono da noi, i successi sono frutto della momentanea sintonia con lo Spirito, appena ce ne scordiamo, i fallimenti si moltiplicano…e arriva il momento di un buon bagno di umiltà e preghiera.

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