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Il servizio civile deve essere un sistema collegato ai mondi da cui passano i giovani che abbia al centro tutti, non solo quelli dotati già di opportunità ed occasioni. Ad essi questa esperienza dovrebbe riconoscere un ruolo effettivo valorizzandoli come risorse a cui uno Stato si affida e su cui investe

La ricerca “Il Servizio civile nazionale fra cittadinanza attiva e occupabilità”, presentata dall’ISFOL lo scorso 4 agosto, ci ha restituito la più recente istantanea dei giovani che hanno scelto questa esperienza lo scorso anno: più attivi, più istruiti e più disponibili alla mobilità dei loro coetanei, quasi 1 su 3 donne e in buona parte provenienti dal Sud ed Isole. Il servizio civile risulterebbe così scelto “nelle aree più svantaggiate e a più alto tasso di disoccupazione del paese, intercettando in queste aree i soggetti più deboli sul mercato del lavoro: le donne giovani o molto istruite”. Dunque, secondo l’ISFOL, questa esperienza sarebbe uno “strumento di autonomizzazione, soprattutto nella fascia di età più alta (25-29 anni)”.

Il servizio civile sembrerebbe così scelto dai giovani italiani (e in parte dagli stranieri, dato che dal 2013 è possibile anche per loro partecipare) come una delle possibili (poche?) strade verso l’adultità, che passa anche da una piccola autonomia economica e da una formazione sul campo, che accanto ad altri percorsi più o meno formali, permette loro di accrescere il proprio senso civico e la propria dotazione di competenze utili per entrare nel mondo del lavoro. È proprio con questa chiave di lettura che alcuni noti commentatori, come Michele Serra su “Repubblica”, lo hanno più volte citato, mentre l’ex direttore del “Corriere della Sera”, Ferruccio De Bortoli, lo ha pubblicamente proposto come un “master civile”, sottolineandone il valore di “tempo dedicato, tra studio e lavoro, a tutelare l’ambiente, promuovere la legalità, combattere gli sprechi, assistere chi soffre”, ed invitando il Governo a renderlo “veramente universale, lanciando ogni anno un progetto per il Paese”.

In questo senso va però già dato atto al premier Matteo Renzi di aver inserito stabilmente il servizio civile nell’agenda di Governo, citandolo più volte nei suoi interventi pubblici, lanciandolo in chiave europea e sostenendolo lo scorso anno con uno stanziamento consistente e portando avanti una riforma che ha concluso lo scorso maggio il suo iter parlamentare.

Tuttavia alcuni segnali, tutti da interpretare, ci dicono di una fragilità ancora esistente nell’intero sistema.

Innanzitutto il servizio civile, che con la riforma prende l’aggettivo di “universale”, fa ancora fatica ad entrare nella cultura comune. Per gli stessi giovani, che dovrebbero sceglierlo, risulta una proposta quasi sconosciuta. “Attualmente conoscono bene il ‘servizio civile universale’ meno del 10% dei giovani e poco più del 35% ne ha sentito parlare vagamente”, ci dice una recente ricerca dell’Istituto Toniolo. Il servizio civile ha in effetti pochi spazi istituzionali per comunicarsi in maniera efficace proprio con i suoi principali destinatari, ed è paradossale per un’esperienza rivolta ai giovani e che si è sviluppata nello stesso decennio dei social network. Accanto a questo alcuni enti, come Arci Servizio Civile, iniziano a denunciare i primi segni di una possibile disaffezione alla partecipazione dei giovani, i cui motivi non sono ancora chiari, ma su cui potrebbero pesare i numerosi bandi usciti in questi mesi (ben 6 negli ultimi nove mesi), e una certa macchinosità di alcune procedure di accesso, come ad esempio ai progetti con “Garanzia Giovani”.

Proprio l’ibridazione con il piano “Garanzia Giovani”, unico caso in Europa, se sicuramente positivo dal punto di vista dello sviluppo che ha dato al sistema in termini di fondi, ha fatto però emergere una moltiplicazione dei referenti e ritardi nell’applicazione, ma soprattutto sembra aver spostato ulteriormente l’asticella sull’interpretazione del servizio civile, portandolo sulla soglia di una attività più orientata alle politiche occupazionali, che di cittadinanza attiva e “difesa nonviolenta della Patria”. I recenti bandi tematici con fondi ministeriali hanno fatto poi emergere la fatica di condividere un’idea comune tra le Istituzioni, con la tendenza a “piegarlo” ciascuno alla propria visione, piuttosto che coglierne le reali potenzialità ed opportunità. Alla luce di tutto questo non sappiamo se è un caso il fatto che nella succitata ricerca ISFOL, come evidenzia la rete “Caschi Bianchi”, “un intero modulo è dedicato alla voce ‘Occupabilità’, alla voce ‘Cittadinanza attiva’ 6 domande su 11 riguardano l’immigrazione e la discriminazione razziale, etnica e religiosa e solo una volta in tutto il questionario è menzionata la parola ‘Pace’, inserita tra le voci di cittadinanza attiva nella stessa ‘casellina’ con protezione ambientale e diritti degli animali”.

Da dove ripartire allora? Probabilmente una risposta ce lo darà l’imminente decreto di attuazione sulla legge di riforma del servizio civile, che disegnerà le prospettive concrete di sviluppo di questa esperienza. Proprio per questo, nella logica che dicevamo prima, spiace che non si sia aperto un ampio dibattito in merito e poche, se non assenti, siano state finora le occasioni pubbliche di confronto sul decreto. Inoltre il servizio civile “universale” potrebbe presto andare a legarsi alle più recenti proposte di “servizio civile europeo”, come ad esempio quella avanzata dal think tank renziano “Volta” di “Odysseus”, ossia di un “Erasmus del volontariato”, o quella del Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker di un “Corpo europeo di solidarietà”, lanciata lo scorso 14 settembre e che potrebbe concretizzarsi già entro l’anno.

Quello che possiamo auspicare già ora è che si torni a vedere il servizio civile come un sistema aperto ed accessibile, collegato ai mondi da cui passano i giovani (come ad esempio la scuola e l’Università) e che abbia al centro tutti, non solo quelli dotati già di opportunità ed occasioni. È ad essi che un’esperienza come questa dovrebbe riconoscere un ruolo effettivo- qui ed ora – e valorizzarli come risorse a cui uno Stato si affida e su cui investe, per riallacciare legami sociali logorati ed affermare concretamente quei tanti diritti enunciati nella Costituzione, che poi è il senso ultimo e più tangibile con cui potremmo interpretare la “difesa della Patria”.

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