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I progetti ACLI di servizio civile  all’estero rappresentano, per i giovani, il coronamento di un personale romanzo di formazione, il modo per entrare nell’età adulta, con la consapevolezza di non avere più rimpianti per quello che non si è potuto o voluto fare…

Non solo Erasmus: mobilità e calendari di vita
Con una formula forse riduttiva, i giovani italiani sono stati definiti “Generazione Erasmus”. Le opportunità di mobilità europea ed extra-europea non si limitano al noto programma di scambio tra università: oltre a Erasmus, per studio e placement, ci sono il servizio volontario europeo (SVE), borse di studio, tirocini, stage supportati dalle istituzioni comunitarie e da una rete di enti (pubblici e non) che permettono ai giovani di fare un’esperienza all’estero. Tra le diverse opportunità il servizio civile all’estero è una delle più ambite, almeno per quel che riguarda il punto di osservazione dei progetti promossi dalle ACLI.

Nella mia esperienza di selezionatore accreditato ho incontrato le storie di mobilità di centinaia di giovani provenienti da tutta Italia, persone che nel servizio civile all’estero cercavano l’avvio o il proseguimento di un percorso di mobilità che non necessariamente corrispondeva con una fuga. La pubblicistica, così come una porzione significativa della ricerca scientifica, raccontano di una “fuga dei cervelli”, o in gergo tecnico internazionale brain drain, tuttavia nelle storie dei candidati ai progetti di servizio civile all’estero delle ACLI spicca il desiderio di vivere un’esperienza di volontariato in un contesto peculiare o, se si vuole, “speciale”.

I progetti di servizio civile internazionale delle ACLI si distinguono per un elemento determinante nell’orientare le scelte dei candidati: sono realizzati in quelle che Saskia Sassen definisce “città globali”, ossia centri che si sono sviluppati grazie alla propulsione della globalizzazione e oggi hanno più cose in comune tra loro che con il contesto regionale o nazionale nel quale sono situati. Londra, New York, Parigi, Sidney, Buenos Aires e, a suo modo, anche Bruxelles sono metropoli nevralgiche per la circolazione di capitali, persone e culture caratteristica della globalizzazione. In queste città le ACLI sono presenti da decenni, hanno seguito le ondate di emigranti italiani che dal secondo dopoguerra hanno scelto l’estero per trovare opportunità di vita migliori; viene da chiedersi quanto e come le comunità italiane all’estero abbino contributo alla globalizzazione delle città nelle quali si sono stabilite. Oggi in questi stessi centri ricominciano ad arrivare un numero crescente di italiani, più o meno giovani, più o meno qualificati. I progetti di servizio civile, realizzati in collaborazione con il Patronato ACLI sono rivolti quindi al supporto dei new comer, non sempre in grado di districarsi in contesti sociali resi iper-complessi dalla globalizzazione.

Ascoltando i racconti di vita dei giovani candidati di servizio civile, l’idea di passare un anno in queste città ha la meglio; con ciò non si vuol dire che le motivazioni solidaristiche, il civismo, la consapevolezza della valenza di un concetto come quello di “difesa non armata della patria” non abbiano un ruolo. Tuttavia l’idea che il servizio civile in una città come New York o Londra possa rappresentare un “punto di svolta” biografico è prevalente. Come si avrà modo di verificare tramite i dati statistici presentati di seguito, i candidati per il servizio civile all’estero sono più spesso giovani-adulti, in possesso di una laurea, con alle spalle percorsi di mobilità anche molto articolati. Per loro, i progetti delle ACLI rappresentano il coronamento di un personale romanzo di formazione, il modo per entrare (presto o tardi che sia) nell’età adulta, con la consapevolezza di non avere più rimpianti per quello che non si è potuto o voluto fare.

In questo breve contributo non si avrà la possibilità di restituire la ricchezza e la profondità delle vicende biografiche dei giovani candidati, tuttavia grazie all’uso di due diverse fonti di informazione si avrà modo di suggerire, almeno in termini numerici, la valenza dei progetti di servizio civile all’estero proposti dalle ACLI ai giovani italiani. In particolare si proporranno i dati desunti dalle candidature pervenute per il Bando ordinario di Servizio civile nazionale 2016, integrati con i dati del Bando straordinario relativo al progetto IVO4all ; inoltre si presenteranno le prime indicazioni provenienti dal rinnovato sistema di monitoraggio dell’Ufficio nazionale servizio civile delle ACLI, sistema che da quest’anno prevede la compilazione da parte dei candidati di un questionario online.

Sentirsi a casa nel mondo: chi sono i candidati ai progetti di servizio civile all’estero
Nel 2015 le ACLI hanno ricevuto 690 candidature per progetti di servizio civile all’estero, il 70% ha riguardato il Bando ordinario, il restante 30% il bando straordinario relativo al progetto IVO4ALL. Nel complesso, i candidati per l’estero rappresentano il 40,6% del totale; tale va rapportato al numero di posti disponibili: 57, tra bando ordinario e straordinario. In media, per ogni posizione ci sono 12 candidati. La competizione è dunque elevata, molto più che nel bando ordinario. Il servizio civile all’estero attrae ragazzi con un profilo ben caratterizzato: il 60% dei candidati è di sesso femminile; nella maggior parte dei casi (72%) si tratta di persone con più di 24 anni; provenienti in prevalenza dall’Italia Meridionale (45,3%) o Centrale (20,9%). Si noti che il dato citato è riferito ai soli candidati al bando ordinario poiché il progetto IVO4ALL era dedicato in modo specifico, anche se non esclusivo, ai giovani residenti nelle regioni dell’Obiettivo Convergenza.

Ancor più interessante è il dato relativo al titolo di studio: la percentuale di laureati (triennali e magistrali assieme) ai avvicina ai due terzi del totale italiano; nel Nord-Est (70,3%) e nel Meridione (68,3%) supera invece questa soglia. Rispetto alle sedi di progetto, poco meno del 60% dei candidati per il bando ordinario si distribuisce tra New York, Londra, Sidney, Parigi, Bruxelles e Buenos Aires, con l’asse NY-Lon (New York e Londra sono “una sola città separata da un oceano”) che da sola raccoglie una candidatura su tre. Anche le cosiddette Eurocities, le città dove vivono e tra le quali circolano le èlites economiche, istituzionali e culturali europee, rappresentano un polo di attrazione significativo (36%): Bruxelles e Parigi, ad esempio, assommano il 10% delle candidature.

I progetti di servizio civile delle ACLI attirano giovani che vogliono passare un anno nel cuore pulsante della globalizzazione; in città nelle quali circolano beni, capitali, uomini, saperi provenienti da ogni dove e nascono immagini, mode e credenze che poi si diffondono nel resto del mondo ture provenienti da tutto il mondo. Durante i colloqui di selezioni ricorrono temi come la volontà di confrontarsi con un contesto multiculturale, la capacità di sentirsi a casa nel mondo, la volontà di fare un’esperienza di rottura rispetto a precedenti esperienze di mobilità.

Per capire meglio il punto di vista dei giovani è utile confrontare alcuni dati desunti dal questionario di monitoraggio rivolto a tutti i candidati ai progetti di servizio civile delle ACLI. Per due ragazzi su tre la qualità più importante per avere successo nel mondo del lavoro è la competenza; il 54% sta cercando attivamente lavoro; mentre la quasi totalità (92%) mette in conto che per trovare un’occupazione sarà costretto ad andare all’estero. Trapela tra i numeri, un atteggiamento ambivalente: alla fiducia in se stessi, nelle proprie capacità e nel percorso formativo intrapreso, si abbina l’inquietudine per l’approssimarsi di una nuova fase della vita. Terminati gli studi, arriva il momento di trovare lavoro: i ragazzi sanno che non sarà facile, a maggior ragione in Italia. Andare all’estero è un’opportunità per fare una transizione “dolce” dalla formazione al lavoro, in contesti socio-economici più ricettivi rispetto all’Italia. Per dei giovani laureati, la maggior parte dei candidati di servizio civile, lo spettro della disoccupazione intellettuale e della mancata corrispondenza tra percorso formativo e posizione lavorativa (il cosiddetto skills mismatch) è, purtroppo, molto vivido. Dopo aver investito, tempo e denaro, sulla propria formazione, questi ragazzi sono preoccupati di vedere i loro sforzi vanificati: per questo guardano all’estero con maggior fiducia che all’Italia. Più in generale, il servizio civile rappresenta una camera di compensazione, una parentesi di un anno durante la quale prepararsi a diventare grandi.

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