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L’architettura non è un qualcosa da ammirare, ma un luogo da vivere e da giudicare in base alle sensazioni che dà e alle funzioni che offre. Riguarda l’invenzione, la creazione degli spazi in cui l’uomo può vivere. Questo implica pensare a un “dopo” il disegno. Oggi invece le scelte di pianificazione del territorio avvengono quasi esclusivamente in nome del mandato elettorale senza guardare al bene comune

Un misto di stupore e di soddisfazione. Questa la reazione nel vedere il Papa “avventurarsi” in una riserva di caccia molto particolare. Un posto abitato da animali rari, bellissimi, cervi dal pelo cangiante, con palchi imponenti, ramificati verso il cielo, e da piccoli insetti operosi, più o meno innocui. In fondo, pensavamo, è la prova di quanto accomuna le due passioni che ci pervadono.

Architettura e teologia: due discipline senza disciplina! Composte, come l’uomo, da una parte immanente e una trascendente; entrambe destinate a essere studiate senza che si possa arrivare a una dimostrazione finale.
Troppa poesia? Forse, ma costruire una casa è un atto tecnico, fare architettura (che non è prerogativa dei laureati in architettura) ha anche una valenza educativa.

In tal senso è più che legittimo, oltre che opportuno, che l’autorità morale del Papa si rivolga anche a chi ha il potere di trasformare l’habitat umano (fingeremo qui di credere che questo potere ce l’abbia chi progetta e non sia sommamente nelle mani di quella figura mitica, ora mecenate ora kapò, che è il “committente”).

L’uomo è un animale sociale, che per vivere ha bisogno di relazioni e di spazi. Nessuno può dire con precisione se le vele di Scampia sono come le conosciamo per colpa di chi le abita o se chi le abita è portato a delinquere perché si trova a vivere in alveari impersonali. Di certo starci non è aspirazione diffusa e questo perché chi le ha progettate ha evidentemente pensato a risolvere funzioni banali, fisiologiche, dimenticando quanto necessita alla dimensione spirituale dell’essere umano.

Ludovico Quaroni già nel 1957 (per noi c’è sempre un domani per fare cose intelligenti) scriveva: "si applicano alla cultura, alla religione e all’amore gli stessi criteri superficiali di valutazione positivistica che sono stati applicati prima al cubo d’aria e all’insolazione invernale, e non si tiene conto che il fatto più importante, nella residenza di un uomo, è la possibilità di scelta continua, fra la vita collettiva e la libertà dal controllo sociale, la possibilità di scelta fra la solitudine e la compagnia, fra il chiuso e l’aperto, fra il chiasso e il silenzio".

L’architettura non è quella “cosa” più cara dell’edilizia, ma il risultato di un processo che ha come scopo far vivere bene chi ne fruirà, non solo costruire un riparo. Architettura non è nemmeno un qualcosa da ammirare, ma un luogo da vivere e da giudicare in base alle sensazioni che dà e alle funzioni che offre. Riguarda l’invenzione, la creazione degli spazi in cui l’uomo può vivere. E’ un’arte? Sì, ma di creare ambienti, altrimenti la si chiami per quel che è: scultura. Questo implica pensare a un “dopo” il disegno. Non è difficile, di certo faticoso, ma non difficile.

Basterebbe ascoltare un po’ di più e non volere a tutti i costi insegnare (o imporre) stili di vita. Ma, parafrasando Jessica Rabbit, noi architetti non siamo cattivi è che ci disegnano così. O meglio, durante gli studi, ci viene inoculato un virus che attiva il gene egoista, che prevede la ricerca dell’immortalità (nostra e dell’opera), come Imhotep o Fidia.

Di certo non ha migliorato le cose l’ascesa delle archistar all’empireo mondano, che ha provocato una corsa all’originalità e la comparsa, anche in periferia, di oggetti fini a sé stessi, spesso dai costi abnormi, perché nella gara di virilità tra adolescenti l’importante è vincere.

Quante inutili dimostrazioni di forza, di energivore insensate si vedono. E’ così che si diventa barzellette; ve ne sono anche di carine. Una dice essere il cammello nient’altro che un cavallo disegnato da un architetto (che risolve spesso un’impasse con un gesto barocco). Questo succede se dimentichiamo che per fare il nostro mestiere ci vuole anche un po’ di vocazione. A nostro modo siamo un po’ dei medici e se, forse, non possiamo letteralmente curare le persone di certo possiamo fare molto perché non si ammalino, scegliendo i materiali, l’orientamento e i luoghi più opportuni per costruire.

Non siamo partigiani della “partecipazione”, intesa come una grande assemblea condominiale. E’ un processo complicato e delicato, che può essere ambiguo, perché se si parla di una scuola o di una palestra è una cosa, ma se si tratta di un aeroporto, di un inceneritore o di un dormitorio sono tutti d’accordo… di farlo altrove. In questo modo bisogni e problemi urgenti, concreti e quotidiani non avrebbero mai soluzione.

E’ pur vero che, all’opposto, le scelte di pianificazione del territorio oggi avvengono esclusivamente nelle “stanze dei bottoni”, in nome del mandato elettorale, con più attenzione a esigenze particolari che al bene comune. E’ uno scollamento che riguarda non solo l’urbanistica, ma ogni ambito della nostra vita quotidiana e che è solo più evidente là dove vi sono interessi economici rilevanti.

Non sappiamo se qualcuno seguirà le lucide indicazioni del Papa, ma è bello sapere che si diffonde la consapevolezza che la costruzione di una comunità passa anche dalla realizzazione di un ambiente fisico armonico, accogliente e salubre.

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