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Accettare l’idea che si possa vivere bene in Italia, condividendo le risorse e facilitando una cultura del merito che includa, contro una prassi perversa dell’accaparramento che genera solo diseguaglianze e povertà. E spostare l’attenzione dall’idolatria dell’individuo e del proprio benessere al valore della comunità. Non muterà mai nulla senza promuovere la persona umana. Soltanto istituzioni, imprese, sindacati, associazioni e realtà ecclesiali a misura d’uomo, potranno garantire quella conversione verso una vita buona che sinora non abbiamo costruito con la necessaria determinazione

Mentre mi accingo a scrivere, seguendo la traccia che mi è stata inviata, l’occhio cade sulle performance estive dell’ex capitano Schettino che, durante il recupero del relitto della Concordia, con la sua scia di dolore, partecipa a festini estivi e tiene, non bastasse, lezioni all’Università di Roma sulla gestione del panico.

Mi domando allora: cosa voglia dire corruzione in Italia? Di fronte ad un fenomeno il cui perimetro risulta indecifrabile, il volto abbronzato di Schettino getta uno smarrimento definitivo! Ma ancora più recenti sono le minacce di morte verso Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, accusato di “interferire” negli affari di mafia e, quindi, passibile dello stesso trattamento precedentemente riservato a Don Pino Puglisi.

Una seconda domanda adombra, quindi, la precedente: cosa spinge tanti eroi silenziosi, dal coraggio granitico, a rimanere in Italia? E, di conseguenza, che scelta facciamo noi di fronte a situazioni così estreme, da avere la forza di spostare in alto ed in basso l’”asticella” del vivere liberi e puliti nel paese dei Greganti?

Di studi sulla corruzione ce ne sono molti. Il Transparency International, l’organizzazione no-profit che combatte la corruzione su scala mondiale, ha pubblicato il Corruption Perceptions Index 2013, la classifica dei paesi più (e meno) corrotti del mondo. Nella classifica dei 177 paesi, l’Italia è al sessantanovesimo posto, con un punteggio di 43 punti. Uno in meno (dunque "meglio") rispetto all’anno scorso. Il grado di corruzione in Italia è più alto che in molti altri paesi d’Europa; fanno "peggio" di noi soltanto: Romania, Bulgaria e Grecia.

La mappa della corruzione mondiale lascia interdetti per l’evidenza che i Paesi meno corrotti abbiano, sempre, economie più fiorenti e soffrano molto meno la crisi che stiamo vivendo. Crisi che, invece, sta logorando proprio i sistemi meno trasparenti. E’ innegabile che in Italia, dopo decenni caratterizzati dal prevalere indiscusso e culturalmente giustificato dell’interesse del singolo sulla collettività, l’attuale situazione di difficoltà del Paese abbia reso imprescindibile un’inversione di tendenza. Una sorta di lotta “liberazione” dal familismo amorale, declinato nelle forme più varie: non meno cruenta di altre guerre ed il cui esito è ancora incerto e dischiude scenari e connivenze inaspettati. Sovente rimossi completamente dall’immaginario collettivo, negli anni in cui sembrava che saccheggiare lo Stato fosse, non solo lecito, ma, anche, ininfluente rispetto alla vita degli italiani.
La cultura dell’accaparramento vede, però, i propri alfieri ancora pienamente in azione; blindati dietro sistemi di potere puntualmente rodati. Forse un pò invecchiati, ma ancora operativi! Convincerli che è finita la festa non sarà facile. Il loro identikit è alquanto semplice e preciso: si auto-definiscono servitori impagabili (anche se, per la verità, molto pagati) dello Stato o del libero mercato; non manifestano mai dubbi e si attribuiscono, con disinvoltura, meriti indiscussi e indimostrabili. Nemici giurati della matematica, e di qualunque scienza vagamente esatta, vanno in Chiesa come a teatro, perché non si sa mai! Se il mondo cambia, anche loro cambiano. Mitizzano il Vaticano, ma quello sbagliato. Se il Papa parla dei poveri, si stupiscono che ne esistano non avendoli mai guardati. Non riescono ancora a manipolare il Vangelo: e questa è ancora la nostra speranza!

Cosa fare in queste condizioni?

Credo il Paese si trovi di fronte ad un bivio. Uno dei tanti, ma certamente, oggi, il più rilevante. Deve (dobbiamo) accettare l’idea che si possa vivere bene in Italia, condividendo e promuovendo le risorse e facilitando una cultura del merito che includa, contro una prassi dell’accaparramento che genera, invece, solo diseguaglianze e nuove povertà. Convincersi che la deriva degradante, cui lobbies casarecce ci hanno costretto, non ha vie d’uscita se non un marcato cambiamento di direzione. Promuovere, allora, una cultura che sposti l’attenzione dall’idolatria (ad ogni costo) dell’individuo e del proprio benessere al valore della comunità. Dall’interesse di parte alla promozione di più significative condizioni di sviluppo dei beni sociali.

Pre-condizione perché tutto ciò appaia meno utopico è certamente una rinnovata e concreta fiducia nell’uomo; risorsa indispensabile del cambiamento. Non muterà mai nulla senza promuovere, in tutte le sue forme, la persona umana. Senza un’incondizionata fiducia in tutto l’uomo e in tutti gli uomini le altre soluzioni rimarranno sempre ipotesi insufficienti.

La sfida al sistema ha, quindi, radici antiche e sviluppi nuovi. Soltanto istituzioni, imprese, sindacati, associazioni e realtà ecclesiali a misura d’uomo, potranno garantire quella conversione verso una vita buona che sinora, forse, non abbiamo costruito con la necessaria determinazione. I disastri a cui assistiamo ci aiutano certamente a capire meglio che dobbiamo cambiare, ma la scelta non sarà più facile oggi, di quanto non fosse ieri. Perché è una scelta di libertà cui ognuno di noi è chiamato e che non può essere demandata ad altri. Il mondo ha bisogno di testimonianze forti, di uomini liberi e capaci di concretizzare ispirazioni e valori.

Ce la possiamo fare perché in quella libertà si nasconde la vera ed unica realizzazione di ognuno di noi.

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