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Facendo emergere l’economia legale e il lavoro regolare si possono sconfiggere le mafie che quotidianamente inquinano lo sviluppo economico e democratico di intere comunità compromettendo alla radici ogni possibile crescita. Senza legalità infatti non c’è futuro economico, democratico e sociale. Di questo la società civile, che da anni si impegna per combattere le mafie e promuovere la cultura della legalità, è fermanente convinta.

La grande crisi europea e nazionale dell’occupazione mette oggi in discussone non solo le forme di lavoro ma soprattutto i processi che lo producono. Il tema del lavoro “ buono e dignitoso” interroga alle radici la crisi economica e finanziaria del 2008 i cui effetti hanno lasciato segni profondi di cui ancora non conosciamo le ricadute.

Le Acli proveranno a riaprire la discussione nell’annuale incontro nazionale di studi di Cortona, in programma dal 18  al 20 settembre, partendo dall’idea che “il lavoro non è finito”. Il presupposto dal quale muove la riflessione associativa è fondato su un principio costituzionale che riconosce, attraverso l’articolo 4 della Costituzione, «a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto» e richiede ad ognuno «il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società». Se un Paese è anche il patto fondamentale che racchiude nella Costituzione la sua convenzione etica, il diritto a un lavoro legale – regolato cioè da norme e da comportamenti che tutelano i lavoratori e quelli che tali sperano di divenire – è uno dei fondamenti della nostra convivenza civile e del nostro grado di civiltà.

Ciò che però, purtroppo, sempre più spesso, accade è che la scarsità di lavoro legale, nel nostro Paese, genera una spirale perversa e un mercato parallelo di cui sono vittime persone che, pur di far fronte a problemi di sussistenza personale e familiare, entrano in un limbo in cui scompare qualunque tipo di garanzia e tutela. Alle ragguardevoli percentuali di lavoro nero e grigio che nel tempo della crisi aumentano e si diffondono, si aggiungono, soprattutto nel lavoro agricolo stagionale, forme di lavoro in schiavitù che colpiscono soprattutto i lavoratori stranieri. Naturalmente, le ricadute di questo mercato, che si autoassegna regole di volta in volta più favorevoli, erodono non solo l’economia buona del Paese, ma anche le imprese sane che nel gioco della concorrenza partono perdenti.

Qualora poi volessimo allargare questa analisi ai mercati internazionali, dove i costi del lavoro sono più bassi e i tassi di sfruttamento più alti, dovremmo riconoscere che è urgente, oggi, a partire dalle politiche dell’Unione Europea, porsi il problema di regole comuni. Resta il fatto che la tentazione nella quale non dobbiamo cadere è di convincerci che qualunque occupazione va bene e che in certe fasi storiche ci possono essere deroghe ai diritti delle persone e dei lavoratori.

Dobbiamo invece convincerci fino in fondo che solo facendo emergere l’economia legale e il lavoro regolare si possono sconfiggere le mafie che quotidianamente inquinano lo sviluppo economico e democratico di intere comunità compromettendo alla radici ogni possibile crescita. In questo, la sfida della legalità, del e nel lavoro, ha una portata storica persino più grande del valore che possiamo attribuirgli. E’ riscatto e forse liberazione da catene che tolgono il respiro a qualunque prospettiva di ripresa. E’ la via per restituire alla società ciò che nel tempo gli è stato tolto arricchendo organizzazioni malavitose senza scrupoli.

Per quanto l’Italia sconti il ritardo di una legislazione di contrasto a tutte le forme di illegalità, della mancanza di una sorta di testo unico di lotta al potere criminale che si insinua in tutti i gangli della società, nelle scorse settimane, proprio le dichiarazioni di Totò Riina contro Don Ciotti hanno confermato che di una legge almeno possiamo essere fieri: la legge 109 del 1996 attraverso la quale è possibile assegnare alla società i beni confiscati ai mafiosi.

Dalle dichiarazioni del “capo dei capi”, si capisce chiaramente come l’impegno instancabile di uomini come Don Pino Puglisi e Don Luigi Ciotti ha rappresentato e rappresenti uno degli argini più resistenti della lotta alla mafia e che la riconversione dei beni confiscati, e il loro riutilizzo all’interno del mercato legale, è divenuta nel Paese una strada da percorrere che va tutelata da insidie e ritardi sui quali Libera e le Acli da vari anni mettono in guardia.

Ancora, gli attacchi intimidatori dei giorni scorsi ai soci e alle aziende del consorzio Goel ci confermano che il riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati è un segno di discontinuità con il passato e una modalità per alimentare quel bisogno di legalità e di buona economia che offre una valida alternativa al lavoro illegale. Non meno importante l’impegno che Confindustria, a partire da Palermo, ha assunto per emarginare le imprese colluse con la mafia. Un impegno che va sostenuto e che lentamente si sta diffondendo nel Paese.

C’è ancora molta strada da fare e soprattutto c’è bisogno che ognuno si convinca che senza legalità non c’è futuro economico, democratico e sociale. Allo stesso modo, perché le parole usate non perdano di significato, occorre affermare che il lavoro illegale non è lavoro.

In un Paese in cui da cinquecento anni si parla di mafia, è giunto forse il momento di andare più al fondo della questione, continuando a tessere una rete fatta di impegno culturale ed educativo che può contribuire a ridare dignità al lavoro.

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