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Il fenomeno corruttivo ha assunto in Europa una particolare gravità. E la posizione dell’Italia risulta decisamente preoccupante. In questo grado le misure di contrasto alla corruzione devono essere molteplici: ripensamento delle istituzioni politiche ed elettorali; riconsiderazione delle politiche di bilancio; inasprimento delle sanzioni penali; rafforzamento di misure amministrative tese a favorire la trasparenza. Ma occorre anche intervenire sul civismo introducendo meccanismi di trasmissione dei valori che riescano a disinnescare il circolo vizioso in cui il Paese si trova

La gravità che il fenomeno corruttivo ha assunto in Europa è stata analizzata da diversi studi realizzati a livello continentale e sottolineata di recente dal rapporto sulla corruzione della Commissione Europea (2014) secondo cui esso è diffuso in tutti gli stati membri dell’UE, sia pure in forma ed entità diversa, ed è concentrato soprattutto nei settori dello sviluppo urbano, dell’edilizia e dell’assistenza sanitaria e nelle istituzioni regionali e locali.

In questo quadro, la posizione dell’Italia risulta decisamente preoccupante. In base all’indicatore più noto, il Corruption Perception Index (CPI) elaborato da Transparency International, dal 1995 al 2013 il nostro paese si è attestato costantemente su valori bassi mentre i paesi del nord dell’Europa occupano le prime posizioni della classifica. Nel 2013, in particolare, l’Italia ha riportato un punteggio di 43 secondo una scala che va da 0 (massima corruzione) a 100 (assenza di corruzione), classificandosi al sessantanovesimo posto nel mondo su centosettantasette paesi censiti. Anche altri indicatori come i World Governance Indicators, elaborati dalla Banca Mondiale e il Global Barometer, pubblicato da Transparency International, confermano che la corruzione è molto diffusa nel nostro paese.

Il livello di corruzione in Italia appare invece meno allarmante ma stabile nel periodo 2006-2011 se si utilizzano le misure di natura giudiziaria ossia il numero delle denunce e delle condanne per i reati di corruzione e concussione commessi da pubblici ufficiali. Si rinvia su questo punto al Rapporto A.N.AC. sul primo anno di applicazione della legge n. 190/2012.
Un’accurata rilevazione quantitativa del fenomeno, per quanto imperfetta, rappresenta una piattaforma conoscitiva indispensabile per verificare in maniera costante e sistematica sia l’entità del fenomeno corruttivo sia il peso relativo di ciascuno dei numerosi fattori che secondo la teoria economica ne alimentano la diffusione e la persistenza. Questo anche e soprattutto al fine di definire politiche di contrasto adeguate all’entità e alle specificità con cui il fenomeno si manifesta.
Generalmente bassi livelli di reddito ed elevata disuguaglianza nella sua distribuzione, bassi livelli di istruzione e di capitale sociale, scarsa diffusione dell’informazione, istituzioni democratiche deboli, inefficienza del sistema giudiziario, regole burocratiche complesse e poco trasparenti, elevata spesa pubblica sono aspetti che la teoria economica associa a maggiore corruzione (Treisman 2000, 2006).
L’evidenza empirica attualmente disponibile per l’Italia, per quanto limitata, mostra che la corruzione risulta acutizzata dalla coesistenza di bassi livelli di reddito, elevata disuguaglianza nella sua distribuzione individuale e territoriale, ampia dimensione del settore pubblico ed eccesso di regolamentazione, bassi livelli di senso civico, limitata diffusione della stampa, maggiore decentramento delle funzioni di spesa (Del Monte e Papagni 2007; Fiorino, Galli e Petrarca 2012; Fiorino e Galli 2013).
In un quadro di questo tipo le misure di contrasto alla corruzione diventano necessariamente molteplici. Il ripensamento delle istituzioni politiche ed elettorali a garanzia di una maggiore accountability, la riconsiderazione delle politiche di bilancio, l’inasprimento delle sanzioni penali e il rafforzamento di misure amministrative che favoriscano la trasparenza e l’integrità devono accompagnarsi ad uno sforzo ‘rieducativo’ che coinvolga anche il cittadino, affinché si rivelino maggiormente efficaci e favorevoli a rinvigorire la cultura della legalità.
Esiste infatti un meccanismo di interazione tra istituzioni politiche, sistema dei valori individuali e norme sociali per cui cattive istituzioni politiche, una volta instaurate, favoriscono la conservazione dei privilegi e l’abuso di potere e incidono in modo duraturo sui valori individuali e sulle norme sociali perché minano la fiducia degli individui nelle istituzioni e negli altri. La storia passata dunque pesa, per il tramite di un meccanismo di trasmissione culturale distorto, sullo stato della corruzione presente rafforzandola (Andvig e Moene, 1990).

Intervenire sul civismo è molto difficile nel breve periodo, ma non impossibile nel lungo
e dipende dalla capacità di stimolo delle istituzioni nella direzione del ripensamento della politica dell’istruzione, dell’inserimento di nuove forze sociali (donne e giovani) nella politica e nel lavoro e della promozione di qualunque meccanismo di trasmissione dei valori che riesca a disinnescare il circolo vizioso in cui il paese è bloccato.

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