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Per combattere la corruzione occorreva una legge specifica, come chiesto da convenzioni e organismi internazionali. Nel 2012 l’Italia ha adottato la legge 190 che prevedeva la trasformazione della Civit nell’Autorità anticorruzione. E il decreto legislativo 33/2013 ha imposto alle amministrazioni rilevanti obblighi di trasparenza. Ma come ci insegna la sociologia e l’analisi delle politiche pubbliche, le leggi non bastano. Serve una forte mobilitazione civile così come è avvenuto per la lotta alla mafia

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Per combattere la corruzione occorreva anzitutto una legge specifica, come richiesto da convenzioni e organismi internazionali. Nel 2012 l’Italia ha adottato la legge 190, non senza ritardi e divergenze di vedute. Tra le sue previsioni più rilevanti mi limito a ricordare la trasformazione della Civit (Commissione per integrità, trasparenza e valutazione della P.A.) nell’Autorità anticorruzione Anac. Questa, a giugno di quest’anno, ha anche assorbito l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture e visto un potenziamento delle proprie prerogative. Dall’Anac possiamo quindi aspettarci importanti risultati.

Un’altra normativa di grande impatto, attuativa della legge 190, è il decreto legislativo 33/2013, che in modo puntuale impone alle amministrazioni una serie di fondamentali obblighi di trasparenza. Ecco dunque che alcune norme di legge (o di atti aventi forza di legge) fanno ben sperare, e sono condizione necessaria di successo del contrasto alla corruzione.

La sociologia e l’analisi delle politiche pubbliche ci insegnano, d’altro canto, che la legge “di carta”, anche se contiene prescrizioni buone o ottime, non è mai sufficiente a modificare la realtà nel senso voluto. Deve tradursi in condotte concrete, mobilitando l’adesione degli attori sociali rilevanti. Vi è modo e modo di passare dalla legge “sulla carta” alla legge “in azione”. Ci si può limitare allo stretto indispensabile (ad esempio intendendo il Piano anticorruzione come uno dei tanti adempimenti formali, da redigere scopiazzandolo qua e là), ovvero farlo sul serio, studiando ufficio per ufficio i passaggi più vulnerabili, gli indicatori oggettivi (tempi, costi, segnalazioni), le azioni mirate, compiendole.

A tale riguardo può essere utile un’analogia tra lotta contro la corruzione e lotta contro la mafia. Anche la legislazione antimafia (portata avanti dall’intelligenza e in questo campo spesso dal sacrificio personale di alcuni protagonisti) ha precorso i comportamenti della gran parte degli attori sociali, che erano (e spesso sono ancora) indifferenti, o impauriti, o conniventi. Negli anni, però, si sono avute importanti trasformazioni: la mobilitazione di alcune forze della società civile (si pensi all’associazionismo antiracket, all’antimafia sociale, ad alcuni amministratori locali), di recente estese anche alle libere professioni, le prese di posizione delle organizzazioni delle imprese, tra cui Confindustria, la condanna sempre più esplicita e incisiva della Chiesa cattolica.
Qualcosa di simile dovrebbe avvenire anche contro la corruzione. Ciò porterà, per un verso, ad ulteriori modifiche e  affinamenti delle norme giuridiche (come già sta avvenendo), ma anche ad un più forte e autentico impegno di tutti, individui così come soggetti collettivi, nell’intento di voltare pagina.
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