Non perdere la memoria del territorio, imparare da ciascuna emergenza, stimolare la consapevolezza collettiva, assumere un ruolo attivo nella protezione di sé e dell’ambiente che ci circonda. Queste le strade obbligate per fare quel salto culturale capace di trasformare cittadini stanchi e rassegnati in comunità preparate, esigenti e resilienti

La tutela dell’integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell’ambiente dai danni o dal pericolo derivante da calamità naturali, da catastrofi e da altri eventi calamitosi: è il compito che la legge affida al Servizio nazionale della Protezione civile e in un Paese come il nostro, esposto a una varietà di rischi naturali che non ha eguali in Europa, questo compito comporta per il Servizio nazionale una responsabilità straordinaria.

La nostra protezione civile nasce dalla drammatica esperienza delle grandi calamità che negli ultimi cinquant’anni hanno colpito il Paese, a partire dall’alluvione di Firenze del 1966 – quando una straordinaria mobilitazione spontanea di soccorritori segnò l’antefatto del moderno volontariato di protezione civile –, passando per i terremoti del Belice del 1968, del Friuli del 1976 e dell’Irpinia del 1980 – che resero evidente l’importanza del coordinamento e di un modello di gestione dell’emergenza –, per arrivare ai più recenti eventi in Abruzzo nel 2009, in Emilia nel 2012 e nell’Italia centrale lo scorso agosto. Ogni emergenza e ogni territorio presentano sfide diverse, e ci obbligano a tenere il passo in un percorso di aggiornamento e perfezionamento continuo, nei modelli di governance, nei meccanismi di risposta e nelle diverse professionalità chiamate a dare il proprio contributo.

Se le emergenze hanno rappresentato e rappresentano le pietre miliari nell’evoluzione del sistema di protezione civile, la vera sfida consiste, però, nel saper sfruttare il tempo che trascorre tra un’emergenza e l’altra per crescere e migliorare in tutte quelle attività che ci permettono di ridurre il rischio: tutti i nostri sforzi nell’emergenza non saranno mai sufficienti e non potranno mai davvero lasciare un segno duraturo come invece può fare un’efficace e diffusa opera di prevenzione nel “tempo di pace”. La pianificazione, le attività formative ed esercitative, la diffusione di una cultura del rischio, sono impegni fondamentali da assumere e rinnovare costantemente, così da essere sempre al passo con l’evolversi dei possibili scenari di rischio.

È la pianificazione di emergenza il primo e imprescindibile strumento per fronteggiare il rischio, a partire naturalmente dalla pianificazione comunale. La legge individua nel sindaco la prima autorità di protezione civile, secondo un principio di sussidiarietà in base al quale la responsabilità è in capo all’istituzione più prossima al cittadino. È facile intuirne il motivo: a prescindere dall’estensione e dalla severità dell’evento, sono i sindaci ad avere il “polso” del territorio, tanto nelle sue specificità geografiche che nella composizione del tessuto sociale, a conoscerne criticità e risorse, a comprenderne dinamiche e sviluppi. Tutto questo deve confluire nel piano di emergenza di cui ciascun comune si deve dotare e che non può ridursi ad un semplice adempimento normativo: occorre che il piano non resti semplicemente chiuso in un cassetto, ma che sia periodicamente verificato e aggiornato, anche attraverso attività esercitative, e che soprattutto sia conosciuto e partecipato dalla popolazione.

Una pianificazione comunale tecnicamente ineccepibile, o il miglior sistema di allertamento possibile non hanno infatti alcun valore se non sono conosciuti e partecipati dalla popolazione. L’individuazione delle aree di accoglienza dove allestire un campo di tende in emergenza è priva di efficacia se dei rischi cui è esposto il cittadino non è consapevole, e l’allerta non dispiega i suoi effetti se non viene compresa e fatta propria dal singolo nell’organizzazione dei suoi spostamenti e delle sue attività.

Senza la conoscenza del rischio semplicemente non si è in grado di affrontarlo, e si finisce per rinunciare al ruolo fondamentale che ognuno di noi ha e deve pretendere di esercitare, quello di essere parte attiva nel processo di riduzione del rischio. Le Istituzioni possono mettere in campo tutte le misure di previsione e prevenzione possibili, ma queste sono destinate a restare parziali e non compiutamente efficaci in assenza di una matura consapevolezza del rischio da parte dei cittadini.

In tutto questo processo svolge un ruolo fondamentale il volontariato organizzato di protezione civile. Le associazioni di volontariato sono presenti in tutta Italia e sono un punto di riferimento importante sia per le istituzioni locali sia per i cittadini. Ogni attività di protezione civile è arricchita operativamente e umanamente dal lavoro svolto dai volontari: persone normali che svolgono compiti eccezionali. Ogni attività di pianificazione e di gestione dell’emergenza non può prescindere dall’analisi del contesto sociale. È necessario capire come è fatta la comunità e comprendere le sue necessità sia nell’ordinario sia durante un’emergenza perché comprendere il territorio significa poter calibrare al meglio gli interventi in caso di calamità. In questa ottica il volontariato assume un ruolo di valore aggiunto: cittadini che “parlano” ad altri cittadini permettendo a tutto il Sistema di protezione civile di offrire le giuste risposte soprattutto durante l’emergenza.

È per questo che, ormai sei anni fa, il Dipartimento della Protezione Civile in collaborazione con Anpas – Associazione Nazionale delle Pubbliche Assistenze, Ingv – Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e il Consorzio ReLUIS – Rete dei Laboratori Universitari di Ingegneria Sismica, ha dato l’avvio a “Io non rischio – Buone pratiche di protezione civile”, una campagna di comunicazione nazionale sui rischi naturali che interessano il nostro Paese. Nell’arco di questi sei anni, la campagna è passata dalle iniziali nove piazze a titolo sperimentale a oltre seicento, e si è arricchita nei contenuti attraverso il coinvolgimento di numerosi partner tecnico-scientifici e delle diverse realtà del volontariato, nazionale, regionale e comunale.

Protagonisti della campagna sono i volontari e le volontarie di protezione civile che – formati per diffondere la cultura della prevenzione del rischio nei territori dove operano ordinariamente – allestiscono punti informativi su tutto il territorio nazionale per sensibilizzare i propri concittadini su cosa sapere e cosa fare per ridurre il rischio sismico, il rischio alluvione e il maremoto.

Ma la cultura del rischio si costruisce anche e soprattutto a partire dal mondo della scuola: dal 2002 è attivo il progetto EDURISK, pensato con INGV in primo luogo per le scuole, per offrire agli insegnanti gli strumenti per creare in classe percorsi sulla conoscenza dei fenomeni sismici e vulcanici. Attraverso la produzione di materiali didattici e l’organizzazione di corsi di formazione, il progetto ha coinvolto negli anni più di 4.000 insegnanti e oltre 70.000 studenti in 14 regioni italiane. Oggi EDURISK continua a parlare a insegnanti e formatori, ma con più forza si rivolge a chiunque voglia conoscere i terremoti e i vulcani e le strategie per ridurre i rischi associati a questi fenomeni, mettendo a disposizione un patrimonio unico di foto, mappe e video che documentano la storia sismica italiana, nella convinzione che la conoscenza del passato è un vero proprio strumento di ricerca, che consente di migliorare la conoscenza della pericolosità e vulnerabilità del territorio.

La consapevolezza del ruolo centrale che il mondo della scuola riveste nell’ottica della diffusione della cultura del rischio trova ulteriore conferma nel progetto “Scuola multimediale di protezione civile”, promosso dal Dipartimento della Protezione Civile con l’obiettivo di approfondire nelle scuole la conoscenza dei rischi presenti sui territori, affinché insegnanti e studenti siano adeguatamente formati per poterli affrontare. Si tratta di un vero e proprio percorso didattico multimediale – messo a punto dagli esperti del Dipartimento della Protezione Civile e i cui contenuti sono disponibili online – che approfondisce i temi legati al rischio terremoto, vulcanico, idrogeologico e maremoto, ma anche ai rischi provocati dall’attività umana − industriale, ambientale, incendi boschivi.

Non perdere la memoria del territorio, imparare da ciascuna emergenza, stimolare la consapevolezza collettiva, assumere un ruolo attivo nella protezione di sé e dell’ambiente che ci circonda sono strade obbligate per fare quel salto culturale capace di trasformare cittadini stanchi e rassegnati in comunità preparate, esigenti e resilienti e a partire da quelle, un pezzetto alla volta, arrivare a rendere il nostro Paese il bene comune per eccellenza da tutelare e difendere giorno dopo giorno.

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