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Chi si pone di fronte al futuro, non può sottrarsi alla tensione etica della responsabilità: la previsione del futuro non è mai neutrale. Si tratta di essere artefici e protagonisti del proprio futuro e di quello degli altri

La velocità con cui avvengono i fatti della vita, i rapidi mutamenti che attraversano la nostra società e le trasformazioni cui essa è sottoposta in tempi sempre più veloci e ravvicinati “dovrebbero” sollecitare un impegno più attento a prendere in considerazione la dimensione temporale ‘futura’ dei fatti e degli avvenimenti umani.

Abbiamo detto “dovrebbero” perché pensare e agire in termini di futuro, anche a causa dei mutamenti e delle trasformazioni a cui assistiamo ogni giorno, è divenuto un impegno morale ineludibile e non trascurabile: non si può, infatti, rischiare di essere travolti dai fatti senza cercare di governarli, così come non si può più permettere che il ‘futuro’ dell’uomo si verifichi in modo meccanicistico e deterministico senza l’intervento del protagonista principale, cioè l’uomo.

Sottoposta a continui, e non sempre voluti cambiamenti, la persona subisce uno stress, da cui istintivamente è portata ad allontanarsi e che tende ad evitare. Ma il rimedio sta nella capacità di prevenire lo stress, e soprattutto, nell’attività intellettuale e operativa di “prevedere” gli eventi futuri a partire da una conoscenza non superficiale della velocità dei cambiamenti e in considerazione di un progetto di vita e di una qualità di vita voluta e “desiderata”. Tutto ciò significa pensare all’oggi in vista del domani, operare scelte oggi per cogliere gli effetti e procurare conseguenze domani.

Gli studi previsionali, che hanno parecchi cultori in tutte le parti del mondo (specialmente negli Stati Uniti d’America), in Italia hanno scarso seguito e sono completamente assenti dalle sedi accademiche. L’attività previsionale, a scanso di equivoci, non è attività che poggia su semplici capacità intuitive, come può lasciare intendere certa superficiale pubblicistica quando si parla di “futurologia”. Al contrario, la previsione si basa su una seria attività intellettuale e scientifica supportata da un adeguato impianto teorico e metodologico.

Quello che sembra invece difettare, specie da noi, è l’aspetto politico-decisionale, che è il consequenziale risvolto dell’attività scientifico-intellettuale. Una ‘previsione’ che non arriva ad essere tradotta in decisioni operative e in “azioni” non potrà mai ricevere il conforto della riuscita o la critica del fallimento, rimanendo semplice (e sterile) esercizio intellettuale.

Una cultura della previsione e del futuro si esprime nella capacità di cogliere nel presente i segni e le tendenze del futuro, ma anche nella capacità di scegliere tra le azioni possibili del presente quelle che hanno più chance di realizzare il futuro voluto e desiderato (purché possibile).

Il nostro tempo sembra caratterizzato da una preoccupazione, che si manifesta in due atteggiamenti apparentemente contrastanti, ma sostanzialmente convergenti. Si evidenziano l’urgenza e la necessità di rompere gli indugi, di pensare a un futuro diverso dal presente e di prendere decisioni che già da oggi consentano di preparare un futuro del pianeta e della società degli uomini di domani.

L’apparente incapacità di pensare in termini di futuro e l’angosciosa preoccupazione per il futuro del Pianeta e della vita su di esso fanno pensare che “è tempo di futuro”. Qualcuno si avventura a parlare di futuro. In realtà si tratta di auspici, di caveat… Manca il passaggio successivo di “prevedere il futuro, la capacità di “immaginare” un futuro che possa condizionare il presente e le scelte da compiere per rendere attuabile il futuro “previsto”: non un futuro astratto e avulso dalla storia, cioè dal presente e dal passato, che, tuttavia, ne costituiscono il fondamento e il punto di partenza: un futuro “diverso” e “migliore”, cioè “previsto” e “desiderabile”.

Il tentativo è quello di coniugare la conoscenza ‘oggettiva’ con l’azione ‘politica’ e la decisione “soggettiva” e responsabile, in virtù di un orientamento valoriale di cui la conoscenza stessa è espressione e con cui la medesima conoscenza scientifica interagisce. È in nome di un’etica della responsabilità, che non può essere estranea al sociologo e all’uomo stesso.

Il rapporto tra la sociologia e il futuro può essere espresso dalla “previsione”, intesa come variabile dell’attività scientifica e come pratica sociologica. È l’attività “scientifica” che consente il passaggio dai cambiamenti al futuro è la “previsione”. La storia del pensiero utopico testimonia l’eterna aspirazione dell’uomo di conoscere il futuro e la sua ricerca per una sempre più precisa ‘previsione’ del tempo a venire e così la previsione è un tentativo da parte dell’uomo di ridurre i margini dell’imprevisto e di esorcizzarlo, nonché di porsi di fronte ai mutamenti per eliminare l’ansia.

L’attività previsionale è una necessità anche della società moderna, nono solo l’uomo, ma l’intera collettività è protagonista e usufruttuaria di una tale attività. Del resto non avrebbe senso lo sviluppo se non fosse orientato verso il raggiungimento di mete nuove. L’esperienza quotidiana della vita fa avvertire l’insufficienza organizzativa e funzionale di molte istituzioni e l’esigenza che vengano trasformate: famiglia, sistema educativo-scolastico, sanità, organizzazione del lavoro, università e ricerca scientifica, sistemi bancari e ed economia mostrano sempre più l’incapacità di reggere al passo con l’avanzare inesorabile del progresso tecnologico: sono sempre più otri vecchi che non mantengono il vino nuovo.

La previsione sociale (che è quella che ci interessa) resta un compito grave e impegna i sociologi nel duplice fronte della realizzazione e della ricerca di una formulazione teorica e di una pratica. Ma una previsione sociale esige un mutamento della mentalità amministrativa e politica. Il futuro è sempre più difficile da preveder non perché è troppo lontano, ma perché è troppo vicino.

Chi si pone di fronte al futuro, non può sottrarsi alla tensione etica della responsabilità: la previsione del futuro non è mai neutrale. Si tratta di essere artefici e protagonisti del proprio futuro e di quello degli altri.

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