|

Il potere della connessione ha generato una mutazione psicosociale e forse antropologica. Il potere della tecnologia è infatti prima di tutto, un potere sulla mente. Ma i new media potrebbero anche rappresentare una risposta alla crisi della democrazia. Le manifestazioni di piazza e le rivoluzioni dell’epoca predigitale appaiono risposte insufficienti. La formazione del consenso e dell’opinione potrebbero ripartire dal basso e rifondare una democrazia partecipata proprio grazie ai social

La “società incessante” è sempre attiva, sempre più incapace di staccare la spina (ITSO, Inability To Switch Off, così si chiama la sindrome che affligge i workalcoholics del III millennio), sempre lì a digitare, a twittare, a condividere, senza differenze tra giorno e notte, tra feriale e festivo, tra casa e ufficio, come se fosse avviata verso una colossale dipendenza dalla “connessione”. Il potere della connessione ha generato una mutazione psicosociale e forse, come sostengono alcuni, antropologica. All’inizio fu patologia. Poco più di dieci anni fa presentai in un congresso di psichiatria a Roma i primi quattro casi italiani di dipendenza da Internet. Oggi parliamo di “tecnoliquidità”, quale nuovo paradigma esplicativo della postmodernità. La ricerca di emozioni (sensation seeking), il narcisismo pervasivo e l’ambiguità sono esaltati dalla tecnologia, definendo così le caratteristiche dell’uomo postmoderno nell’era digitale. Il potere della tecnologia è innanzitutto un potere sulla mente. Il prodotto della tecnoctazia è la digital mind.

In altri termini, la rivoluzione digitale e la virtualizzazione della realtà intercettano, esaltano e plasmano alcune caratteristiche dell’uomo liquido: il narcisismo, la velocità, l’ambiguità, la ricerca di emozioni e il bisogno di infinite relazioni light. La rivoluzione digitale è tale perché la tecnologia è divenuta un ambiente da abitare, una estensione della mente umana, un mondo che si intreccia con il mondo reale e che determina vere e proprie ristrutturazioni cognitive, emotive e sociali dell’esperienza, capace di rideterminare la costruzione dell’identità e delle relazioni, nonché il vissuto dell’esperire.

La tecnomediazione della relazione è forse la maggiore espressione della tecnocrazia. Molti osservatori hanno evidenziato come l’inizio del III millennio sia stato contrassegnato dalla più straordinaria ed epocale crisi della relazione interpersonale. La tecnologia digitale ne è la risposta e forse anche una concausa, come se, in una sorta di causalità circolare, l’esplodere della rivoluzione digitale avesse intercettato una crisi della relazione interpersonale in parte già esistente e al tempo stesso ne avesse accelerato drammaticamente lo sviluppo: la relazione interpersonale sempre più acquista modalità “liquide”, indefinite, instabili e provvisorie. In questo senso la tecnomediazione della relazione (chat, blog, sms, social network) offre all’uomo del III millennio una risposta formidabile e affascinante: alla relazione si sostituisce la “connessione”, che costituisce la nuova privilegiata forma di relazione interpersonale. E’ fluida, consente espressioni narcisistiche di sé, esalta l’“emotivismo”, è provvisoria, liquida e senza garanzie di durata, è ambigua e indefinita: la connessione (cioè l’insieme della tecnomediazione della relazione grazie alla tecnologia digitale) è dunque la più straordinaria ed efficace forma di relazione per l’uomo “liquido”.

Ma a questo punto vorrei aggiungere una riflessione contraddittoria: proprio nella Rete troviamo nuove forme di esaltazione della democrazia. Il passaparola elettronico e la sua capacità di influenzare le opinioni trova forse una delle sue più evidenti espressioni in Twitter, che rappresenta il social network che più realizza il crowdsourcing, cioè lo sforzo collettivo di costruire una metodologia di collaborazione tra le persone, con inevitabili ricadute sulla credibilità dell’azione politica dei governi grazie alla possibilità di spostare il potere di influenzamento dalle gerarchie ai cittadini. Questa azione può essere svolta in modo costruttivo e democratico, ma al tempo stesso Twitter e in generale i new media possono prestarsi ad essere utilizzati come potentissimi strumenti per distruggere, confondere o seminare il caos.

Così le trending topics sviluppate dall’incontrollato ping pong dei cinguettii di 140 caratteri si trasformano in onde off line rapide ed imprevedibili, che modificano il consenso dei cittadini, in una dialettica dentro-fuori (on line – off line) infinita ed incontrollabile. Tutto ciò avviene nell’epoca della globalizzazione, caratterizzata, tra l’altro, dalla fine dello Stato moderno e dalla separazione tra politica e potere: il potere è spalmato nel pianeta e non è più localizzato in un luogo definito, slittando di livello e sfuggendo al controllo dei cittadini. In questa separazione risiede l’origine della crisi della democrazia: i governi legittimamente votati e democraticamente eletti non hanno il potere di decidere e la globalizzazione non consente scelte locali. Per questo Twitter e i new media potrebbero rappresentare una delle risposte alla crisi della democrazia nell’epoca postmoderna. In altri termini nell’era della dittatura della globalizzazione, le manifestazioni di piazze e le “rivoluzioni” dell’epoca predigitale appaiono risposte insufficienti e prive di efficacia: se il potere è delocalizzato non ci sono “palazzi del potere” da scardinare ed assaltare. E allora, forse, la formazione del consenso e l’influenzamento dell’opinione potrebbero ripartire dal basso e rifondare una democrazia partecipata grazie al ciarliero, rapido, sincopato e planetario cinguettare di Twitter.

Ti è piaciuto questo articolo? Condividilo!

FACEBOOK

© 2008 - 2017 | Bene Comune - Logo | Powered by MEDIAERA

Log in with your credentials

Forgot your details?