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La pace per la Chiesa non è una cieca ideologia, ma un pensiero pratico che ha risvolti etici e concreti. Nasce per l’uomo ed è per l’uomo. I documenti della Chiesa sulla pace aiutano a ritrovare il senso e la natura dell’uomo. Non sono una raccolta di buone pratiche o di buoni propositi ma il contenuto vivo di una dottrina morale, antropologica e sociale illuminata dalla teologia.

Per capire il ruolo dei documenti ecclesiali sulla Pace può essere utile un viaggio a ritroso dal Compendio della Dottrina Sociale all’Enciclica “Pacem in Terris”. Il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa è il manifesto di un nuovo umanesimo verso cui è necessario andare senza conflitto. Non mediante una guerra. Ma con una vera pace preventiva. Come si ri-costruisce la pace nel Compendio? Nel testo, anzi, in quello che è un vero e proprio “Manifesto”, ci sono le coordinate ispiratrici e programmatiche, ideali e storiche, di una nuova società, per dare un "corpo sociale" alle esigenze sempre vive del Vangelo e del cristianesimo, affinché dimorino nel cuore degli uomini e delle città. In ogni epoca c’è bisogno di un nuovo umanesimo.

Cadono, infatti, gli involucri delle vecchie civiltà; tramontano gli umanesimi logori e sclerotizzati, come quello medievale, rinascimentale, liberal borghese, socialista, comunista. Muoiono le cristianità, ossia le realizzazioni sociali temporali delle verità evangeliche; si frantumano i calchi che hanno avuto la pretesa di esaurirne la valenza trascendente, di sostituirsi all’originale. Ma l’umanità non può vivere senza una prospettiva di futuro, senza una direttrice di marcia.

C’è sempre bisogno di dare traduzione concreta all’essenza del cristianesimo, in ogni clima storico. Occorre un "Rinascimento" per ogni epoca, come hanno insegnato Emmanuel Mounier e Jacques Maritain. Occorre che la sublime e superba ricchezza del Vangelo riviva e si espanda nell’ethos dei popoli, per la gioia e la speranza di ogni generazione, per alimentarne l’impegno di crescita nella civiltà; perché, in definitiva, nonostante la sua debolezza e il senso di vuoto, non c’è nulla che l’uomo desideri quanto una vita eroica: niente gli è più intimo e consueto dell’aspirazione di essere figlio di Dio.

In un contesto di globalizzazione, che presenta opportunità sia di destrutturazione che di unificazione della famiglia umana,  che appare nutrito da una cultura improntata allo scetticismo e all’immanentismo biologista e materialista, e dominato dal sincretismo, dal pensiero debole e da un sapere empirico e sperimentale, il Compendio tratteggia un’anima culturale né individualistica né utilitaristica, bensì personalista, comunitaria e comunionale, aperta alla Trascendenza. Insegna, in sostanza, a porre al centro della città non i poteri forti – visibili o occulti – della finanza, della tecnica, dei gruppi malavitosi.

Sollecita, in particolare, a investire sulla parte migliore della persona, sulle energie positive della storia, riconoscendo che nell’uomo e nella donna sussistono bisogni che oltrepassano tutto l’ordine dell’universo. Solo una cultura della comunione e della convivialità globali, che non abiurano alla trascendenza, possono aiutare il territorio, i popoli, la famiglia umana a non trasformarsi in Babele, città dello strepito e dell’incomunicabilità, abitata dalla violenza e da germi di morte. Solo in compagnia di Dio i popoli della terra possono camminare sui sentieri della pace, usufruendo di un umanesimo nutrito alle sorgenti virtuose della santità.

La “Terza guerra mondiale” di cui parla Papa Francesco è una guerra più interiore che esteriore
, tocca l’uomo in quanto uomo nel suo stare nel mondo. Ma non è meno grave dei più devastanti conflitti che hanno sconvolto l’umanità, dalla trincea ad Auschwitz, in un vortice che l’ha allontanata dai sui fondamenti. Siria, Iran, Nigeria, Sudan, Palestina, sono luoghi in cui l’uomo ha perso il senso stesso del suo vivere con gli altri. Lo aveva capito in anticipo Giovanni XXIII, il papa santo, che nella “Pacem in Terris” (1963), in un mondo che sembrava uscire dalla tragedia bellica e avviarsi verso una maggiore coesione sociale, ha affrontato il tema della pace come questione di verità e giustizia.
Alla fine della Pacem in terris si sostiene sostanzialmente (n. 167) che la pace è solo una parola vuota di senso se non è fondata sulla concezione di un ordine giusto e vero accettato da tutti. Di qui l’esigenza di una norma morale universale che presenti le caratteristiche della effettività e dell’inderogabilità, in quanto espressione della coscienza comune dell’umanità per realizzare e consolidare un ordine internazionale tale da garantire efficacemente la pacifica convivenza tra i popoli. In questa prospettiva, l’obiettivo della dottrina sociale della Chiesa è quello di legare le relazioni internazionali ad un concetto di giustizia internazionale quale componente essenziale del bene comune.
Verità e giustizia sono i veri strumenti di pace per l’uomo, i veri segnali di riconoscimento reciproco, di riconoscimento dell’esistenza di una famiglia umana, orientata alla pace e alla fraternità. Segni tangibili di una trascendenza che supera la contrapposizione tra antro-centrismo e teo-centrismo. La pace per la Chiesa non è una cieca ideologia, ma un pensiero pratico che ha risvolti etici e concreti. La pace per la Chiesa nasce per l’uomo ed è per l’uomo.

Il ruolo dei documenti della Chiesa sulla pace aiutano a ritrovare il senso e la natura dell’uomo in sé. Non sono una raccolta di buone pratiche o decaloghi di buoni propositi. La pace per la Chiesa non è una favoletta naif raccontata da una dottrina vuota di senso ma il contenuto vivo di una dottrina morale, antropologica e sociale illuminata dalla teologia.

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