Pochi giorni dopo la Perugia-Assisi è necessario interrogarsi su alcune questioni: la pace è solo marcia? Il concetto di pace è da ritenersi ormai superato? Certamente la pace non è solo  marcia. Per questo la società civile opera per la pace invitando a scegliere la cultura della nonviolenza promuovendo campagne e iniziative politiche indirizzate ai governi nazionali e all’Europa per chiedere la riduzione delle spese miltari e il riconoscimento dei diritti umani fondamentali

Pochi giorni dopo la marcia Perugia-Assisi, che si svolta in un clima di polemiche interne ai movimenti per la pace, è utile porci due domande: la Pace è Marcia? Il concetto di pace è da ritenersi ormai invecchiato e superato? A domande secche bisognerebbe dare risposte secche, ed io provo a farlo. Certamente, la pace non è Marcia, o non solo marcia, anche se gli esempi di Aldo Capitini e Martin Luther King hanno fatto sì che marciare sia diventato il modo più immediato e coinvolgente per manifestare per la pace, per invocarla. Ma pace, per coloro che aspirano a costruirla, è anche “alzarsi in piedi” così come Don Tonino Bello esortava i convenuti all’Arena di Verona nel 1989. Rispetto alla seconda “provocazione”, direi che per fortuna è ormai superata l’idea di pace legata all’assenza di guerra.

Per noi delle Acli, e generalmente per tutti i credenti, la vera pace sta nello shalom biblico; questo riferimento aiuta a comprendere che operare per la pace nella giustizia e nella carità significa imparare a difendere e promuovere il dono creaturale della Libertà. Lavorare per la pace richiede di attivare occasioni, ma soprattutto passi, processi, percorsi (deriva forse da qui il marciare?) che favoriscano vita buona, comunità solidali, rapporti di fraternità civile, nuova partecipazione attiva.

Per operare in pace e per la pace dobbiamo essere pronti ad abbracciare, nel concreto e nel suo significato più intimo, la cultura della nonviolenza. Allo stesso tempo, l’interdipendenza che ci lega gli uni con gli altri ci rammenta che qualsiasi cosa accade ad un uomo o una donna, in qualsiasi parte del mondo, ci rende responsabili della sua sorte, ignorarlo significa alimentare quella violenza da cui deriva l’assenza di pace. Questa la linfa, e queste le idee e i convincimenti che da sempre ci accompagnano nel nostro cammino, o nella nostra marcia, verso la pace.

Oggi le armi continuano a tuonare in molte regioni del pianeta: dalla Siria all’Iraq, dall’Afghanistan al Medio Oriente, in Ucraina e nel cuore dell’Africa; la violenza rischia di essere considerata cosa normale e parte della quotidianità, e in qualche caso addirittura uno scherzo. Sempre più spesso a diventare teatro di inaudita violenza sono le mura domestiche; vengono inquinati i rapporti di prossimità e quasi sempre a pagare il prezzo più alto sono i deboli, le donne e i bambini soprattutto.

Le cronache di tutti i giorni registrano che pace e giustizia sono scomparse: c’è posto solo per ruberie, malvagità, prevaricazione dei forti ai danni dei deboli. E’ un quadro a tinte fosche che non consente di cadere nella rassegnazione, ma richiama la responsabilità di ognuno. Responsabilità è ciò che viene richiesto agli uomini e donne di buona volontà dall’attuale contesto e scenario planetario che ci consegna, come acutamente osserva Papa Francesco, “una terza guerra mondiale combattuta a pezzi”.

Il mondo è in pericolo: si continua ad investire montagne di danaro negli armamenti e negli strumenti di morte e si aggravano ogni giorno di più i grandi problemi del nostro tempo: la miseria, la fame e la sete che affliggono milioni di persone, i mutamenti climatici, la criminalità organizzata, la corruzione, la mancanza di lavoro “dignitoso”, la negazione dei diritti elementari. Su questi problemi va costruita oggi un’Agenda di pace, esigendo una politica per il disarmo perché i problemi di cui sopra sono nemici che non vanno combattuti e sconfitti con le armi, bensì con politiche di solidarietà e di welfare, di giustizia sociale, di redistribuzione, di cooperazione.

E’ un’Agenda che vale anche per il nostro Paese dove, nonostante la crisi, si continuano a costruire ed esportare strumenti di morte, sottraendo risorse all’istruzione, alla sanità, ai beni culturali, all’ambiente. Il Paese, in una moderna concezione di difesa, si difende in maniera non armata, con interventi civili di pace.
Solo così si interpreta nella maniera più autentica il dettato costituzionale, laddove si parla di ripudio della guerra e di sacro dovere di difesa della Patria per ogni cittadino.

E’ il percorso che abbiamo avviato con la costituzione della Rete della Pace che raggruppa il più vasto movimento per la pace nel nostro Paese; anche alla prossima Perugia-Assisi -che appartiene a tutti i costruttori di pace e che per la sua storia e le sue origini non consente appropriazioni da parte di chicchessia- parteciperemo in tanti, marciando con una piattaforma che contiene diverse proposte tematiche, sul piano nazionale e su quello internazionale.

Si va dalla Campagna per la raccolta delle firme necessarie ad una legge di iniziativa popolare per un Dipartimento per la difesa civile, non armata e nonviolenta, alla necessità di organizzare interventi civili di pace nelle zone di conflitto.

Chiediamo al Governo italiano e all’UE di:
intervenire nei confronti dei fenomeni migratori garantendo il diritto di arrivare e chiedere asilo facilitando gli ingressi “legali” per motivi di lavoro;
uniformare gli standard di accoglienza dei profughi e dei richiedenti asilo;
sospendere gli accordi esistenti con quei Paesi terzi che non offrono adeguate garanzie del rispetto dei diritti umani;
– garantire i diritti di cittadinanza.
realizzare politiche di disarmo e di controllo degli armamenti e delle spese militari, a partire dalla cancellazione del programma di acquisto degli F35; vogliamo che si ragioni in maniera diversa rispetto alle installazioni del sistema di comunicazione militare MUOS in Sicilia e alle basi militari, con particolare riferimento al caso Sardegna.

Chiediamo inoltre precisi passi di pace al Governo italiano e alle istituzioni europee per risolvere quella guerra in Iraq che non si è mai fermata, così come azioni decise volte a risolvere definitivamente il conflitto israelo-palestinese, la situazione in Siria, le guerre in Africa e soprattutto nel Congo, e la fine dell’occupazione militare nel Sahara occidentale. Sono questi i motori del nostro marciare, ripartito con l’Arena di Pace a Verona il 25 aprile, che è poi proseguito con “Un passo di Pace” a Firenze il 21 settembre e ci vedrà protagonisti anche oltre la Marcia di quest’anno.

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