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La legge di bilancio va nella direzione giusta quando cerca di rispondere al problema della debolezza degli investimenti con appositi incentivi. Avrebbe potuto fare qualcosa di ancor più coraggioso sul fronte della creazione di bene comune

Bene ha fatto il governo con l’ultima legge di bilancio a sfidare l’austerità europea pur mantenendo un obiettivo prudente nel rapporto deficit/PIL (peraltro significativamente più virtuoso di quello di paesi come Spagna e Francia che sono ben al di sopra di noi). Si tratta di una legge equilibrata che si propone di rilanciare il PIL in Italia (azionando giustamente la leva degli incentivi sugli investimenti che restano la componente più debole della domanda aggregata). Ma quali sono gli effetti potenziali della legge sul BES, effetti che per la prima volta saremo chiamati a stimare per via di una legge approvata con voto positivo di tutti i partiti la scorsa primavera? E’ possibile che questa legge ci aiuti a superare la dicotomia di cui soffre il dibattito economico in cui si parla (sempre separatamente) o di ambiente o di economia senza concentrare l’attenzione invece su un approccio integrato di creazione di valore economico ambientalmente sostenibile.

Una delle critiche più ricorrenti alla legge è quella dell’esiguità della spending review e dei conseguenti risparmi di spesa pubblica ad essa collegati. L’assunzione implicita in queste critiche è che la spending review possa avere un ruolo decisivo nella crescita e nella sostenibilità dei conti pubblici.

Ma queste due proposizioni sono tutt’altro che fondate. Il PIl è dato infatti dalla somma di consumi privati, spesa pubblica, investimenti e saldo della bilancia commerciale (esportazioni meno importazioni). La riduzione della spesa pubblica dunque di per sé riduce il PIL in misura uno ad uno. Peccato che per un rapporto debito/PIL superiore al 100 percento ridurre per un ammontare di pari entità il numeratore e il denominatore aumenti di per sé il rapporto debito/PIL. Si dirà però che, sempre in misura uno ad uno, la spending review migliora i conti pubblici e che, se alla riduzione di spesa corrisponde una pari riduzione di tasse (nel qual caso i benefici diretti sulla finanza pubblica però evaporano), la manovra è in grado di apportare un contributo positivo alla crescita (tecnicamente si tratta di un moltiplicatore di bilancio in pareggio alla rovescia). In realtà i dati del secondo trimestre recentemente resi disponibili dall’ISTAT suggeriscono piuttosto il contrario: gli italiani hanno visto un significativo aumento del reddito disponibile che ha prodotto un aumento della proporzione al risparmio con consumi ed investimenti sostanzialmente stagnanti. In condizioni come queste di “trappola della liquidità” sia per gli investimenti che per i consumi privati la riduzione della spesa pubblica accompagnata da una riduzione delle imposte sui redditi appare dunque poco efficace.

La via giustamente preferita dal governo è un’altra. Se dobbiamo ridurre le tasse lo facciamo preferenzialmente come premio per nuovi investimenti (o al limite nuovi consumi) e solo condizionatamente ad essi. E’ questa la logica degli incentivi alla digitalizzazione nel progetto industria 4.0, del bonus insegnanti (rimborso per buoni spesa), del superammortamento (detrazioni fiscali molto significative sui nuovi investimenti) e dell’ecobonus (robuste detrazioni fiscali sulle ristrutturazioni edilizie anche con obiettivo di far emergere parte del sommerso).

Tornando alla spending review, se l’impatto sulla crescita appare alquanto dubbio, quello sul benessere può esserlo ancora di più con sorprese controintuitive per la politica. I cittadini giudicano i governi non in base allo zerovirgola in più del PIl ma guardando alla variazione effettiva delle loro condizioni di vita che includono in modo cruciale accesso a beni e servizi pubblici essenziali come scuola e sanità. Il rischio della spending review è dunque quello di tagliare non “spese inutili” (che pur sempre vanno a finire nel PIL) ma carne viva. Da questo punto di vista l’ottica della riqualificazione della spesa è molto più opportuna di quella dei tagli. Nel settore della sanità ad esempio la riduzione degli sprechi sotto forma di prezzi difformi nell’acquisto di materiale sanitario grazie anche alla riforma delle centrali appaltanti nonché l’aumento dell’utilizzo dei farmaci generici meno costosi ma equivalenti nel trattamento dovrebbero urgentemente mettere a disposizione risorse da reinvestire nel settore sanitario stesso per alimentare il fondo che garantisce un accesso equo ai medicinali innovativi (come gli immuno-oncologici) in grado oggi di allungare la vita dei pazienti.

Un altro passo in avanti decisivo in ottica di bene comune raggiungibile attraverso la rimodulazione della spesa possiamo realizzarlo stimolando opportunamente investimenti e innovazione nella sostenibilità ambientale. E’ possibile realizzare quest’obiettivo con un mix di divieti fissati a partire di un congruo numero di anni a venire (come avviene già oggi per motori e caldaie inquinanti), di rimodulazione dell’IVA e di aumento delle informazioni a disposizione dei cittadini e del loro “voto col portafoglio” per le imprese più sostenibili.

Sul fronte della rimodulazione fiscale uno dei capitoli più interessanti è quello dell’ecobonus, ovvero della detrazione fiscale al 50% spalmata in 10 anni delle ristrutturazioni edilizie (65% quando includono l’efficientamento energetico). Con questo strumento negli ultimi 18 anni si è assecondata la transizione del settore edilizio verso le ristrutturazioni piuttosto che il consumo di nuovo suolo ed è stato creato valore economico per 237 miliardi con 14 milioni di domande in 18 anni.

Secondo uno studio del Cresme l’ecobonus ha migliorato il rapporto debito/PIL da entrambi i lati. Il valore economico netto creato (investimenti in ristrutturazione meno spesa delle famiglie) è stato di circa 18 miliardi mentre il saldo per le casse dello stato è stato positivo per circa 300 milioni (ovvero la raccolta fiscale dal reddito prodotto dai nuovi investimenti ha più che compensato l’esborso per la detrazione). Uno dei vantaggi ed obiettivi dell’ecobonus è stato quello di favorire l’emersione rendendo meno conveniente per i committenti ristrutturazioni “scontate” e fatte in nero con evasione dell’Iva.

Sul fronte della creazione di valore economico ambientalmente sostenibile il governo avrebbe potuto fare di più. Nelle proposte a costo zero avanzate da Legambiente che ho discusso in una conferenza stampa in parlamento c’è pacchetto fiscale che include la questione più generale e strategica della rimodulazione dell’IVA da ridurre per le produzioni di beni e servizi più sostenibili aumentando le altre. I casi più classici sono quelli del riuso e del riciclo con un’IVA fortemente ridotta per favorire lo sviluppo dell’economia circolare e quello delle energie rinnovabili contro il petrolio. Su questo fronte c’è sicuramente da fare molto di più perché non possiamo continuare nella contraddizione di voler favorire il passaggio alle rinnovabili continuando a mantenere sussidi alle fonti fossili. E’ possibile abolirli continuando, se si vuole, ad incentivare l’autotrasporto ma favorendo il passaggio a motori ibridi o elettrici.

La seconda parte dei provvedimenti proposti da Legambiente riguarda l’aumento della tassazione su alcuni settori di rendita che godono di condizioni di vantaggio eccessive. Si va dall’estrazione di materiale dalle cave, alle autostrade, alle concessioni balneari, ai produttori di acque minerali. Aumentare il prelievo su questi settori darebbe un segnale importante alla direzione da prendere.

In conclusione la legge di bilancio va nella direzione giusta quando cerca di rispondere direttamente al problema della debolezza degli investimenti con appositi incentivi. Avrebbe potuto fare qualcosa di ancor più coraggioso sul fronte della creazione di bene comune.

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