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“Al posto degli uomini abbiamo sostituito i numeri e alla compassione nei confronti delle sofferenze umane abbiamo sostituito l’assillo dei riequilibri contabili”. Questa frase di Federico Caffè indica, ancora oggi, una strada da perseguire: quella di trovare linee “compassionevoli” nei sistemi di rigore collaudati dall’Unione Europea e nella Legge di Bilancio 2017 proposta dal governo

Al posto degli uomini abbiamo sostituito i numeri e alla compassione nei confronti delle sofferenze umane abbiamo sostituito l’assillo dei riequilibri contabili”. Lo disse Federico Caffè, l’economista pescarese misteriosamente scomparso a Roma (e mai più ritrovato) la mattina del 15 aprile 1987. Una sparizione che col tempo ha assunto i toni di una vera e propria dissoluzione. Dissolto l’uomo, e dissolta, forse, anche la “compassione” in ragione degli “equilibri contabili”. Potrebbero essere parole di ieri, ma risalgono a una trentina di anni fa. Verrebbe allora da domandarsi se il fantasma di Caffè, o quanto meno di quel suo monito, non sia tornato prepotentemente attuale.

Sforzarsi di trovare linee “compassionevoli” nei sistemi di rigore collaudati dall’Unione Europea, che a metà novembre ha ribadito il suo scetticismo circa la capacità dell’Italia di rispettare il Patto di Stabilità con la Legge di Bilancio 2017, è cosa ardua. Tentiamo allora di trovarne nella stessa Legge di Bilancio 2017, che al momento è in discussione in Parlamento. Domanda: contabilità e creatività possono coesistere? Resta difficile crederlo. Se “l’assillo” della contabilità a tutti i costi, e dunque di un perpetuo bilanciamento fra il dare da una parte e il ricevere dall’altra, condiziona dall’alto l’operato dell’economie nazionali, è assai poco probabile che la creatività riesca a ritagliarsi un suo margine di manovra.

Cosa intendiamo per “creatività”? Intendiamo un ripensamento migliorativo e inedito delle misure fiscali e previdenziali adottate sinora, o una revisione che agisca in parallelo alla mera pioggia di bonus, prestazioni e spostamenti di liquidità che sono diventate oggi le manovre di fine anno. Prendiamo ad esempio gli 80 euro, biglietto da visita del Governo Renzi: qualcosina nell’immediato hanno smosso, ma l’effetto si è poi affievolito; prendiamo anche l’anticipo del Tfr in busta paga, qualcuno se lo ricorda ancora? Ma soprattutto in quanti l’hanno chiesto? Si è poi ripiegato, nel 2016, sulla cancellazione della Tasi per le abitazioni principali, replicando quanto già era stato fatto un paio d’anni prima con l’addio all’Imu. Intendiamoci: non si vuol certo sostenere l’idea che i bonus o le misure a sostegno del reddito (assegni e indennità varie) siano sbagliati, ma insufficienti sì, e in un certo senso anche un po’ “abusati”, “cavalcati”, fin quasi a risultare “ovvi”. Idee ormai prevedibili.

Secondo noi il fare politica, e nello specifico politica economica, fiscale/previdenziale, significa anche adottare una linea d’azione che proceda in senso preventivo ai bonus o agli sconti di turno. Detto altrimenti, oltre che sui bonus, bisognerebbe canalizzare il pensiero affinché sempre meno famiglie si trovino nella necessità di richiederli. Può suonare utopistico, ma in fondo nemmeno tanto. Meno famiglie a caccia di assegni, non vuol dire che tutte quante smettano di chiederli dall’oggi al domani. Tornando allora all’aspetto della creatività, in opposizione al “lato oscuro” della contabilità, se da una parte ne abbiamo avuta tanta, anche troppa, e continuiamo ad averne, per attingere dall’infinita dispensa dei bonus, dall’altra difettiamo di immaginazione per mettere in atto politiche di integrazione e inclusione dal basso. In questo senso il progetto SIA (Sostegno all’Inclusione Attiva), varato a settembre 2016, potrebbe significare un buon punto di partenza considerandone gli aspetti più propositivi di coinvolgimento delle famiglie in programmi di orientamento e formazione.

Calandoci invece nella realtà della Legge di Bilancio 2017, ci sentiamo in primis di rilevarne due aspetti critici che destano sospetto circa la carenza di quella “compassione” evocata dalle parole di Caffè. Ma che sicuramente vanno verso quel rispetto del Patto di Stabilità evocato dall’Europa. Misure come l’Ape, ovvero l’anticipo pensionistico per mano degli istituti bancari, o come la rottamazione dei ruoli Equitalia, che indice di giustizia contengono? Cosa possiamo pensare se la prospettiva allettante di uno scivolo pensionistico si tramuta di fatto in un indebitamento ventennale del futuro pensionato nei confronti di banche e assicurazioni, considerando inoltre che quello stesso pensionato avrebbe avuto diritto a lasciare il lavoro già anni prima?

E cosa possiamo pensare se la momentanea rottamazione dei debiti con Equitalia, cui seguirà la chiusura stessa dell’ente a partire dal prossimo luglio, pare al momento non corroborata da una revisione sostanziale delle regole sulla riscossione? Oltretutto è cosa certa che potranno rottamare il debito – con le stesse identiche regole – tanto i contribuenti che finora non hanno versato nemmeno un centesimo a Equitalia, quanto coloro che hanno già in essere un piano di rateizzazione, con la differenza che i primi potranno rottamare il debito al 100%, mentre i secondi solo quello delle rate residue; per non parlare poi di chi abbia già versato fino all’ultimo tutti gli importi, non immaginando che dall’oggi al domani sarebbe arrivata la rottamazione. Premessa, allora, l’opinione condivisibile secondo cui non si può parlare, oggettivamente, di una sanatoria o di un condono tombale veri e propri (perché in ogni caso, al di sotto della scrematura di sanzioni e interessi, le imposte in sé restano non rottamabili), dovrebbe però far scattare un campanello d’allarme la malcelata frettolosità di una norma che, nell’assecondare l’imperativo dei pochi-maledetti-e-subito, livella ingiustamente un caso all’altro senza nessuna gradazione intermedia.

Prendiamo poi atto del generoso comparto inerente alle agevolazioni sul mattone, da anni punto fermo di ogni manovra, e dei neonati “bonus nido” e “bonus mamma domani”, anche se vale per questi ultimi lo stesso discorso fatto poc’anzi sul persistere di un certo tipo di politica a vocazione più assistenziale che inclusiva. Dal lato imprese la sensazione è quella di una generica limatura di soluzioni già percorse, tra crediti d’imposta, agevolazioni e super-ammortamenti. A nostro avviso, insomma, è riscontrabile un certo tentativo di progettualità che si scontra però con le politiche di rigore imposte dalle regole comunitarie, con il risultato che per la platea dei cittadini la sensazione diffusa è quella di avvertire un andare avanti a singhiozzo con una pletora di scivoli e agevolazioni non accomunati da una visione unitaria.

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