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In un tempo di sfide molto aggressive, lacerato da spinte disumanizzanti e da deliranti, visioni di transumanesimo dove la tecnica ci salverà dalla morte, un nuovo umanesimo radicato in Cristo ci può aiutare ad attraversare un tempo difficile ma anche ricco di opportunità, con il metodo che ci Lui ci ha insegnato: uscire, lasciando senza voltarsi indietro, e camminare insieme guidati dal comandamento dell’amore, che li riassume tutti

Il medium è il messaggio, come sosteneva McLuhan. Ma, ben prima di lui, come ci ha mostrato Gesù con l’equazione verità e vita: ciò che crediamo abbia valore non può essere solo enunciato (in quello sono specializzati i farisei di tutti i tempi), ma va incarnato. O siamo ‘media’ della buona notizia in cui crediamo, cercando di renderla presente nella nostra vita perché parli al di là delle parole, o siamo solo voci – e spesso ben poco interessanti – nel rumore che ci circonda.
Così è anche per l’umanesimo cristiano, che non può essere indicato solo in via di principio, come un modello ideale cui tendere.

È con questa convinzione che si è lavorato
alla preparazione del convegno di Firenze. In un tempo di sfide anche molto aggressive, lacerato da spinte disumanizzanti e da deliranti (e sempre meno percepite come tali) visioni di transumanesimo dove la tecnica ci salverà persino dalla morte e ci renderà perfetti e invincibili c’erano forse solo due strade: costruire un muro difensivo il più possibile solido per arginare un’ondata obiettivamente violenta, precisando nel modo più chiaro (e distinto) i caratteri dell’umanesimo cristiano e la specificità della sua proposta.

Oppure, via certo più rischiosa ma forse più in linea con il Vangelo, far emergere la differenza cristiana come proposta a partire dall’umanesimo che è già in atto. Perché Cristo ha così a cuore l’umano che si è fatto uomo, con gli uomini fino alla fine. E nonostante il fatto che i cristiani oggi siano gli ultimi dei discepoli, i più chiacchieroni, distratti, ambiziosi, ottusi e non di rado traditori, è proprio a noi che è consegnato il compito di testimoniare la buona notizia, di farci mediatori di un messaggio di cui non siamo gli autori, ma i destinatari e i beneficiari. Tutti quanti.

‘In Gesù Cristo il nuovo umanesimo’ vuol dire questo: cercare oggi di attraversare, insieme e da figli (e dunque fratelli) un tempo difficile ma anche ricco di opportunità, con il metodo che ci ha insegnato Gesù: uscire, lasciando senza voltarsi indietro, e camminare insieme guidati dal comandamento dell’amore, che li riassume tutti. Un comandamento che possiamo capire perché è stato scritto nel nostro cuore di figli dal Padre che ci ama. Tutti noi abbiamo fatto esperienza dell’amore filiale, e chi non ce l’ha lo vive come mancanza e desiderio. È partendo da qui che siamo oggi chiamati a parlare di umanesimo: di fratelli in quanto figli, che confidano nell’amore che salva, e per questo sono liberi da tante sirene che promettono spiccioli di libertà travestiti da tesori.

Il camminare insieme non è puro artificio retorico. Fin dall’inizio della progettazione, nel 2012, si è scelto di rigenerare il significato più profondo di convegno, che è ‘con-venire’, cioè uscire dai propri luoghi (non solo fisici) per incontrarsi. La prima mossa comunicativa è dunque stato l’Invito, uscito proprio mentre Papa Francesco annunciava il sinodo sulla famiglia: segno di una sintonia sul bisogno, in tempi di individualismo disumanizzante, di tornare a camminare insieme. Questo è il metodo. Un medium che è già messaggio.

L’invito alla narrazione (modalità comunicativa ben più ricca dell’informazione) di esperienze di umanità in atto da parte di diocesi, parrocchie, associazioni, movimenti è stato un partire dalla concretezza, dall’umanesimo già in atto, dai semi di bellezza dell’umano che certo vanno riconosciuti, valorizzati, accompagnati ma non inventati o calati dall’alto con un progetto di ‘ingegneria religiosa’. E l’umanesimo concreto è un umanesimo plurale, che di volta in volta mette a fuoco le questioni più urgenti in un certo momento, territorio, contesto umano.

Con le parole di Guardini, i tanti racconti arrivati dalla chiesa locale sono esempi di ‘concreto vivente‘, non chiuso nel particolare ma aperto alla trascendenza, alla luce che illumina diversamente un quotidiano che altrimenti sembra senza via d’uscita, e accende la fantasia della carità. Plurale perché tanti e diversi sono i problemi affrontati e da affrontare, tanti e diversi gli stili, e nessuno può pretendere di essere l’unico o il migliore. Dinamico, perché le cinque vie (uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare) sono processi, non precetti. È da questo mosaico in movimento che può rigenerarsi la fiducia nell’umano.

Un prezioso alleato nel cammino di preparazione è stato il web: il sito – il primo istituzionale in cui la gran parte del materiale è prodotta dalle chiese locali e dai singoli fedeli- , dove raccogliere e condividere storie, materiali, riflessioni e proposte e i social, animati soprattutto dai più giovani: perché partecipare non è solo assistere, ma contribuire! E allargare la partecipazione al di là dei delegati, prima durante e dopo il convegno è uno dei tratti qualificanti di Firenze 2015.

Una caotica ma sorridente comunione di comunità in cammino è il volto che la chiesa esprime in quanto suo radunarsi per condividere una bellezza dell’umano che può essere riconosciuta, valorizzata, fatta fiorire ma non prodotta: è se custodiamo, coltivandolo, il dono ricevuto che possiamo dire una parola che forse, in questo tempo di post-umano che ha cancellato con Dio anche l’altro e dunque ogni limite, può valer la pena ascoltate anche per chi non crede.
Un impegno della chiesa ben riassunto dalle parole di Mario Luzi:

O che officina / è questa delle anime.
Lo fu per molti secoli.
Che resti aperta e operosa per i prossimi

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