L’arte è trasfigurazione della realtà e la stessa etimologia del verbo trasfigurare racchiude il “figurare”, ovvero creare un’immagine. Trasfigurare è andare oltre, e allude quindi al modo di guardare oltre: oltre la natura, oltre la materia, oltre la rappresentazione. Trasfigurare è alzare lo sguardo e contemplare il divino

Tra le cinque vie proposte per il Nuovo Umanesimo nel quinto Convegno ecclesiale Nazionale di Firenze, quella del “Trasfigurare” va senza dubbio accostata all’esperienza dell’arte, nel senso di visione universale di bellezza. L’arte è trasfigurazione della realtà e la stessa etimologia del verbo trasfigurare racchiude il “figurare”, ovvero creare un’immagine. Trasfigurare è andare oltre, e allude quindi al modo di guardare oltre: oltre la natura, oltre la materia, oltre la rappresentazione. Trasfigurare è alzare lo sguardo e contemplare il divino.
L’episodio della Trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor è stato affrontato dagli artisti con diverse sensibilità ma partendo dalla lettura del testo evangelico (Mt 17,1-13; Mc 9,2-13; Lc 9,28-36) che narra dell’evento straordinario avvenuto alla presenza degli apostoli Pietro, Giovanni e Giacomo.

In una delle formelle che decorano la Porta Nord del Battistero di Firenze, realizzate tra il 1403 e il 1424 è lo scultore Lorenzo Ghiberti (1378-1455), vincitore del famoso concorso indetto nel 1401 dall’Arte di Calimala, a dar vita all’episodio della Trasfigurazione.

Nel rilievo finemente scolpito sul bronzo e coperto da doratura si nota la composizione distinta in due parti: su una piccola altura c’è la figura di Cristo benedicente e in basso ci sono i tre apostoli sconvolti dalla visione. Così come risalta il linguaggio dell’artista elegantissimo nella stesura grafica dei panneggi ancora legati alla tradizione tardogotica.

Ghiberti rappresenta inoltre accanto a Gesù e a figura intera anche i Profeti Mosè ed Elia che come viene ricordato nel Vangelo, apparvero e “conversavano con lui” (Mt 17,3).

Nel pieno dell’età dell’Umanesimo fiorentino, è il Beato Angelico (1395-1455) in una cella del convento di San Marco a Firenze a donare la sua personale lettura della Trasfigurazione, attraverso una rappresentazione che diventa una intensa preghiera. L’Angelico ritrae nella parte inferiore gli apostoli, soffermandosi sulla figura di Pietro che ha gli occhi spalancati dinanzi alla rivelazione. “Siamo stati testimoni oculari della sua grandezza” riporta il testo della Seconda Lettera di Pietro (1,17-19).

Oltre agli apostoli e il Cristo con i Profeti, l’artista inserisce altre due figure che assistono all’evento in una funzione di mediazione con la sfera celeste: la Vergine Maria e San Domenico. Soffermandosi, poi, su un altro importante particolare sottolineato nel Vangelo, quando è descritto l’aspetto di Gesù: “Il suo volto risplendeva come il sole” (Mt 17, 2). Nell’affresco infatti Cristo appare vestito di un abito candido, di un bianco che quasi abbacina, la figura è all’interno di una mandorla di luce e spalanca le braccia, con un gesto che richiama da un lato la croce e dall’altro l’abbraccio di salvezza per l’intera umanità.

Non si può escludere che la luce splendente nella quale il Beato Angelico pone Gesù possa riecheggiare le letture patristiche che in quel tempo circolavano nei conventi, si pensi al Sermone di Pietro il Venerabile abate di Cluny: “Perché meravigliarci che il suo volto sia diventato come il sole, dal momento che lui stesso è il sole?…Riconoscendolo veramente come egli è, sarai perennemente abbagliato dall’eterno splendore di questo sole, rischiarato dalla gioia, illuminato in misura indicibile. Allora, quando il volto del Signore splenderà così su di te, si adempirà il desiderio espresso dal profeta: Faccia splendere su di noi il suo volto (Sal. 66, 2)”.

Dalla Trasfigurazione mistica di Beato Angelico si giunge, infine, al grande maestro del Cinquecento italiano: Raffaello Sanzio (1483-1520) con la sua Trasfigurazione, (Città del Vaticano, Pinacoteca Vaticana).

L’opera, commissionata dal Cardinale Giulio de’ Medici, futuro Pontefice Clemente VII, per la cattedrale di S. Giusto di Narbonne, fu l’ultima prova che l’artista eseguì prima di morire il giorno di venerdì santo del 1520, a trentasette anni, lasciando sbigottito l’intero mondo della cultura del tempo.

La Trasfigurazione di Raffaello tocca con la sua forza tutte le corde dell’umano sentire e, sebbene l’artista divida la tela in due piani quello terreste e quello celeste, l’opera sapientemente costruita sulla base delle speculazioni filosofiche, si presta ad una visione univoca ed armonica.

Sono numerosi i punti di riflessione che fanno del capolavoro uno dei commenti teologici più alti sul tema, partendo dalla parte inferiore dove si notano da un lato i nove apostoli che, secondo il racconto evangelico, non erano saliti sul monte, e dall’altro c’è la rappresentazione dell’episodio della guarigione di un epilettico (Mt 17,14-21). Nel particolare del fanciullo indemoniato che rotea le orbite, il maestro di Urbino rappresenta la fragilità della condizione umana, attraverso la resa innaturale della torsione del corpo, che diventa sgomento e smarrimento nello sguardo perso nel vuoto dell’uomo che sostiene il fanciullo dalle braccia.

Passando alla parte superiore non resta che lasciarsi guidare dalla figura di Cristo che, ammantato in una nube di luce, è sospeso in aria e appare come un Risorto trasfigurato dalla Grazia. Il volto è impalpabile nella sua purezza, il corpo è leggero ed il moto ascensionale sembra liberare l’intero mondo dal peso del peccato.

Il linguaggio dell’arte consente dunque di guardare oltre la struttura delle forme, oltre il dato puramente estetico e in questo capolavoro c’è la storia dell’umanità con le sue paure e i suoi limiti e c’è il messaggio di speranza consegnato nelle mani dell’Evangelista che indica il Trasfigurato e spinge a guardare oltre, a contemplare e a divenire testimoni della bellezza divina.

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