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L’alternanza scuola-università-lavoro potrebbe contribuire in modo rilevante alla formazione delle competenze necessarie e alla diffusione dell’innovazione partecipando più attivamente alla vita della comunità locale e nazionale. In questo modo potrebbe  perseguire in modo più efficace la sua funzione sociale e civile di rilancio di uno sviluppo economico inclusivo, equo e duraturo

Negli ultimi mesi vi sono state diverse affermazioni del Presidente del Consiglio Renzi e dei Ministri Giannini e Poletti, che, evocando il modello duale tedesco, hanno evidenziato l’assoluta necessità di alimentare con energie e risorse nuove il rapporto imprescindibile esistente tra istruzione, formazione e lavoro. Un tema la cui strategicità rappresenta la vera pre-condizione per rilanciare un reale sviluppo del nostro sistema economico e la scelta che tutti Paesi Ocse hanno ormai già avviato con successo, così come gli stessi Paesi di nuova industrializzazione.

Infatti, se osserviamo i dati sull’andamento del sistema economico e dell’occupazione in Italia negli ultimi anni di perdurante crisi, scopriamo che corriamo un pericolo maggiore degli altri Paesi, poiché il fenomeno del joblessgrowth (crescita senza occupazione) sembra mordere di più da noi. In tale scenario, fortemente differenziato a livello nazionale, il ribaltamento di questa prospettiva non può rappresentare solo un argomento su cui formulare “Buoni propositi”, ma deve diventare un obiettivo irrinunciabile, poiché le dinamiche del mercato in Italia sono ormai fuori controllo.

Tale affermazione è surrogata dai dati in crescita di cinque fenomeni preoccupanti: la disoccupazione generale giunta ormai da tempo oltre la soglia critica dei 3 milioni di persone; l’elevato tasso di disoccupazione giovanile al 44%, che in alcune zone svantaggiate arriva oltre il 55%; l’indice di inattività al 38%, ancora peggiore il dato del Sud; la dispersione scolastica al 17%, mentre la Strategia “Europa 2020” vorrebbe ricondurlo al 10%; gli oltre2,2 milioni di giovani Neet, che non studiano e non lavorano.

Di fronte a questa situazione di “malessere” potenzialmente esplosiva, è necessario che il Governo nel suo insieme e in particolare i Ministri dell’Istruzione, del Lavoro, dell’Economia e dello Sviluppo economico, così come gli Assessori regionali competenti intraprendano un percorso che permetta di sperimentare politiche integrate “attivanti”, che puntino a coinvolgere responsabilmente gli attori del sistema economico e sociale, le istituzioni educative e formative e gli stessi giovani e le famiglie, al fine di perseguire i seguenti obiettivi:
a) “riposizionamento strategico" della politica industriale, poiché per competere sul mercato globale il nostro Paese dovrebbe orientarsi verso un segmento medio-alto e basare l’attività produttiva su ricerca, innovazione e qualità del prodotto, esaltazione del made in Italy”;
b) maggiore dialogo tra scuole e università, mediante la valorizzazione del principio dell’autonomia responsabile, finalizzata all’elaborazione di un’offerta formativa più mirata;
c) una politica di orientamento permanente allo studio e al lavoro che permetta un coinvolgimento consapevole e responsabile degli studenti e delle famiglie;
d) obbligo di praticare stage e tirocini lavorativi nell’ambito di tutti i percorsi scolastici e universitari e ruolo più attivo delle università nell’attività di matching tra domanda e offerta di lavoro;
e) rendere più mirate e conferire maggiore efficacia e strategicità alle politiche e alle azioni connesse con il Progetto Garanzia giovani;
f) sviluppo delle potenzialità del nuovo apprendistato, rendendolo più “dialogante” con la domanda delle imprese;
g) maggiore diffusione delle esperienze di trasferimento tecnologico tra università e imprese, sostegno a progetti di start up e promozione di imprese innovative create da giovani;
h) rielaborazione dell’attività dei fondi interprofessionali per la formazione continua, in una logica progettuale, indirizzata a rielaborare obiettivi, metodologie, sistemi di valutazione dei processi d’insegnamento/apprendimento, dei risultati conseguiti, del grado di effettiva trasferibilità delle competenze acquisite.

Questo nuovo scenario rappresenta al contempo una sfida e un’opportunità non indifferente, in primo luogo per il rilancio dell’economia reale e di una politica industriale Back-Shoring, di rientro delle produzioni made in Italy delocalizzate all’estero, in Paesi dove la manodopera costa meno, ma la qualità, il design e l’innovazione non sono garantiti.

Inoltre, si tratta attivare una concertazione istituzionale di politiche attive del lavoro e della formazione ai diversi livelli, che dovrebbe essere basata su una chiara visione strategica del Governo e da più serie ed efficaci politiche formative regionali e territoriali, così come sull’apporto significativo delle parti sociali, ma soprattutto sul contributo innovativo e originale del sistema educativo e formativo: scuola, università, formazione professionale, fondi interprofessionali per la formazione permanente.

In definitiva, il sistema dell’education potrebbe contribuire in modo determinante alla formazione delle competenze necessarie e alla diffusione dell’innovazione e del capitale sociale e partecipare così attivamente alla vita della comunità locale e nazionale, allo scopo di perseguire più efficacemente la sua alta funzione sociale e civile a favore del rilancio di uno sviluppo economico, sociale e civile inclusivo, equo e duraturo.

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