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Riabilitare il lavoro manuale e la formazione professionale

Matthew ha conseguito la laurea e il Ph.D. in filosofia politica all’Università di Chicago. Poi ha studiato presso il Commettee on Social Thought. Ora lavora all’Institute for Advanced Studies in Culture presso l’Università della Virginia in qualità di docente. È anche titolare di un’officina che ripara motociclette, presso la quale lavora in qualità di meccanico.

Matthew Crawford  è contemporaneamente un filosofo e un meccanico: come a dire che la filosofia trova nel lavoro manuale un suo compimento (o viceversa?). Ha scritto anche un testo diventato un best seller: Il lavoro manuale come medicina dell’anima. Insomma, dopo la fantozziana riclassificazione dei colletti bianchi, dopo la ricerca spasmodica di una professione intellettuale, dopo l’astrattismo alienante di certe attività progettuali, forse – e si dica forse – stiamo ora tornando ad apprezzare le professioni manuali. Forse ora capiamo – come illustra con esempi di concreto successo Stefania Lazzaroni – quale dignità possa avere il saper fare manuale, i mestieri d’arte: il made in Italy che si fonda sulla bellezza. Stefania illustra così l’esperienza di

Altagamma, un soggetto che crede al lavoro manuale. Per fortuna (dell’economia italiana) non è l’unico. Anche Paola Vacchina procede sullo stesso piano descrivendo l’esperienza di Enaip, che cerca da anni di costruire profili professionali legati alla riscoperta dei mestieri e delle specificità del settore produttivo italiano. Così come Tino Castagna che apre scenari che propongono un’offerta formativa terziaria non universitaria diffusa e stabile, equilibrando gli investimenti pubblici tra misure occupazionali e misure formative (oggi sono squilibrati a favore delle prime, a causa della sottovalutazione della qualificazione professionale come chiave di accesso all’impiego).

Altagamma ed Enaip sono solo due esempi, quelli che riprendiamo in diretta (altri li troverete nella rubrica In rete). Ma entrambi hanno il pregio di riscoprire “le mani”. Se vogliamo dare forza a questa parte dell’economia, allora occorrerà ripensare anche a come “formare le mani”, a come creare manodopera qualificata e non solo generica.

Allora ecco tre pezzi che ci danno una mano per capire meglio. Il primo, di Maurizio Sorcioni (che apre l’articolo con una curiosa citazione dell’indice di ignoranza), illustra come la disastrosa condizione giovanile in merito al lavoro possa trovare sollievo attraverso un’adeguata formazione professionale. Il secondo, di Antonio Cocozza, descrive una prospettiva strategica per potenziare in Italia l’alternanza scuola, lavoro e università. Il terzo, di Maurizio Drezzadore, propone un possibile modello di sistema duale. Si tratta di tre pezzi che danno spessore ad un modello economico dove l’Italia potrebbe ritrovare se stessa e tentare così di ricostruirsi un pezzo del proprio destino. Il destino nelle proprie mani, verrebbe da dire…

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