Per definire il futuro dell’Unione, occorrerà un dibattito articolato che coinvolga i cittadini, i movimenti di opinione, i partiti politici e che stimoli i governi degli Stati, ciascun Parlamento nazionale, le assemblee legislative regionali e il Parlamento Europeo, con un dialogo fra delegazioni parlamentari…

Tre sono gli elementi che costituivano l’essenza politica dei Trattati di Roma:
La ragion d’essere della “comunità”, non unione di Stati ma anticipazione di una struttura politica destinata a potenziarsi nel tempo e a creare un’entità irreversibile, diversa dagli organismi internazionali che considerano intangibile la sovranità nazionale, non ancora modello federale e tuttavia concepita come primo passo verso questo modello;
la pace, non solo per mettere fine a rivalità secolari fra i paesi membri ma come obiettivo primario in una dimensione universale;
i “popoli” come destinatari di politiche e azioni per i quali dovevano essere poste le basi di una “unione sempre più stretta” al fine di “assicurare il progresso economico e sociale…attraverso il miglioramento delle loro condizioni di vita e di occupazione”.

Negli ultimi dieci anni le politiche economiche e finanziarie dell’Unione hanno frenato il progresso e peggiorato le condizioni di vita e di occupazione dei suoi cittadini; l’inazione internazionale dell’Unione ha contribuito all’estensione dei conflitti nei paesi vicini; il ruolo prevalente del Consiglio europeo e gli egoismi fra gli Stati hanno reso l’Unione simile a un organismo internazionale paralizzato dalle sovranità nazionali. Così l’entità creata a Roma nel 1957 rischia di essere reversibile e di perdere la sua essenza politica originaria.

Il processo di integrazione europea è da tempo paralizzato perché l’ingranaggio inventato con il metodo funzionalista si è bloccato e non è più in grado di permettere all’Unione di raggiungere gli obiettivi che erano stati iscritti nei trattati fondatori (in particolare il mercato interno che alle quattro libertà originali di circolazione ha aggiunto anche il nuovo principio della mobilità) ma soprattutto i nuovi obiettivi iscritti nel Trattato di Lisbona: la pace nel mondo, la piena occupazione, lo sviluppo sostenibile, la diversità culturale, la solidarietà, la coesione, la protezione dei cittadini.

Ciascuno di questi obiettivi, ai quali si dovrebbero aggiungere quelli che appartengono implicitamente ai valori ed ai principi fondanti dell’Unione europea (pluralismo, eguaglianza in particolare per le donne, tolleranza e rispetto dell’altro..), rappresentano un “bene comune” o un “bene pubblico” in alcuni casi sottoposti ai rischi della concorrenza e della non-esclusività ed in alcuni casi non concorrenti e non esclusivi. Nell’uno e nell’altro caso, i beni comuni o pubblici richiedono una governance adeguata al livello in cui si pone la questione della garanzia per i cittadini della fruibilità di questi beni/risorse e hanno bisogno o di strumenti finanziari all’interno del bilancio o di strumenti legislativi all’interno di diritti collettivi (diritti individuali esercitati collettivamente o diritti collettivi tout court).

Il fatto che questi obiettivi non siano stati raggiunti o rischino di non essere raggiunti è all’origine delle crisi che vivono le nostre società (crisi finanziaria, energetica, ambientale, sanitaria, culturale, democratica…) e del sentimento sempre più diffuso di perdita di identità fra i nostri concittadini

Molto può essere fatto senza intervenire sui Trattati vigenti. Una riforma vera e profonda del sistema dell’Unione appare ineludibile.

Il sistema europeo, i suoi meccanismi e le sue liturgie mostrano, ormai, svariate incongruenze. Non poche dipendono dalla sua impostazione originaria, mai veramente superata dalle numerose, successive modifiche dei Trattati, che induce gli europei a dubitare della piena legittimità democratica dell’Unione Europea. Altre sono diventate evidenti, negli ultimi anni, per effetto della devastante sequenza di crisi: finanziaria, economica, sociale e politica.

Incalzato dalle emergenze e nell’intento di affrontare la situazione e risolvere la crisi, il Consiglio Europeo ha progressivamente avocato a sé la maggior parte dei poteri decisionali, andando anche al di là dei compiti che gli sono attribuiti dai Trattati, ma senza essere capace di dare le risposte necessarie alle sfide attuali. In quest’Unione Europea che non ci soddisfa, si è così affermata distribuzione dei poteri, in buona sostanza, diversa da quanto ci dice la lettera dei Trattati e, comunque, inadeguata.

Una riforma dei Trattati è difficilmente immaginabile nel breve termine per due ragioni principali, ambedue importanti. In primo luogo, bisognerebbe che il cambiamento delle politiche economiche e sociali producesse i risultati attesi in termini di miglioramento della qualità della vita degli europei, soprattutto di coloro che vivono nei paesi in cui cresce il sentimento antieuropeo. In secondo luogo, occorre preparare bene tale riforma, con il coinvolgimento e un dialogo continuo, reale e aperto con le cittadine e i cittadini dell’Unione, con le associazioni rappresentative della società civile e con le forze politiche europee.

Il metodo abituale, con la sua priorità agli accordi fra i governi, non appare più consono ai tempi attuali e ancor meno a quelli futuri. Del pari, rischia di non rispondere agli auspici il metodo della Convenzione, convocata a prescindere da un vero dibattito europeo. Non basta definire gli elementi di un progetto di riforma del sistema dell’Unione; operazione realizzabile anche con l’ausilio di idonei gruppi di esperti per le varie materie. E’ indispensabile procedere in maniera pienamente trasparente e partecipativa.

Per definire il futuro dell’Unione, occorrerà un dibattito articolato che coinvolga i cittadini, i movimenti di opinione, i partiti politici e che stimoli i governi degli Stati, ciascun Parlamento nazionale, le assemblee legislative regionali e il Parlamento Europeo, con un dialogo fra delegazioni parlamentari. Bisogna avere un’ampia discussione e non sfuggire al contradittorio con gli euro-scettici e gli euro-critici, oggi apparentemente in gran numero. Va rigorosamente garantita la migliore e capillare informazione, tanto sul metodo quanto sui contenuti. A titolo di esempio, un luogo ideale per avviare un simile dibattito potrebbe essere costituito dalle Università, facilitando occasioni di confronto strutturato, aperte alla cittadinanza, alla società civile.

A valle, dev’esserci il lavoro redazionale del nuovo Trattato che abbia al suo centro il Parlamento Europeo in un dialogo costante con i parlamenti nazionali, lavoro su cui va preservata la massima trasparenza e pubblicità. Seguirà la fase deliberativa e quella delle ratifiche, secondo le procedure costituzionali di ciascuno Stato aderente. Alla fine è ineludibile un responso popolare, attraverso referendum in tutti i paesi, da tenersi contestualmente il medesimo giorno. Del resto, lo strumento referendario è già obbligatorio in molti paesi membri ed è politicamente imprescindibile in altri. Nel referendum le cittadine e i cittadini si esprimeranno espressamente sul nuovo assetto federale europeo, sulle sue regole costituenti e fondanti e sul superamento della dimensione degli attuali Stati nazionali.

Si tratterebbe di consultazioni popolari del tutto inedite. Se la fase preparatoria sarà sufficientemente coinvolgente ed efficace, verrà chiamato a esprimersi un corpo elettorale che, a quel punto, risulterà più coscientemente “europeo”, anche grazie alle discussioni e ai percorsi identitari evidenziati dalla presente relazione.

Nessuno Stato europeo può illudersi di riuscire ad affrontare da solo le grandi sfide globali: mondializzazione degli scambi e/o possibili crisi economiche e finanziarie globali; le diseguaglianze e la povertà, il cambiamento climatico, il degrado ambientale e le politiche energetiche; le dinamiche dei mercati finanziari, la fiscalità e la sua elusione; i crescenti flussi migratori, le politiche dell’asilo e dell’integrazione; la lotta al terrorismo e alla criminalità internazionale. E nessun’azienda europea, confidando solo nelle anguste risorse e nelle politiche nazionali, può competere con successo contro i giganti dell’economia globale.

L’obiettivo, l’esplicito traguardo della prossima riforma non può che essere una federazione europea: non un super-Stato, bensì una Comunità federale. E’ difficile, probabilmente impossibile, arrivarci emendando gli attuali Trattati: va predisposto un nuovo Trattato che doti tale entità delle opportune competenze esclusive, in tutti i settori dove l’azione dei singoli Stati risulti inadeguata, delineando un vero sistema costituzionale che le consenta di esercitarle con efficacia e metodo democratico.

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