I segnali di idebolimento delle diverse esperienze mafiose, le scelte e le prese di posizione avvenute in ambito poltico, ecclesiale e della società civile ci consentono di affermare che è possibile annientare il fenomeno mafioso. Il che non significa che ciò sia facile. Avverrà soltanto se, accanto ai rappresentanti dello Stato, a fare terra bruciata intorno ai criminali ci saranno tantissimi imprenditori, giovani, genitori, maestri, cittadini.

Secondo un’immagine ancora molto diffusa, una mafia è una spaventevole piovra che tiene tra i suoi tentacoli l’economia, i politici, i professionisti, le autorità pubbliche. Ovvero anche un’Idra, l’animale mitologico con molto teste, cui quando ne veniva tagliata una ne ricrescevano due. Più precisamente, visto che c’è una mafia “classica” (Cosa nostra, con le sue propaggini americane), è meglio parlare di organizzazioni di stampo mafioso, che includono tra le altre la Camorra e la ‘Ndrangheta.

Ma anche di queste, in tempi più recenti, si tende a dare quel tipo di raffigurazione: entità pervasive (‘o sistema, di cui parla Saviano), adattabili, potentissime, globalizzate, invincibili. In effetti, anche limitandoci alla sola Italia, la mafia siciliana ha avuto tra l’altro l’ardire di sfidare direttamente lo Stato, ai tempi delle stragi. Con le sue consorelle ha anche saputo riprodursi in regioni diverse da quelle di tradizionale radicamento, infiltrandole e colonizzandole. Tutt’ora molti o moltissimi sono convinti che certi poteri criminali siano più forti dello Stato, e anzi abbiano dentro lo Stato i loro referenti, ai massimi livelli.

Lo stereotipo che ho appena sommariamente tratteggiato, tuttavia, trascura alcuni elementi essenziali della realtà.
In primo luogo, va ricordato che in Italia esiste una vera e propria politica antimafia, la quale mette in campo gli strumenti e gli apparati più incisivi esistenti al mondo (da una specifica fattispecie di reato al regime carcerario di massima sicurezza, dalle misure preventive alle norme in materia di collaboratori, tecniche investigative, maxiprocessi, antiracket, antiriciclaggio, dalla Direzione nazionale alla Direzione investigativa antimafia, e così via). Se lo Stato è pieno di collusi, come mai dall’inizio degli anni ottanta abbiamo assistito al consolidamento di una politica pubblica sempre più devastante per il crimine organizzato? Infatti, i successi non mancano, e aumentano in continuazione: arresti e condanne a migliaia dei latitanti più pericolosi, sequestri e confische per importi astronomici, clan decapitati e talora azzerati, e via seguitando.

Nella società civile, al cui interno per tanto tempo sono stati più numerosi i conniventi e gli acquiescenti, cresce il numero di coloro che si ribellano. Alcuni di coloro che cedevano all’intimidazione per paura o per quieto vivere oggi non lo fanno più. Piuttosto resistono al racket e lo denunciano. Chi invece ha cooperato e coopera con i mafiosi, traendone vantaggi illeciti non indifferenti, corre rischi sempre maggiori e tende più di prima a essere isolato.

La Chiesa, attraverso un cammino che è iniziato molto tempo fa (cosa che spesso è stata misconosciuta) esprime una condanna pubblica che non ammette il tentennamento o la remissione dei peccati verso coloro che aderiscono ai sodalizi di stampo mafioso o fanno affari con essi. Anche nei comuni o nei quartieri ad alta densità mafiosa certi segni di sottomissione e deferenza, in precedenza ignorati o tollerati, vengono adesso ritenuti inaccettabili. Purtroppo tra le fila dell’antimafia negli anni si sono annidati anche alcuni opportunisti, che vanno stigmatizzati. Anche qualche delinquente sotto mentite spoglie, che va scoperto e punito come merita.

Va anche fatta una riflessione sulla natura dell’organizzazione di stampo mafioso. Se questa fosse fatta di semplici esecutori bravi soltanto a minacciare, menar le mani o uccidere, non sarebbe difficile rimpiazzare a getto continuo quelli che vengono a loro volta uccisi oppure assicurati alle patrie galere. Ma una vera mafia richiede non tanto – o meglio non soltanto – esecutori violenti. Essa ha piuttosto bisogno di capi e anche di quadri intermedi scaltri, ben addestrati e dotati di esperienza, capaci di adottare e mettere in pratica in modo intelligente ed efficace strategie creative. Si tratta di professionisti di alta qualità, di cui un tempo Cosa nostra disponeva. Erano loro a farne la regina della mafie. Tali professionals sono un punto di forza e però al tempo stesso un tallone d’Achille: se si intensifica l’azione di contrasto, è molto difficile, anzi a un certo punto impossibile, rimpiazzarli.

Infatti la mafia siciliana, che dopo le stragi è stata la prima a subire l’escalation della repressione, oggi anche nell’immaginario collettivo tende a essere ritenuta in crisi. Calano gli introiti, cala la presa sul territorio, vengono commessi tanti e grossolani errori da improbabili neo-boss di decima fila, si ha un monitoraggio sempre più capillare da parte delle forze dell’ordine, che giocano come il gatto col topo. Segni importanti di indebolimento si manifestano anche nel campo della Camorra (ove i pentiti crescono a dismisura) e della ‘Ndrangheta (ove i più reconditi Sancta sanctorum sono stati violati e registrati).

Falcone disse che la mafia è come tutte le cose umane: ha un inizio e anche una fine. Oggi è possibile annientarla. Il che non significa che ciò sia facile, o dietro l’angolo. Avverrà soltanto se, accanto ai rappresentanti dello Stato, a fare terra bruciata intorno ai criminali ci saranno tantissimi imprenditori, giovani, genitori, maestri, cittadini.

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