Negli ultimi anni, anche in virtù degli investimenti pubblici rivolti ad accogliere, tutelare e formare i figli degli immigrati, nell’opinione pubblica si fa strada un modo di pensare inclusivo, favorevole alla concessione rapida della cittadinanza ai giovani nati in Italia da genitori stranieri. La cittadinanza, infatti, non rappresenta un privilegio ma un dovere reciproco che impegna lo stato e i nuovi cittadini

Una realtà di crescente mixité (mescolamento) si sta sviluppando nel nostro paese, da quando è diventato, alla fine degli anni 80, terra di immigrazione. Non solo luogo di transito ma anche di permanenza e di futuro: lo dimostra la presenza dei minori immigrati e dei figli di immigrati. Nel 2013 i minori stranieri in Italia hanno raggiunto 1 milione di unità, tra i quali circa 785 mila risultano iscritti nei percorsi di istruzione e circa 180 mila nei percorsi di Formazione professionale con un’incidenza e un «peso» significativi (rappresentano il 9,7% dei minori residenti, l’8,8% della popolazione scolastica e il 7,9% degli allievi Fp).

Se pensiamo che nelle altre nazioni europee, da molti anni all’”avanguardia” di questo movimento migratorio, si stanno riducendo i minori di origine immigrata , possiamo delineare il nuovo volto dell’Italia guardando a chi si affaccia sul mondo del lavoro nei prossimi 5-10 anni, ossia una gioventù mista, tra cui ci saranno ragazzi autoctoni, ragazzi figli di immigrazioni interne e figli di immigrati dall’estero, ragazzi migranti in prima persona, giovani europei in mobilità, ecc.: sarà persino difficile distinguere le diverse provenienze in base al passaporto, perché chi è nato in Italia da genitori stranieri avrà nel frattempo acquisito di diritto la cittadinanza italiana. Secondo Anci e Cittalia, nel 2029 si conteranno in Italia quasi due milioni di minori stranieri che, in parallelo con il calo delle nascite degli autoctoni, arriveranno a rappresentare il 20,7% dei minori residenti, il doppio della quota attuale.

La battaglia che gli immigrati di seconda generazione stanno conducendo, da almeno un decennio, per l’introduzione dello Ius soli, che darebbe diritto alla cittadinanza in base al luogo di nascita e non alla cittadinanza dei genitori (al posto dell’attuale legge 91 del 1992 basata sullo Ius sanguinis), è stata finora appoggiata da importanti rappresentanti istituzionali: G. Napolitano, G. Fini, C. Kyenge, e da milioni di cittadini italiani che hanno firmato per la campagna L’Italia sono anch’io .

Negli ultimi anni, anche pensando a quanti investimenti pubblici sono stati devoluti ad accogliere, tutelare e formare i figli degli immigrati, nell’opinione pubblica si fa strada un modo di pensare “inclusivo”, favorevole alla concessione rapida della cittadinanza ai giovani nati in Italia da genitori stranieri, dove la cittadinanza non rappresenta un privilegio ma un dovere, da entrambe le parti (lo stato e i nuovi cittadini). Infatti, avere in Italia 1/5 di giovani che non si sentono cittadini (e non hanno diritti formali pari a quelli dei propri coetanei) non solo rappresenta un’ingiustizia, ma può fomentare sentimenti rivendicativi nelle minoranze e, di certo, non aiuta a contrastare pregiudizi e atteggiamenti razzistici che trovano nella apparente “debolezza” dei migranti terreno fertile per manifestarsi.

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