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La regola d’oro da rispettare per vivere senza conflittualità nella società delle differenze è quella di “non fare agli altri ciò non vorresti fosse fatto a te", nei pensieri, nelle parole, nelle opere e nelle omissioni. Si tratta di un principio irrinunciabile di etica pubblica a cui tutti di devono attenersi. Per questo, nel tempo della globalizzazione e della mediatizzazione, è sempre più necessaria un’educazione alla diversità che riguardi i generi e le generazioni

Viviamo in una società sempre più plurale sotto ogni punto di vista – non solo per età, sesso e classe sociale – ma anche per etnia, cultura e religione. Soltanto una educazione alla diversità come valore, risorsa e diritto potrà evitare, o almeno ridurre, le inevitabili tensioni, discriminazioni e l’inesorabile deriva in una “civiltà dello scontro”.

La crescente presenza delle seconde e terze generazioni nelle nostre città, sincretiche e meticce, ne sta modificando il volto, i colori, i suoni, gli odori, le lingue, i riti, in una parola il modo di vivere. Alle diversità etniche, culturali e religiose, bisogna aggiungere quelle non meno problematiche tra normodotati e portatori di handicap (o diversamente abili), tra etero sessuali e persone gay, lesbiche o transgender. Non dispongo di ricerche statistiche recenti ma ritengo che lo zingaro, il musulmano e l’omosessuale siano oggi tre esempi che si collocano ai primi posti di una ideale graduatoria della diversità.

Educare alla diversità, pertanto, è diventato necessario oggi più di ieri poiché nel tempo della globalizzazione e della mediatizzazione ogni singola diversità o anormalità, acquista una risonanza e un rilievo tale da apparire più visibile, o da suscitare più clamore di ciò che è normale, comune, abituale.

Se è vero che siamo tutti diversi, per una ragione o per un’altra, è però altrettanto vero che siamo tutti uguali nella dignità di persona, in quanto esseri umani. E’ la dignitas humana che viene prima di ogni possibile differenza.

Il motto di Terenzio è una perla di civiltà che brilla da oltre duemila anni come una stella: “sono uomo, e di quello che è umano nulla io trovo che mi sia estraneo”. Tutti però, ancora oggi, fatichiamo a comprendere la verità di questo principio. Gli altri, per quanto diversi da noi, sono comunque uguali a noi in umanità perché appartenenti al genere umano, la cui ricchezza principale sta appunto nella diversità e nel dialogo infinito tra identità e alterità. L’ atteggiamento più spontaneo nei confronti di chi non conosciamo è il rigetto e l’esclusione per la sua estraneità. Ad esempio, prima che Robinson Crusoe incontrasse Venerdì dopo dodici anni di soggiorno nell’isola deserta, lo aveva immaginato come un essere mostruoso a partite dalle impronte che aveva osservato sulla spiaggia, ma in realtà a causa della sua “ignoranza”. Soltanto dopo averlo avvicinato diventerà suo “amico” e troverà le modalità per convivere con lui, trattandolo però come un suddito da colonizzare, insegnandogli la lingua inglese e la fede cristiana attraverso la lettura della Bibbia.

Per educarci alla diversità bisognerebbe fare come il protagonista del film "L’attimo fuggente" che, dopo un gesto spiazzante per tutta la classe, dice ai ragazzi: “sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo guardare le cose sempre da angolature diverse”. E a questo punto invita ogni ragazzo a salire sulla cattedra per fare quella stressa esperienza di persona.

Decentramento, dicono gli psicologi, ossia capacità di non mettersi al centro del mondo giudicando gli altri facendo di se stessi l’unità di misura, la norma comportamentale, il valore supremo, ma imparando a relativizzare il proprio punto di vista e ad accettare il proprio limite.

La regola d’oro da rispettare per vivere senza conflittualità nella società delle differenze è dunque quella di “non fare agli altri ciò non vorresti fosse fatto a te” (in pensieri, parole, opere, omissioni… possiamo aggiungere). E’ un principio irrinunciabile di etica pubblica.

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