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Lo sport può essere una preziosa agenzia educativa al servizio del bene comune; per esserlo realmente ha bisogno di volontà e consapevolezza, di impegno e determinazione. Soprattutto richiede adulti credibili, all’altezza del loro ruolo

Lo sport può essere un formidabile strumento educativo al servizio della persona e della città. Lo sport – senza troppe parole, ma attraverso una pratica di vita coinvolgente e appassionante – può insegnare l’importanza della disciplina e della tenacia, il gusto della sfida, la bellezza della fatica condivisa, dell’amicizia, dell’accoglienza. Può, ma non è affatto detto che lo faccia.

Affinché la pratica sportiva possa esprimere il suo potenziale formativo – allenando virtù utili sul terreno di gioco, ma ancor più preziose nella vita – è necessario che la valenza pedagogica dello sport venga riconosciuta e incoraggiata. Abbiamo quindi bisogno di allenatori (e di dirigen-ti e di federazioni!) che siano, certo, professionisti seri e preparati sotto il profilo tecnico, ma anche sensibili e competenti sotto il profilo educativo. Sul nesso essenziale tra sport ed educazione si è espresso anche papa Francesco nel discorso tenuto in occasione del 70° del CSI.

Con le olimpiadi di Rio ormai alle porte, non guasta ricordare quanto sostenuto da Pierre de Coubertin a proposito del significato dello sport per l’uomo e per il cittadino. Egli, richiamandosi alla lezione di Thomas Arnold, sosteneva che l’attività sportiva è in grado di deporre nell’organismo dell’atleta il germe di qualità fisio-psicologiche estremamente preziose: tenacia, coraggio, sicurezza, disciplina, ecc. Qualità, però, che restano circoscritte all’esercizio fisico che le ha generate se non sono diffuse a tutto “l’organismo personale”. Tali virtù, invece, dovrebbe-ro diventare risorse preziose con le quali affrontare, anche fuori dal campo, le sfide della vita. Abbiamo quindi bisogno di educatori intelligenti e competenti, che allenino il corpo e l’animo dei nostri ragazzi e che insegnino loro come mettere pienamente a frutto queste risorse interiori. Ma cosa potrebbe (dovrebbe) insegnare la pratica sportiva ai nostri figli? Provo ad abbozzare un piccolo catalogo, certo non esaustivo, e prevengo subito l’obiezione di quanti diranno: «E cos’altro ancora!» chiedendo loro: «Di cosa possiamo fare a meno?».

Imparare ad apprezzare il senso della fatica. A generazioni alle quali, per loro fortuna, molto è offerto senza sforzo, risulta prezioso far conoscere il sapore dei risultati conquistati con sudore e tenacia. Giocando si può imparare che i risultati importanti non sono mai gratis, ma richiedono sacrificio, pazienza e attesa. Questa lezione, poi, può (dovrebbe) essere trasferita nell’ambito delle relazioni amicali e affettive, della maturazione della propria vocazione professionale, della conquista di ciò che più ci sta a cuore. Ciò che vale davvero richiede impegno e dedizione, ma regala anche le gioie più grandi. Sembra retorica, ma guardare negli occhi un bambino che riesce in ciò che, sbagliando, credeva di non poter fare, ci conferma che la verità dell’umano passa attraverso la via stretta di una fatica sensata.

Imparare a vincere senza arroganza. Il problema dello sport non è l’agonismo, che ne rappresenta anzi l’anima. Il vero problema è l’eccesso di agonismo, l’esasperazione della vittoria come unico fattore determinante a cui tutto il resto può essere sacrificato. L’agonismo, nello sport, è come il sale nella minestra: la sua assenza rende insipido il gioco competitivo; l’eccesso lo rovina. Ai nostri figli dobbiamo invece insegnare a lottare onestamente per la vittoria, mettendo a frutto i loro talenti. Se hanno delle capacità per conseguire risultati importanti è bene che lavorino sodo per realizzarli; e noi genitori dobbiamo gioire con loro quando vincono, perché il bello della vita è anche riuscire a raggiungere gli obbiettivi che ci eravamo prefissati, godendo della soddisfazione di aver messo a frutto le nostre capacità. Al tempo stesso dobbiamo anche insegnare loro a non scadere nell’arroganza, a essere consapevoli che dietro ogni successo si cela la possibilità dello scacco, che l’umiltà è virtù preziosa in quanto chiamata a moderare gli slanci di un’ambizione che, se non governata, ci porta inevitabilmente fuori strada.

Imparare a perdere senza umiliazione. Lo sport può insegnare una verità preziosa: noi non ci identifichiamo coi nostri errori. Anche se falliamo non siamo dei falliti (così come se perdiamo non siamo dei perdenti); possiamo sempre girare pagina e ricominciare, anche quando sembra impossibile. Nella vita, del resto, è inevitabile sbagliare, magari fallire tragicamente; eppure noi non siamo (solo) i nostri errori, siamo molto di più; siamo possibilità viva di cambiamento e di nuovi inizi. Vinto è chi si arrende alle sconfitte, non chi fallisce. Un vecchio adagio, del resto, ricorda che la sconfitta insegna molto più della vittoria. È il paradosso dell’umano: cresciamo nella sofferenza cercando la felicità. Quale palestra migliore dello sport per capirlo? Il bello dello sport, infatti, è proprio questo: che dopo ogni sconfitta si può provare di nuovo, rinnovando la sfida con maggiore competenza e determinazione.

Imparare il senso della giustizia e il valore dell’onestà. C’è chi ama ripetere che, nello sport, non è vero che vincere sia la cosa più importante; vincere è l’unica cosa che conta. Se questo fosse vero, tutto ciò che consente di vincere diverrebbe lecito, anche l’inganno, purché non si venga scoperti (serve ricordare che ci sono allenatori che insegnano ai pulcini come simulare un fallo in area?). Ma i mali che affliggono lo sport – doping in primis – crescono proprio da questa idolatria della vittoria che fa perdere all’atleta la capacità di tenere in equilibrio i molti valori dello sport . Fair play – gioco corretto, gioco leale – non significa solo “stare alla regole”, ma capirne il senso: è nelle regole e grazie alle regole che si dischiude lo spazio del gioco, entro il quale mettiamo liberamente alla prova le nostre migliori capacità. Le (buone) regole sono infatti un veicolo di libertà, perché ci mettono nelle condizioni di conseguire ciò che ci sta a cuore. Essere liberi, e questo vale per l’atleta, per l’uomo e per il cittadino, non significa sciogliere i legami che ci stringono agli altri, ma riconoscere e rinsaldare i vincoli buoni.

Lo sport, quindi, può (e dovrebbe) essere una preziosa agenzia educativa al servizio del bene comune; per esserlo realmente ha bisogno di volontà e consapevolezza, di impegno e determinazione. Soprattutto richiede adulti all’altezza del loro ruolo, esempi credibili che senza tante pa-role insegnano facendo (e facendo assieme).

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