L’articolo, frutto della collaborazione della sezione giovani della Co.Re.Is, mostra tutta la ricchezza e l’impegno dei giovani musulmani che vivono in Italia impegnati concretamente in un dialogo interreligioso fondato sulla conoscenza della propria religione e sul profondo rispetto della religione cristiana e di quella ebraica.   

Il rapporto tra Islam e Occidente sembra essere oggi nel mirino delle attenzioni mediatiche e al centro di dibattiti circa presunti scontri di civiltà o, in forma più costruttiva, sulle possibilità di attuazione di un multiculturalismo sempre più presente nelle società europee. In questo scenario la religione che, secondo il significato più autentico, è uno strumento di ricollegamento dell’uomo a Dio, rischia di essere confusa con le prospettive ideologiche, le strumentalizzazioni politiche, le tendenze di matrice fondamentalista o con l’appartenenza etnica e nazionale. La conoscenza dell’Islam quindi deve forse partire dall’eliminazione di certe sovrastrutture che impediscono di comprendere il suo senso di sottomissione nella pace all’unico e stesso di Dio di Ebrei e Cristiani, e di considerare il suo aspetto "cattolico" nel senso di universale.

Per un musulmano ricercare la conoscenza (‘ilm) è un dovere, come ha insegnato il Profeta Muhammad, "fosse anche fino in Cina". La pratica del culto, la fede in Dio e l’esercizio della virtù nella vita traggono infatti dalla conoscenza un nutrimento che permette agli uomini e alle donne, giovani e adulti, di crescere e progredire nella conoscenza del mistero dell’unico Dio.

Come Sezione Giovani della CO.RE.IS., alcuni di noi hanno avuto la possibilità di frequentare corsi per imam alla moschea Al-Wahid, nei quali lo studio della dottrina, del Corano e della Sunna, sono affiancati allo conoscenza del contesto italiano e internazionale, alla distinzione chiara tra religione e politica, alla comprensione della storia e della cultura che da secoli ha messo in relazione proficua Ebrei, Cristiani e Musulmani in Oriente e in Occidente.

Ci rivolgiamo allo studio dei maestri dell’Islam, come l’imam Al-Ghazali o lo Shaykh Abd al-Wahid Yahya René Guénon, cercando di penetrare i loro profondi insegnamenti ma cercando di trovare anche la giusta modalità di applicazione e comunicazione con i nostri tempi. Se abbiamo imparato che la vera scienza religiosa non è formalista e letteralista, per cui non basta ripetere in maniera sterile le formule rituali e gli insegnamenti dei maestri, abbiamo anche imparato che senza solidi riferimenti e senza nutrimento sostanzioso, cui la meditazione degli insegnamenti e la pratica religiosa contribuiscono, si rischia di ridurre la religione a un guscio vuoto, a un’ideologia tra le altre che hanno segnato la crisi del nostro tempo.

I viaggi in Europa o in Oriente per partecipare a corsi, seminari e conferenze internazionali, sono momenti in cui confrontarsi con altri giovani come noi che vivono le stesse nostre prove e sfide o anche sfide diverse dovute ai contesti differenti. Si tratta di occasioni in cui si impara la comunicazione, il confronto e la collaborazione. Siamo stati alla conferenza dei Giovani a Tunisi e a Siviglia con la Fondazione Tre Culture nel 2010, a Kiev nel 2011 e Parigi nel 2012 con la Muslim Jewish Conference. Alcuni di noi hanno compiuto il pellegrinaggio a Mecca e Medina, e altri studenti delle scuole superiori, hanno condiviso l’anno scorso con 12 coetanei italiani ebrei e cristiani, sia cattolici che ortodossi, un pellegrinaggio a Gerusalemme.

In ambito universitario, un primo ciclo di incontri realizzato tra giovani credenti, musulmani, ebrei e cristiani, ci ha visto insieme agli amici dell’UGEI e della FUCI proporre una riflessione su temi come il perdono, l’amore, la giustizia e il volto di Dio agli studenti dell’Università Statale di Milano. Questa esperienza ha costituito un esempio di dialogo interreligioso proficuo e di come si possa riconoscere nelle differenze teologiche la manifestazione della misericordia divina. «Gareggiate nelle buone opere!» dice il Corano, ciò che per noi significa sostenersi a vicenda nel ricordo di Dio ma anche nel rispetto delle relative e provvidenziali specificità.

Frutto di una sintonia storica con i ragazzi e le ragazze dell’UGEI è stato anche il progetto I giovani e il futuro organizzato con loro tra il 2010 e il 2011, che ha portato in 10 città d’Italia momenti di confronto su aspetti della dottrina e delle sue applicazioni nel contesto sociale italiano contemporaneo; è stato un bel segno la consegna della targa celebrativa da parte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Ogni momento della vita può essere l’occasione di un confronto o di uno stimolo alla conoscenza per un musulmano, che è chiamato a penetrare diversi gradi di realtà. Così l’amore, il lavoro, la famiglia sono importanti banchi di prova in cui si cerca di capire il senso più profondo dei principi spirituali per saperli coniugare nel mondo secondo l’esempio del profeta Muhammad.

Per esempio, anche noi musulmani siamo inseriti nella sfida di saper trovare un significanto nel lavoro, prima ancora del singolo lavoro che ognuno di noi compie o a cui si dedicherà, un significato che lo trasformi in una occasione di conoscenza, maturazione, scoperta e di contributo positivo alle vita delle nostre famiglie e alla società. Con questa intenzione, alcuni di noi hanno intrapreso un’iniziativa imprenditoriale fondando la società Halal Italia. Con un gruppo di sei musulmani italiani, tre uomini e tre donne, abbiamo dato il via a questa attività perché abbiamo visto in essa non solo una possibilità di lavoro e sostentamento, non solo un servizio per la comunità islamica contemporanea che richiede prodotti e servizi, alimentari, cosmetici, farmaceutici, turisti e ristorativi conformi alle proprie esigenze religiose, ovvero islamicamente leciti (halal), ma soprattutto perché abbiamo intravisto in questa attività uno strumento per riallacciare un legame profondo tra Oriente e Occidente, tra ebrei, cristiani e musulmani; basato non soltanto sul rispetto umano o sull’interesse economico, ma su una collaborazione reale nel riconoscimento e nella pratica di un’etica religiosa.

Cosa dire dell’amore che alcuni credono sia monopolio del Cristianesimo? Negli insegnamenti dell’Islam esso rappresenta un mezzo per superare il proprio egoismo e raggiungere una vera unità con Dio e armonia con il creato. L’amore per Dio, l’amore per i propri cari, ma anche l’amore verso ogni creatura del Signore, costituiscono quindi una necessità per i musulmani che vogliono gustare la misericordia di Allah già in questo mondo.

In qualsiasi tempo e ovunque ci si trovi, ogni istante è quindi un’occasione preziosa in cui s’impara a conoscere quanto l’Islam non sia legato a un paese, a un periodo storico o a una particolare cultura o etnia. L’amore si manifesta anche nel matrimonio, che è un’occasione spirituale per scoprire le reciproche qualità e non è dunque una semplice somma di individui e delle loro scelte, ma un vero e proprio patto sacro, che spetta ai coniugi saper mantenere intatto con l’amore e la pazienza che Dio gli concede.

E’ importante ricordarci che i musulmani che vivono in Europa o in Paesi non islamici, devono sapersi integrare pienamente nel contesto sociale e culturale, rispettandone le leggi e beneficiando delle qualità specifiche, evitando atteggiamenti di chiusura che possono portare a fenomeni di ghettizzazione e ostacolare un reale scambio conoscitivo con gli altri.

Islam significa "sottomissione a Dio nella pace" ed è nella ricerca e già nel gusto di questa pace che cerchiamo di integrare i momenti della vita e le occasioni di testimonianza nel lavoro che ognuno di noi deve fare per il bene comune.

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