In un tempo in cui la politica sembra non più in grado di dibattere le grandi scelte in ordine alla pace, al lavoro, alla giustizia sociale, si apre per le Acli una fondamentale sfida culturale e di prospettiva per riaffermare il no alla logica dello scontro e per costruire una cultura del dialogo, unica via per un futuro di pace. E per far prevalere nel rapporto tra l’Europa e l’Islam, le ragioni della storia, della civiltà, rispetto a quelle di una geopolitica illusoria.

L’attuale strumentalizzazione della religione islamica e l’amplificazione dei conflitti tra gli stessi musulmani, ha le sue radici nella fine della divisione del mondo in due blocchi. Nell’ultimo quarto di secolo, proprio quando qualcuno precipitosamente ha parlato di fine della storia, è successo l’esatto contrario. Di colpo, in un tempo storicamente brevissimo, gli equilibri geo-politici ed economici sanciti dalla Seconda Guerra Mondiale appaiono superati dalla storia che si rimette in movimento e che apre una nuova competizione per la leadership mondiale.

Da un lato c’è il fronte dell’unilateralismo atlantista che dà per indiscutibile il ruolo guida della superpotenza americana, l’unica rimasta dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Dall’altro si viene a determinare una rapidissima ascesa dei Paesi emergenti, in particolare di quelli che compongono il gruppo dei Brics, che perseguono un approccio multilaterale per la governance mondiale. La stessa Unione Europea allargatasi ad Est, pur mostrandosi un nano politico sulla scena internazionale, viene ad assumere i requisiti oggettivi di uno dei nuovi centri su cui si può articolare la politica globale.

Ma gli ultimi venticinque anni hanno dimostrato che non c’è comunanza di vedute tra i fautori dell’approccio unilaterale e quelli dell’approccio multilaterale. E quando non c’è accordo con i mezzi della politica si passa a quelli militari. È la Terza Guerra Mondiale, che è già iniziata, come non si stanca di denunciare Papa Francesco, e come ben sanno gli esperti di geopolitica e di strategie internazionali.

Questo nuovo conflitto globale non risparmia il mondo islamico e produce un quadro di maggiore instabilità che consente ad alcune potenze regionali, come l’Arabia Saudita, di esercitare una più forte influenza rispetto all’asse sciita che va dall’Iran al Libano, e che consente agli Stati Uniti di mantenere la presa in quest’area in funzione di contenimento anti-cinese e anti-russa.

Nel rapporto tra Europa ed Islam non siamo di fronte ad una radicalizzazione dottrinale dell’Islam. L’unico seguito che può avere il fondamentalismo tra i musulmani è piuttosto la conseguenza di uno spregiudicato uso politico del jihadismo, che in gran parte è compiuto con il concorso occidentale e non è una dinamica interna al mondo islamico, se non di frange minoritarie.

La domanda allora è: l’Europa e l’Italia sono preparate a questa sfida, hanno la volontà e la forza per cambiare in modo netto le relazioni con il mondo islamico? Le devastazioni prodotte da un quarto di secolo di guerre hanno generato problemi enormi alle porte dell’Europa, problemi che appaiono lontani al di là dell’Atlantico, ma che ci ritroviamo attorno a casa nostra. Ma noi siamo determinati a porre queste questioni, a chiedere conto agli Stati Uniti di dove ci stanno portando le loro strategie e le loro guerre?

È evidente che non si può affrontare questa materia senza prendere atto che oggettivamente gli interessi statunitensi e quelli europei si stanno sempre più divaricando, con tutte le conseguenze che questo comporta sul piano delle alleanze. In particolare si sente la mancanza dell’Italia nel Mediterraneo. La funzione del nostro Paese può essere solo quella di mitigare le conseguenze delle guerre volute da altri, di inviare missioni di pace in contesti devastati dalla guerra, oppure possiamo riscoprire un ruolo di ponte e di dialogo? Ma per essere credibili, per svolgere questo ruolo, va riaperto un serio dibattito sulla collocazione internazionale dell’Italia, su uno status di neutralità che appare sempre più consigliabile dallo sviluppo degli avvenimenti, rispondente ai nostri interessi nazionali e soprattutto ad un obiettivo di relazioni di pace tra Europa ed Islam.

In un tempo in cui i partiti e la politica sembrano non più in grado di dibattere le grandi scelte in ordine alla pace, al lavoro, alla giustizia sociale, si apre per le Acli una fondamentale sfida culturale e di prospettiva per riaffermare anche con una concreta iniziativa politica, il no alla cultura dello scontro, alla cultura del conflitto e per costruire, come ha indicato papa Francesco “la cultura dell’incontro, la cultura del dialogo” come “unica strada per la pace” che faccia prevalere nel rapporto tra l’Europa e l’Islam, le ragioni della storia, della civiltà, rispetto a quelle di una geopolitica illusoria e non di rado assassina.

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