Uscire dall’euro sarebbe un disastro per il nostro sistema economico e costituirebbe il fallimento di un progetto politico. La sfida lanciata era quella di avviare un processo di integrazione fiscale e politico. Questo processo si è arenato per le spinte centrifughe degli interessi nazionali e per il venir meno dell’ambizione politica: gli Stati Uniti d’Europa. E’ da qui che bisogna ripartire. Se le spinte euro-scettiche saranno contenute, l’Italia con il semestre europeo ha la possibilità di svolgere un ruolo di primo piano nel rilancio del progetto europeo

Uscire dalla moneta unica sarebbe un disastro. E non solo perchè immediatamente ci sarebbe una fuga di capitali, tornerebbe a salire lo spread, il nostro debito pubblico diventerebbe insostenibile e l’inflazione impazzirebbe. Una vera follia ora che il differenziale tra Btp decennali e gli omologhi tedeschi è al minimo storico. I vantaggi associati ad un eventuale ritorno alla lira, la possibilità di svalutare la moneta e rilanciare l’export, secondo le prassi in voga prima dell’entrata nel sistema monetario europeo, sarebbero sostanzialmente ridotti dalla globalizzazione del processo produttivo. A differenza di 20-30 anni fa, le imprese italiane oggi importano gran parte delle materie prime e dei beni intermedi da altri paesi (circa il 60% secondo un recente studio di Confindustria).

In tale contesto, la perdita di valore della moneta nazionale aumenterebbe i costi delle imprese e il vantaggio competitivo generato dal deprezzamento del tasso di cambio sarebbe in gran parte annullato dal contemporaneo aumento dei costi di produzione. La fuga di capitali avrebbe un’inevitabile ripercussione sull’accesso al credito e dunque sulla produzione. Inoltre, ci sarebbe il rischio di una rincorsa alla svalutazione con gli altri paesi in crisi (Grecia, Spagna, Portogallo etc.) che contribuirebbe a ridurre gli eventuali vantaggi associati al deprezzamento della valuta.

I tassi di interesse diventerebbero proibitivi per famiglie ed imprese. La svalutazione della lira aumenterebbe automaticamente il valore del debito verso l’estero di imprese e famiglie italiane. La spesa per interessi aumenterebbe- si calcola intorno ai 30-40 miliardi euro (10 volte l’IMU) e si tradurrebbe in brevissimo tempo in maggiori tasse per tutti gli italiani. Le alternative invocate dagli anti-euro (Grillo & co.), ripudio del debito in lira o monetizzazione dello stesso con nuove emissioni di titoli di stato, porterebbero di fatto ad una patrimoniale altissima sui piccoli risparmiatori italiani e ad un’inflazione galoppante che colpirebbe soprattutto i ceti medio-bassi. Chi non ha un salario indirizzato subirebbe un’immediata perdita del potere d’acquisto. Insomma, i vantaggi di una svalutazione sarebbero effimeri e le imprese sarebbero disincentivate ad investire su innovazione e qualità, l’unica speranza reale di far ripartire la crescita del paese.

Il dibattito sull’euro mette in secondo piano i problemi strutturali del nostro paese, dall’eccesso di burocrazia al ritardo nelle infrastrutture, dalla corruzione allo scarso investimento in istruzione, ricerca e sviluppo. Una tentazione pericolosa, cavalcata incoscientemente dai venti populisti di questa campagna elettorale. Ma al di là di queste considerazioni, l’uscita dell’Italia dall’euro costituirebbe il fallimento di un progetto politico. Visti gli squilibri tra il nord e il sud dell’Europa, la scarsa mobilità e, di fatto, l’assenza di un’integrazione fiscale, era chiaro, da subito, che i paesi aderenti non costituissero un’area valutaria ottimale.

La sfida lanciata era quella di avviare un processo di integrazione fiscale e politico. Questo processo si e’ arenato per le spinte centrifughe degli interessi nazionali e per il venir meno dell’ambizione politica: gli Stati Uniti d’Europa. E’ da qui che bisogna ripartire. E se le spinte euro-scettiche saranno contenute, l’Italia con il semestre europeo ha la possibilità di svolgere un ruolo di primo piano nel rilancio del progetto europeo.

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