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Le regole imposte dall’appartenenza alla moneta unica vengo da più parti considerate come il nemico della coesione sociale e del benessere italiano. E’ evidente che l’UE necessita di un riequilibrio significativo sia del sistema di governance economico, fiscale e bancario dell’euro sia degli investimenti per la crescita, per l’occupazione e la coesione sociale e territoriale. Ma l’abbandono dell’euro darebbe un colpo mortale alla coesione sociale europea. Fattore non solo di civiltà, ma anche di progresso economico e di tenuta del sistema democratico

In ogni crisi seria che si rispetti esiste una regola base: rifiutare le proprie responsabilità e individuare con chiarezza il nemico esterno. E così è stato anche questa volta: il nemico della coesione sociale e del benessere italiano sono le regole imposte dall’appartenenza alla moneta unica. Se tornassimo alla lira (e – non detto – alla pratica delle svalutazioni competitive), recita il mantra del populismo autarchico, le nostre imprese tornerebbero ad esportare, i lavoratori a lavorare, le tasse ad essere pagate e lo Stato avrebbe le risorse necessarie per la sua spesa sociale.

Il caso scuola cui rifarsi per cercare di dare qualche buona risposta è quello dell’Argentina e della sua crisi del 1998-2002, che la portò a uscire dalla parità peso/dollaro. L’economia si ridusse di oltre il 28%, più del 50% della popolazione cadde in povertà assoluta e l’esplosione dell’inflazione (da una media del 200% al mese fino al picco del 5000% annuo) distrusse progressivamente il potere d’acquisto di salari e pensioni, che aggiuntosi alla distruzione di gran parte del patrimonio di famiglie e imprese, finì per cancellare il ruolo di potenza economica emergente dell’Argentina.

Per fare un parallelo, ovvio solo parziale, nella zona Euro, dopo 5 anni di crisi sistemica, probabilmente la più grave dopo il ’29, si è ben lungi da simili esiti. Tra il 2008 e il 2013 si sono persi 6 milioni di posti di lavoro e il combinato disposto delle conseguenze della crisi e delle misure di austerità che sono state adottate un po’ ovunque in tutta Europa, hanno generato un innalzamento della povertà che è salita dal 7% all’11%, con un certo rimescolamento delle ineguaglianze in seno all’UE e ai quintili di ogni paese ed una crescente divergenza delle prospettive sociali, economiche e fiscali all’interno della zona euro. I dati disponibili ci dicono che i tagli di spesa pubblica operati nei paesi periferici della zona euro hanno colpito le spese per educazione, sussidi alla disoccupazione, ricerca, investimenti pubblici, servizi di rete, trasferimenti alle famiglie con figli, ma – se si eccettua il caso della Grecia – assai poco le fasce più anziane della popolazione che sono mediamente cresciute più dell’inflazione, spesso negativa. Anche solo da questa evidenza empirica si può desumere che la tenuta della spesa sociale è stata di gran lunga migliore in seno alla crisi che ha travolto la zona Euro che in qualunque altra epoca storica precedente. Ma a questo vanno aggiunte almeno altre due considerazioni di sostanza.

La prima concerne la struttura della crisi, che non è stata una crisi dell’Euro, ma del sistema finanziario prima, che si è poi rovesciata sui bilanci pubblici di tutti gli stati, facendone esplodere le dinamiche del debito ed emergere le già latenti contraddizioni di debolezza delle strutture economiche dei singoli stati, di efficienza e sostenibilità della spesa pubblica, oltreché dimostrare la fallacia di una certa illusione che una moneta potesse a lungo tenere senza regole più stringenti tra i contraenti, come era già chiaro ai fondatori e come è stato “scoperto” dai mercati con l’esplodere dell’inatteso spread tra i titoli pubblici dei paesi membri della zona Euro. A questo proposito, si potrebbe anche ricordare che il tasso di interesse sui titoli pubblici italiani dei tempi della lira fu per molto tempo a due cifre e raggiunse livelli vicini al 20% nella prima parte degli anni ’90. Poi, quando venimmo accettati nel nascente “club dell’Euro” i tassi scesero rapidamente, fino ad assestarsi vicino agli attuali livelli tedeschi per un decennio. Un enorme risparmio fiscale, che avremmo potuto spendere per ristrutturare lo Stato sociale, fare investimenti strutturali e ridurre il debito pubblico. Come fece la Germania per uscire dalla sua crisi strutturale di fine anni’90. Sappiamo tutti che non è stato così e quel dividendo è andato sprecato.

La seconda considerazione è che i mercati del lavoro, le politiche sociali e di riduzione della povertà, restano di gran lunga di competenza nazionale e in questo sono sempre più evidenti le enormi disparità in termini di efficienza. Un caso scuola spesso citato dall’economista progressista Sapir (già consulente di Prodi) è la comparazione tra il grado di efficienza della spesa sociale tra Danimarca e Grecia, che nel 2006 era circa allo stesso livello pro-capite: nel caso danese incideva sulla riduzione del 45& delle ineguaglianze, nel caso greco solo del 20%. E il caso italiano è da sempre molto più vicino alla Grecia che alla Danimarca. D’altronde, se si guardano anche i dati della crescita economica, si nota che l’Italia ha avuto una media dell’1% tra il 2002 e il 2008, con un successivo crollo di tutto il periodo complessivo (fino al massimo del -5,5% del 2009) ed una misera previsione di + 0,6% nel 2014. In questo campo, dopo la Grecia, siamo i peggiori di tutta la zona Euro, con un debito pubblico gigantesco. Una Italia fuori dall’Euro, con un sistema produttivo così in crisi e un debito così elevato, dovrebbe sopportare una caduta della spesa sociale e una esplosione delle ineguaglianze interne assai prossime a quelle argentine.

Ciò detto, è fuor di ogni dubbio che l’insieme dell’UE necessita oggi di un riequilibrio significativo sia del sistema di governance economico, fiscale e bancario dell’Euro (processo faticoso ma già in corso) sia degli investimenti per la crescita, per l’occupazione e la coesione sociale e territoriale (che sono invece ancora solo alle prime ed insufficienti battute). Pur senza sognare trasferimenti di potere su scala europea in ordine alle politiche sociali (oggi impossibili) o altrettanto improbabili aumenti degli stanziamenti europei a breve, è urgente che si sia finalmente un volto molto concreto alla dimensione sociale dell’Unione economica e monetaria. Realizzando in primis quanto scritto nei Trattati e più volte ribadito nelle conclusioni dei Consigli europei e cioè promuovere “una economia sociale di mercato, fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale…”

E in secondo luogo rivedendo strutturalmente il sistema del semestre europeo, che deve affiancare alla supervisione dei bilanci, anche sistemi analogamente vincolanti su occupazione, investimenti sociali, educazione e lotta alla povertà. Con un più organico Piano di azione sociale europeo, basato su una spesa efficiente e sistemica dei fondi europei già stanziati e con incentivi molto stringenti per favorire in ogni paese l’innovazione sociale, necessaria per rispondere alle riforme di sistemi di welfare che ovunque debbono essere adeguati da ben prima della crisi alle nuove condizioni demografiche, sociali ed economiche dei diversi paesi.

La coesione sociale, anche su scala europea, è infatti un fattore non solo di civiltà, ma anche di progresso economico e di tenuta del sistema democratico.

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